Parte prima. I normanni e la monarchia

Cap. 1. L’Italia meridionale e i Normanni prima della creazione della monarchia

Il regno normanno fondato in Italia da Ruggero Secondo nel 1130 comprendeva le terre di Sicilia e Calabria che questi aveva ereditato dal padre, il conte Ruggero Primo, i territori continentali retti fino alla sua morte (1127) dal duca di Puglia Guglielmo Primo, suo cugino, e le terre dei signori dell’Italia meridionale che erano o diventarono vassalli dello stesso Ruggero.
Queste terre non erano mai state unite in precedenza sotto un’autorità politica propria e non avevano più avuto una storia comune dal tempo della riconquista d’Italia da parte di Giustiniano sei secoli prima.
La creazione del regno nel 1130 fu resa possibile dalla instaurazione di signorie normanne in gran parte di quelle terre nel corso dei cento anni precedenti; ma è errato vedere nei successi normanni di quegli anni le fasi di un piano a lunga scadenza concepito per integrare i vari possedimenti in uno Stato unitario.
I capi militari normanni avevano assunto in momenti diversi il governo delle regioni che controllavano e non tutte queste autorità politiche erano sopravvissute nel 1130.
Le varie parti del regno erano quanto mai differenziate e avevano ben poco in comune, tranne che il capo e i suoi vassalli, spesso anch’essi di origine normanna.
Inoltre, più erano vaste e più le loro strutture erano complesse.
Le terre di Ruggero Secondo riunivano la Calabria, tolta ai bizantini, e la Sicilia, tolta ai musulmani.
Guglielmo, duca di Puglia, ultimo di una stirpe normanna che, dopo la vittoria sui bizantini (1042), aveva assunto un primato nominale sui conti normanni stabilitisi in Puglia, era anche, in modo più effettivo, erede dei principi longobardi di Salerno, che era diventata la città principale della famiglia di Guglielmo quando suo nonno Roberto il Guiscardo l’aveva conquistata nel 1076.
E’ del tutto evidente che governare territori messi insieme solo per fatto di conquista non era impresa facile.
In questo senso anziché semplificare le cose, la riunione di tutte le parti in un unico regno poteva sembrare un modo per accrescere le difficoltà.
Finché Ruggero si fosse accontentato di una deferenza puramente formale, i nuovi vassalli erano disposti a riconoscerlo re; con ciò essi non prevedevano però di perdere potere nelle proprie terre.
Non si può dire cioè che essi, in quanto normanni, che costruivano i propri domini secondo la tradizione politica normanna, avessero preparato la via alla monarchia.
L’instaurazione di signorie normanne nell’Italia meridionale e in Sicilia durante l’Undicesimo Secolo aveva comportato, entro certi limiti, accordo e collaborazione trai normanni per favorire i comuni interessi.
Ma il potere dei vari capi militari non aveva semplificato, con questo, la situazione politica della regione.
L’aveva invece complicata, disgregando le maggiori entità politiche precedenti.
Aveva distrutto l’amministrazione imperiale bizantina e sfruttato spietatamente la debolezza dei principati longobardi, Benevento, Salerno e Capua.
Di questi, soltanto quello di Capua andò pressoché per intero a un principe normanno; gli altri furono spezzettati.
Il solo normanno che nell’Undicesimo Secolo riuscì davvero a dominare un territorio comprendente normanni e longobardi insieme fu Roberto il Guiscardo duca di Puglia (1057-85), ma al prezzo di lotte continue per tenere in soggezione i suoi vassalli normanni.
Il suo “Stato” non gli sopravvisse: i figli se ne disputarono l’eredità e lo divisero.
Le contese di famiglia non avevano del resto nulla di eccezionale.
Dopo il 1042, tre fratellastri del Guiscardo, Guglielmo, Dragone e Umfredo, erano diventati in successione conti dei normanni di Puglia, ma quando il giovane Guiscardo venne nel Sud (tra il 1046 e il 1047) essi non lo accolsero a braccia aperte.
Roberto dovette farsi strada per conto suo, dapprima più o meno come brigante e ladro di cavalli, con pochi seguaci in Calabria.
Quando nel 1057 il conte Umfredo morì, Roberto volle succedergli nel ruolo di capo normanno in Puglia, provocando naturalmente il risentimento dei figli di lui.
Oltre alle rivalità interne della famiglia del Guiscardo c’erano inoltre altre tensioni, come quelle tra i normanni stanziati in Puglia e quelli insediatisi nel 1030 ad Aversa, prima base normanna nell’Italia meridionale.
Nel 1058 Riccardo conte di Aversa si impadronì del principato longobardo di Capua, rilanciando la pretesa di Aversa di essere considerata il centro normanno più importante; ma insieme con il principato Riccardo ereditò anche l’antica rivalità tra Capua e Salerno.
I normanni di Puglia avevano goduto, nei primi tempi del loro insediamento, della protezione del principe di Salerno, e continuavano a interessarsi agli affari di questo principato.
Lungi dall’aiutare i loro compagni di Capua e battere la longobarda Salerno, i normanni di Puglia presero Salerno sotto la loro protezione, finché il Guiscardo decise di impadronirsi lui della città.
All’originario spirito di emulazione dei normanni delle varie bande si sommarono dunque, a un certo punto, gli effetti della rivalità secolare dei longobardi.
Insomma, i normanni non agivano nel Sud come una forza compatta: ogni signore aveva interessi propri a cui badare.
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Quando nel 751 il re longobardo dell’Italia settentrionale si impadronì finalmente della bizantina Ravenna, il signore longobardo del Sud, il duca di Benevento, poté sperare di completare la sua conquista del Mezzogiorno.
Senonché il timore dei successi del re longobardo indusse il papa a invocare l’intervento in Italia dei franchi,
Sconfitto il re Desiderio da Carlo Magno (774), anche i duchi di Benevento, ultimi rappresentanti dell’autorità longobarda in Italia, si videro minacciati dal dominio franco, e mantenere la propria indipendenza divenne per loro più importante che ricacciare i bizantini in mare.
A volte, anzi, si giovarono dell’aiuto greco.
Sebbene i duchi cominciassero a chiamarsi grandiosamente principi, il loro territorio fu indebolito da una divisione in tre parti e quando nel Nono Secolo il timore dei franchi si attenuò, le rivalità tra i vari principi prevalsero su tutto il resto.
Ogni speranza di espellere completamente i greci fu dimenticata.
…………..
Insomma, circa la propria presenza in Italia non si fecero scrupoli: i bizantini ritenevano di avere nel territorio diritti inoppugnabili.
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Gli annali in questione parlano poco delle cose siciliane, anche se spesso si presume che il conte di Sicilia ostentasse nelle proprie terre maggiore autorità di quella che i duchi di Puglia potevano esibire nella loro.
Il fratello del Guiscardo, Ruggero Primo, aveva goduto nei suoi domini calabresi e siciliani di un prestigio e di un’autorità derivatigli dall’aver guidato la riconquista della Sicilia.
Dopo la sua morte, però, ci fu un certo disordine e non si sa se la vedova e i due figli, Simone e Ruggero, succeduti a turno nel titolo, godessero di un rispetto paragonabile; prima, almeno, che Ruggero Secondo diventasse maggiorenne (1112).
Le donazioni fatte dal conte Tancredi di Siracusa a quella chiesa nel 1104 non accennano all’autorità del conte Simone; sono datate senza riferimento a nessun genere di alta signoria formale.
Analogamente, ancora nel 1120 le donazioni del conte di Ragusa alla chiesa di Catania non fanno riferimento a Ruggero Secondo come conte di Sicilia; il documento è datato secondo gli anni del pontificato di Callisto Secondo, signore diretto della diocesi.
Sembra arbitrario interpretare comportamenti analoghi sul continente come indizio di un’autorità intrinsecamente più debole del duca di Puglia a paragone di quella di Sicilia.
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D’altro canto, la frequenza con cui i normanni, rispetto ai precedenti governanti longobardi, effettuano concessioni alle chiese, ha suscitato il sospetto che i normanni incoraggiassero la “feudalizzazione” dell’autorità “sovrana”.
Contrariamente a questo, tuttavia, va rilevato che l’insistenza a ricorrere ad atti formali di concessione di tali prerogative dimostra l’importanza che essi annettevano a una preliminare autorizzazione scritta per l’esercizio delle medesime.
I diplomi di concessioni alle chiese, che rendevano possibile l’esatta definizione di ciò che veniva accordato, permettevano anche ampie variazioni nel contenuto delle concessioni stesse.
Quando il duca Ruggero di Puglia concesse al vescovo di Troia certi diritti di pascolo, non passò molto che il vescovo tornò a chiedere anche una concessione ducale dell’herbaticum, il tributo normalmente corrisposto per la pastura.
I funzionari del duca sembra interpretassero meticolosamente le concessioni ducali e non erano disposti a dare ai destinatari il beneficio del dubbio.
In questo contesto, non si può dire che i normanni siano stati noncuranti o prodighi nel fare concessioni di redditi potenzialmente preziosi.
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Uno dei tratti più singolari di alcune categorie del Sud in questo periodo è che esse continuarono a usare per la datazione gli anni di regno dell’imperatore bizantino, come se questi fosse ancora considerato il sovrano supremo.
In certi casi, è probabile che i conti normanni si mostrassero ligi all’imperatore per evitare pressioni dagli Altavilla; ma Alessio Comneno, dal canto suo, non dovette trarre grande profitto da questi gesti di deferenza alla sua autorità.
All’epoca la sua massima preoccupazione come imperatore d’Oriente era di restaurare la propria autorità in regioni più vicine a Costantinopoli.
Di fatto i normanni erano padroni di se stessi.
Questo era altresì il periodo in cui il re germanico era meno in grado di intervenire nel Sud in veste di imperatore d’Occidente.
Non solo lo travagliavano problemi interni, ma gli effetti della lotta per le investiture impedivano una sua venuta nel Sud.
Il solo potere che avesse titoli tradizionali per agire nell’Italia meridionale dopo la morte del Guiscardo era perciò il papato.
Dall’inizio del pontificato di Urbano Secondo (1088), il papato cominciò in effetti a costruire una presenza più autorevole e prestigiosa nell’Italia meridionale.
L’importanza del Sud fu ulteriormente accresciuta dopo il 1095 dalla crociata, perché la regione rappresentava naturalmente il principale trampolino per l’Oriente.
Il predecessore di Urbano, Vittore Terzo, quale abate Desiderio di Montecassino, era stato tra i primi ad apprezzare il valore potenziale di un’amicizia con i normanni.
Gregorio Settimo, nonostante i suoi contrasti con il Guiscardo, aveva avuto bisogno dei normanni per salvarsi e lasciare Roma occupata da Enrico Quarto.
Il conflitto con l’impero costrinse tutti i papi successivi ad ammettere che l’aiuto dei normanni era indispensabile, per quanto ingrata fosse questa dipendenza.
Dopo la morte di Gregorio, i suoi successori sul trono papale dovettero imparare ad essere più flessibili.
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Cap. 2. La fondazione del regno

La monarchia normanna fu fondata nel nuovo contesto determinato dalla accettazione generale della successione di Ruggero Secondo nel ducato di Puglia: tuttavia, l’idea di fare Ruggero re emerse solo nel 1130.
Essa non ottenne subito universale approvazione e i nemici di Ruggero contestarono le sue pretese per quasi trent’anni.
Nessun altro regno medievale ebbe così strane doglie di parto.
Nonostante le ostilità suscitate dal progetto in varie sfere, re Ruggero Secondo (1130-54) e suo figlio Guglielmo Primo (1154-66) dimostrarono una fede incrollabile nella possibilità di tenere insieme, come regno, il loro conglomerato di territori.
Ma anche se è abbastanza naturale che la storia della fondazione della monarchia venga raccontata facendo riferimento all’eroica tenacia di questi due re di fronte al persistere di anguste vedute, le qualità personali di Ruggero e di suo figlio non possono bastare a spiegare il successo della monarchia stessa.
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Il regno normanno in Italia fu concepito, a quanto pare, in un incontro tra il papa Anacleto Secondo e il duca Ruggero nel settembre 1130.
Si presume spesso che l’idea di creare una monarchia venisse da Ruggero e questi certamente si mostrò per tutta la vita determinato a spingere il papato in una posizione formale di superiorità.
La concessione scritta di una corona regia a Ruggero fatta da Anacleto può quindi essere interpretata come una pura ratifica delle dettagliate proposte di Ruggero, anziché come un gesto interpretato del papa.
Tuttavia, dato che Ruggero non avrebbe mai proceduto di propria iniziativa senza l’”autorità” papale che legittimasse le sue azioni, è necessario capire perché il consenso del papa ci fu.
Ruggero in quell’occasione non coartò il papa con la forza militare come aveva fatto con Onorio Secondo e come fece più tardi con Innocenzo Secondo.
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Quanto entusiasmo suscitò nel regno l’elevazione di Ruggero?
Chi, a parte il papa e il re, ne trasse vantaggio?
Per molti dei potenti delle terre ruggeriane, la monarchia non portò cambiamenti nei loro obblighi di vassalli, es essi si comportarono con il re come si erano comportati con il conte o duca, accettando o resistendo alla sua autorità secondo i loro variabili calcoli politici.
Tuttavia è ovvio che la monarchia non avrebbe potuto essere proclamata senza la partecipazione di grandi quali il principe di Capua, portacorona nella notte della cerimonia, e senza il consenso di una folla di signori che aveva reso quest’ultima imponente, accompagnando le processioni e banchettando con piatti d’oro e d’argento, serviti da domestici vestiti di seta.
Lo splendore del re ispirava la reverenza ma anche il timore; c’era chi riteneva di avere più da perdere che da guadagnare dall’innovazione.
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Dalla Sicilia, dove Ruggero era più al sicuro, non abbiamo testimonianze contemporanee, a parte gli atti ufficiali; lo stesso vale per la Calabria e le province adriatiche.
Invece due o tre cronache di questi anni furono scritte significativamente nella regione a sud di Roma.
La più interessante proviene dalla città papale di Benevento.
Il suo autore, Falcone, che ottenne l’ufficio di iudex (un titolo che allude alle funzioni di un magistrato civile più che a quelle di un giudice) sotto il papa Innocenzo Secondo, era ostile a Ruggero e alla sua monarchia, ma la sua faziosità lo rende portavoce eloquentissimo dell’opposizione.
La sua esperienza personale del periodo e delle traversie subite da Benevento, insieme alla sua consapevolezza di come le fortune della guerra spazzassero via la debole resistenza locale, rendono affascinante la sua concitata narrazione degli avvenimenti.
Il suoi appelli retorici al senso di meraviglia del lettore e i discorsi messi in bocca ai personaggi principali rivelano il suo talento artistico e insieme la sua animosità.
Dato che l’interesse di Falcone è concentrato prevalentemente su Benevento, e non su Ruggero, la sua cronaca non è una guida per capire la mentalità di quest’ultimo.
Ma per lo storico, come fa intendere lo stesso Falcone, la cognizione di tale mentalità è uno degli elementi più importanti per interpretare gli avvenimenti.
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Fino al cambiamento della politica di Anacleto, Capua aveva potuto contare di solito sull’appoggio papale nei suoi sforzi per resistere al dominio degli Altavilla, perché il papato, rendendosi conto del pericolo di venire a dipendere da un solo grande principe nell’Italia meridionale, aveva cercato nel 1076 di mantenere l’attrito tra i signori di Capua e di Salerno.
Anche quando Onorio nell’agosto 1128 riconobbe duca Ruggero, egli volle che questi giurasse di rispettare l’autonomia di Capua.
Nondimeno Ruggero aveva saputo da allora trarre vantaggio dal riconoscimento concessogli dal papa.
Nelle sue campagne del 1129 aveva soggiogato la Puglia adriatica e ottenuto l’omaggio dei grandi.
Era diventato chiaramente il padrone dell’Italia meridionale, tanto che il papa si era recato personalmente da lui per ottenere il suo aiuto contro la ribelle Benevento.
Dipendendo egli stesso dall’aiuto di Ruggero, Onorio non era più in grado di salvare Capua e quella estate Roberto, intimorito (timore commotus), rese omaggio a Ruggero.
Senza l’appoggio papale, Roberto di Capua non poteva mantenere la sua indipendenza.
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Il nemico che Ruggero non aveva potuto sconfiggere era papa Innocenzo Secondo, che nell’autunno 1133 si era ritirato nella sicurezza di Pisa, e ivi rimase fino al 1137, implacabilmente ostile al principale sostenitore politico del suo rivale Anacleto.
Innocenzo non era molto temibile; neanche Lotario aveva potuto riportarlo al potere a Roma.
Soltanto la morte di Anacleto, all’inizio del 1138, gli permise di agire come un papa con cui era necessario fare i conti.
Nel frattempo Innocenzo cercò di tornare alla politica di Onorio Secondo e di fomentare il malcontento nell’Italia continentale per rovesciare la monarchia di Ruggero.
Come Onorio aveva riposto la sua fiducia in Roberto di Capua, Innocenzo ripose la sua, con più ragione, in Rainolfo di Alife.
Ma un solo grande capo non bastava.
Quando alla fine di aprile 1139 Rainolfo morì, non ci fu nessun altro che prendesse il suo posto.
Gli avvenimenti, perciò, avrebbero dimostrato di nuovo, e più di una volta, che l’autorità di Ruggero nell’Italia meridionale non poteva essere facilmente minata dall’ostilità papale.
Non si può presumere che Innocenzo Secondo probabilmente valutava assai bene la realtà politica del proprio regno.
Nessuno dei nemici gli era pari per intelligenza politica, con la possibile eccezione del suo energico cognato Rainolfo di Alife.
Pag. 55

La fonte principale di notizie per il quinquennio successivo è fornita da Falcone, esule da Benevento.
Egli concentra l’attenzione sul suo protettore, Innocenzo, la cui vittoria soltanto poteva ripristinare il suo alto ruolo nella città.
Nella cronaca dell’anni 1136 egli tratta solo dei negoziati tra il papa e l’imperatore, così che i movimenti di Ruggero sul continente rimangono un mistero.
Tuttavia in quell’anno Ruggero introdusse un’innovazione destinata ad avere importanza nel futuro del suo governo: cessò di chiamarsi nei suoi atti “re di Sicilia e d’Italia” e adottò la formula curiosa “re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua”.
Nel Sud, seguendo l’uso bizantino, il nome “Italia” era usato all’epoca per significare la Puglia; ma altrove era usato per indicare tutta la penisola, anche se i tedeschi lo usavano spesso in senso più ristretto, per il regno tosco-padano dell’Italia del Nord.
La decisione di Ruggero di togliere nel 1136 questo nome dal proprio titolo può aver avuto, quindi, l’intento diplomatico di assicurare a Lotario che egli non aspirava alla corona italiana dell’imperatore.
Il titolo plurimo conferma anche che Ruggero considerava il suo regno tutt’altro che unito.
Il cambiamento di titolo consacrò il nuovo regime da lui inaugurato a Benevento nel 1135.
Pag. 58-59

Né Innocenzo né i suoi immediati successori si rassegnarono alla vittoria di Ruggero e alla sua morte il papato cercò di negare al suo erede i frutti della campagne di lui.
Bosone, biografo di Innocenzo Secondo, non parla della sua umiliazione per mano di Ruggero e non riconosce le concessioni fatte al re.
Ruggero probabilmente era conscio di non poter contare sulla remissività romana e che all’occasione sarebbe stato necessario tornare alla carica.
Innocenzo Secondo, tornato a Roma nell’ottobre 1139, non se ne allontanò più fino alla morte (1143) e non creò altri problemi, pur deplorando che i figli di Ruggero, decisi a recuperare tutte le terre del principato di Capua, violassero le sue frontiere.
Il suo successore, Celestino Secondo (settembre 1143-marzo 1144), non ratificò gli atti del luglio 1139; Lucio Secondo (marzo 1144-febbraio 1145) chiese la restaurazione di un principato di Capua indipendente e in seguito accondiscese soltanto a una tregua nelle continue dispute di confine in Campania e intorno a Benevento; Eugenio Terzo, infine, costretto a lasciare Roma prima ancora di essere consacrato, per alcuni anni non ebbe rapporti diretti con il re.
Sembra che Innocenzo avesse sperato nel soccorso di una terza invasione tedesca, ma dopo la sua morte il progetto di una nuova crociata distolse l’attenzione dei principi del Nord dai problemi papali e Ruggero ebbe quindi minore motivo di temere un ripetersi degli interventi imperiali.
Dopo il 1139 il papato cessò dunque per alcuni anni di essere un ostacolo grave al governo di Ruggero.
Ma aspettava il momento di vendicarsi delle umiliazioni subite.
Pag. 61-62

L’esempio migliore di come Ruggero sconcertasse i contemporanei è forse il modo in cui egli si comportò riguardo al problema rappresentato dalla decisione del re di Francia Luigi Settimo, proclamata a Vézelay nel maggio 1146, di bandire la crociata.
Luigi, e dopo di lui il re di Germania Corrado terzo, erano apparentemente spinti dalla fede a muovere in soccorso della Terrasanta, ma Ruggero doveva valutare il nuovi interesse di questi sovrani per gli affari mediterranei alla luce dei propri programmi.
A Ruggero era necessario, fin dall’inizio del suo governo,  mantenere buoni rapporti con le principali forze dell’area mediterranea che avevano interessi marittimi: Venezia, Pisa, Genova, Savona, il conte di Barcellona, varie città del Nord Africa, l’Egitto e l’Impero bizantino.
La sua visione inoltre doveva essere necessariamente tanto pragmatica quanto ad ampio raggio, ma nessun altro principe occidentale del tempo eguagliava la sua esperienza e la sua freddezza di giudizio.
Di fronte alla prospettiva della spedizione del re id Francia in Oriente, dobbiamo credere che l’attenzione di Ruggero non fosse rivolta anzitutto alla nobile causa per la quale i crociati partivano, perché lo spostamento oltremare di tanti soldati aveva inevitabilmente, gli piacesse o no, implicazioni per la sua posizione.
Come l’imperatore bizantino, egli doveva cioè in primo luogo valutare le conseguenze per il proprio governo.
Nel 1146 i bizantini erano ancora abbastanza sicuri di sé per credere di potersela vedere con i crociati senza pericolo, ma Ruggero era comprensibilmente timoroso.
Crociati provenienti dal Nord che attraversavano le sue terre non potevano non creare turbamenti nei domini di recente conquista e sull’appoggio del papato, anche qualora quest’ultimo si fosse mostrato meno ostile, non c’era da far conto.
La complessità delle reazioni del re può suscitare commenti di vario genere, ma non era certo eccezionale.
Calcoli politici analoghi faceva Corrado Terzo: questi aveva pensato a una spedizione in Italia per liquidare Ruggero e le sue trattative per un’alleanza matrimoniale con Costantinopoli diretta contro di lui non rimasero senza frutto.
L’Impero orientale a sua volta sperava di volgere al crociata a proprio vantaggio, sia per rafforzare la posizione cristiana in Terrasanta sia, eventualmente, per trovare alleati occidentali per eventuali campagne di riconquista in Italia.
Questa crociata, a differenza di quella del 1095, era guidata insomma da sovrani mossi da obiettivi politici, i quali percepivano che i propri atti non sarebbero stati privi di conseguenze.
Ruggero aveva più da perdere degli altri e badò a come trarre profitto dalla spedizione.
Nella peggiore delle ipotesi, distrarre Corrado e l’imperatore bizantino gli avrebbe dato respiro; Nella migliore, egli poteva inserirsi nella spedizione in modo da ottenere il controllo di Antiochia, dove molti tarantini e baresi avevano rapporti di vecchia data.
La mente audace e ingegnosa di Ruggero gli fece cogliere l’occasione di farsi amico Luigi Settimo dando risposta pronta e positiva a un sondaggio avanzato nell’estate del 1146, offrendosi cioè di trasportare per mare i crociati del re francese.
Questa offerta fu rifiutata per prudenza da Luigi nella primavera del 1147.
Alla luce degli eventi posteriori, e certo al momento del viaggio di ritorno di Luigi, questo rifiuto dovette apparire un errore; ma nel 1147 i contemporanei di Ruggero erano restii ad affidarsi alle sue navi.
I principi settentrionali temevano che dipendere da Ruggero avrebbe pregiudicato la loro buona accoglienza a Costantinopoli.
E’ anche probabile che papa Eugenio Terzo dissuadesse Luigi Settimo dallo stringere amicizia con Ruggero.
Pag. 65-66

Mentre le forze di Ruggero nell’estate 1148 andavano di vittoria in vittoria, molti crociati francesi erano già sulla via del ritorno, delusi e ansiosi di ridare lustro alla loro appannata reputazione.
Luigi Settimo attese fino all’estate 1149 prima di tornare per mare e la sua nave cadde allora in un’imboscata greca da cui scampò solo grazie all’aiuto di una scorta siciliana.
Anche sua moglie Eleonora sfuggì ai bizantini grazie agli uomini di Ruggero e fu portata a Palermo.
Sembra che Ruggero sperasse allora di ottenere l’alleanza di Luigi contro i propri nemici, gli imperatori Corrado Terzo e Manuele Primo Comneno, con i quali egli riteneva che Luigi Settimo avesse ora conti da regolare.
Ruggero ebbe tre giorni di colloqui con Luigi a Potenza, che gli diedero ampio modo di misurare la poca fermezza di carattere del re francese; ma anche la diplomazia diede i suoi frutti, perché la proposta di bandire un’altra crociata, questa volta contro i perfidi bizantini, diede a Ruggero altro respiro e creò preoccupazione in Germania e nella curia romana.
Eugenio Terzo temeva che il solo risultato di una crociata del genere sarebbe stato di rafforzare Ruggero e di incitarlo ad ampliare il suo regno in Toscana e in Romagna.
Perciò l’atteggiamento del papato verso Ruggero non si ammorbidì, nonostante le vittorie del re contro i musulmani e la sua capacità di affascinare l’impressionabile Luigi.
Pag. 70

Gli avvenimenti avrebbero dimostrato che il papato continuava a sperare in circostanze propizie che permettessero di eliminare il regno di Ruggero: il pontefice non cambiò mai volentieri atteggiamento né ebbe mai un ripensamento sincero.
Ruggero, dal canto suo, non lasciò che ciò lo deviasse dalla sua strada.
La sua autorità affettiva nel regno non dipendeva dalla benedizione papale; una volta consacrati i suoi vescovi, egli non si trovava vincolato dagli obblighi di alcun “trattato”.
Nella Pasqua del 1151 Ruggero associò al regno il suo unico figlio superstite, Guglielmo, facendolo consacrare a Palermo senza altra autorità che quella dell’arcivescovo Ugo, provvedendo così alla successione nel modo tradizionale del regno di Francia.
Dopo l’incoronazione di Guglielmo, poco sappiamo dell’attività di Ruggero nei quasi tre anni che passarono prima della sua morte.
Alla fine del 1152 Eugenio rientrò a Roma, dove lui e i suoi successori risiedettero abitualmente fino alla primavera del 1155.
I papi romani e i re palermitano non ebbero a quanto pare contatti fra loro.
La politica papale è chiara nella sua determinazione di persistere nell’intento di riportare in Italia i compiacenti tedeschi.
Dopo la morte di Corrado Terzo, il suo nipote ed erede Federico Barbarossa concluse un’alleanza con Eugenio Terzo contro i comuni nemici: i romani ribelli, re Ruggero e l’imperatore bizantino.
Ma quando Federico arrivò in Italia alla fine del 1154, Ruggero ed Eugenio, e anche il successore di quest’ultimo, Anastasio Quarto, erano tutti morti.
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La frontiera concordata agganciò gli interessi territoriali del papato a quelli del regno.
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Con il trattato di Benevento, il regno ideato da Anacleto Secondo nel 1130 aveva ottenuto finalmente il riconoscimento del papato, e con ciò il riconoscimento della cristianità occidentale.
L’ultimo scontro con i nemici del regno era avvenuto soltanto dopo la morte di Ruggero, perché essi, tenuti in soggezione da lui, avevano sperato di sconfiggere almeno il suo successore.
La vittoria di Guglielmo, perciò, non era solo una dimostrazione personale della sua capacità di difendere la creazione del padre: dimostrava che il regno non era l’avventura di un uomo soltanto, rivelandosi invece una realtà più solida di quanto all’esterno si fosse immaginato.
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La creazione del regno nell’arco di un quarto di secolo aveva richiesto a entrambi i monarchi un impegno continuo, tra vicende di cui è complicato fare la cronistoria, ma che non si possono semplificare senza falsare il carattere delle sfide che essi dovettero affrontare e superare.
Ad onta di ogni opposizione, il nuovo regno sopravvisse e perdurò in una forma o nell’altra fino alla caduta dei Borboni nel 1860.
Il regno di Ruggero Secondo, nonostante il modo singolare in cui fu messo insieme, diede dunque prova di una vitalità invidiabile.
E’ difficile credere che a ciò bastasse la sola forza di volontà di un re, ed è ancora meno plausibile chiamare in causa un qualche sentimento nazionale, sia pure in seno alla cerchia relativamente ristretta dei capi normanni.
Malgrado tutto c’era una ragione profonda nel nuovo organismo.
Il regno offrì all’Italia meridionale uan struttura formale per il suo sviluppo, struttura la cui mancanza in passato aveva molto danneggiato la regione.
Sotto la monarchia le varie parti del Mezzogiorno, per quanto disparate, scoprirono ciò che tutte avevano in comune: un rapporto con il bacino centrale del Mediterraneo, che la monarchia unita permetteva di dominare nell’interesse generale.
Riconosciuto da Roma ma senza grandi obblighi verso di essa, libero dal timore degli imperatori germanici e sciolto dai ceppi bizantini e musulmani, il regno aveva finalmente la possibilità di fabbricare il proprio destino.
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Parte seconda. Il regno.

Cap. 3. Le risorse materiali.

I territori governati dai re normanni coprivano un’area di circa 100.000 chilometri quadrati, pari a un terzo dello Stato italiano odierno.
Le stime demografiche si basano su incompleti dati fiscali del tardo Tredicesimo Secolo, che indicano una popolazione di circa quattro milioni e mezzo, sifra inaspettatamente alta.
Data la notevole proporzione di terreni montuosi e destinati al pascolo nel Sud, alcune zone dovevano dunque sostenere, al tempo di quel rilevamento, un numero cospicuo di abitanti.
Al tempo delle conquiste normanne, tuttavia, queste terre non erano sovrappopolate e si cercava di attirarvi gente, in particolare per migliorare la produzione agraria.
Coloni venivano non solo cercati al di fuori del regno, ma nuclei di popolazioni venivano anche incentivati a spostarsi da una regione all’altra.
Nel complesso, le terre del Regno meridionale avevano un’antica fama di fertilità e i contemporanei davano per scontata la loro ricchezza e prosperità.
Anche se oggi non c’è speranza di fornire una descrizione oggettiva della ricchezza del regno, le notizie desumibili da una gran parte delle migliaia di documenti superstiti danno l’impressione di un generale benessere economico, nonostante l’occasionale verificarsi di calamità naturali quali terremoti, eruzioni vulcaniche, annate cattive ed epidemie.
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Il benessere delle città marittime del regno si basava chiaramente sull’esportazione oltremare dei prodotti agricoli locali, anziché sull’importazioni di merci straniere.
La creazione del regno aiutò ad abbattere le barriere commerciali tra una parte e l’altra del regno stesso, ma prima del 1130 sembra che gran parte dell’interscambio commerciale avvenisse con l’esterno,  poiché le varie regioni trovavano i mercati migliori per le loro eccedenze non tanto nelle regioni vicine, quanto nelle popolose città del Nord Africa e dell’Oriente.
Il principale prodotto d’esportazione era il grano duro, per il quale la Sicilia era famosa fin dall’Antichità, anche se altre regioni del regno, come la Campania e la Puglia, ne producevano anch’esse in quantità sufficiente per esportarne una parte.
Il Sud esportava legname e olio e frutti stagionali come nocciole, noci e castagne, specialmente in Egitto.
I prodotti esportabili erano dunque molti.
L’abbazia di Santa Maria Latina a Gerusalemme apprezzava la Sicilia come fonte di alimenti quali lardo, tonno e formaggio, ma anche per le pelli d’agnello, di coniglio e di bue, per le ciotole di legno, la canapa, i tessuti di lino e di lana.
Edrisi parla delle ricche pinete del regno da cui si ricavava catrame e pece, utili per le costruzioni navali ed esportati in molti paesi.
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E’ necessario ricordare come si svolgeva il commercio in quella età, senza attribuire ai governi logiche anacronistiche.
L’atteggiamento di Ruggero Secondo in materia si può intravedere nelle condizioni imposte alla fedele città di Salerno, che nel 1137 era stata la sola a resistere alle pretese dell’imperatore tedesco.
Uno dei favori offerti dal re fu di ridurre le decime commerciali (decatias) e le altre tasse pagate dai mercanti salernitani ad Alessandria allo stesso livello di quelle pagate dai mercanti di Sicilia.
Ruggero, quindi, non mirava a stabilire un’unica politica commerciale per tutti i mercanti dell’intero regno.
Tutt’al più si preoccupava di assicurare determinati vantaggi a particolari gruppi d’interesse che avevano qualche titolo all’intervento regio.
Il commercio era condotto da gruppi di mercanti che agivano in società (consortia) di concittadini, come quelli di Amalfi, che avevano un loro quartiere a Palermo e negoziavano per proprio conto nel regno crociato.
Le grandi città dovevano fare assegnamento, per il loro successo, non sul governo regio ma sull’iniziativa dei propri cittadini.
L’esempio più notevole di questo fatto è l’impresa di un gruppo di marinai che nel 1087 portarono il corpo di san Nicola da Mira a Bari, senza nessuna autorizzazione o iniziativa dall’alto.
In questo periodo ciò che noi intendiamo per vita e intrapresa economica non era promosso dalle ambizioni dei principi e naturalmente non c’erano teorie economiche che influenzassero la politica a qualsiasi livello.
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Queste condizioni erano diffuse generalmente in tutto il regno.
Non sembra che tra una regione e l’altra ci fossero grandi divari di ricchezza.
Sotto Federico Secondo, per esempio, l’onere fiscale era distribuito in modo da suggerire che l’eredità del conte Ruggero Primo al suo pronipote valesse circa un terzo dell’intero regno; se si include il valore degli altri territori tolti all’Impero d’Oriente, l’insieme costituiva quasi il settanta per cento; il resto era costituito da terre dei precedenti principi longobardi e dei conti dell’Abruzzo.
All’interno di queste regioni potevano essere molte variazioni: nondimeno occorre ricordare, per esempio, che in questo periodo la Calabria non aveva ancora subito l’impoverimento che la colse in seguito.
Nelle condizioni del tempo, la Calabria traeva ancora beneficio dall’essere la testa di ponte per la Sicilia.
Sarebbe un errore dunque trasporre la povertà moderna nel Mezzogiorno di allora.
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Cap. 4. Le comunità religiose.

  1. Musulmani

Gli abitanti  della maggior parte dei regni del Dodicesimo Secolo traevano il senso di una qualche identità comune dal fatto di condividere la stessa religione.
In passato i cristiani inglesi, per esempio, si erano stretti insieme politicamente di fronte all’assalto dei vichinghi pagani.
Il Regno del Sud non poteva contare sulla solidarietà religiosa, perché nell’isola c’era una numerosa popolazione musulmana, e molti cristiani di rito greco erano disseminati con varia densità nei suoi territori.
Il “problema” confessionale non aveva la stessa importanza in tutte le parti del regno.
Non c’erano veri precedenti a guidare i normanni nel modo di trattare i musulmani o di governare i sudditi cristiani di un’altra tradizione.
I normanni dovettero procedere a tentoni, anche se certamente fu per loro un elemento di forza l’essere cristiani di rito latino, risoluti a stabilire usi latini in campo sia temporale sia ecclesiastico.
Ciò non li rese persecutori intolleranti di tradizioni estranee, anche se fin dall’inizio essi seppero trattare duramente sia i greci sia i musulmani.
I greci persero subito l’autonomia ecclesiastica quando i loro vescovi furono obbligati a riconoscere le prerogative della Chiesa di Roma nell’Italia meridionale,  ma non ci su nessun tentativo di cambiare i riti greci.
La gran parte dei musulmani fu ovviamente sottoposta a un potere loro estraneo, anche se alcune parti della Sicilia sembra rimanessero prevalentemente musulmane e se la pratica religiosa continuò senza interruzioni.
I normanni, con i loro alleati longobardi, agivano nell’ambito di una tradizione latina e a lungo andare l’egemonia normanna comportò l’emergere di uan Chiesa latina dominante.
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La Sicilia non era rinomata nel mondo islamico per le sue scuole o per la sua cultura; prima della conquista normanna era considerata, al contrario, poco ortodossa.
Nondimeno aveva i suoi dotti e i suoi poeti; costoro erano peraltro inclini a emigrare in Spagna o nel Nord Africa e ciò indica che in un regno cristiano non c’erano buone opportunità per musulmani fieri delle proprie tradizioni culturali, i quali preferivano naturalmente svolgere la loro attività in paesi musulmani.
L’isola diventò sempre meno attraente per i musulmani devoti con l’affluire da altre parti della cristianità di coloni latini, tendenzialmente ostili ai musulmani.
Già nel Regno di Guglielmo Primo vi furono disordini, che probabilmente contribuirono ad accelerare l’esodo musulmano da certe città e regioni, favorendo forse per un periodo il concentrarsi dei musulmani in aree dove essi si sentivano meno vulnerabili.
Nondimeno, ancora nel 1183 risulta, da un atto di concessione a Cefalù di dieci villani e dei loro poderi, che soltanto tre di essi si erano convertiti dall’islam al cristianesimo.
Nella Sicilia orientale, in inchieste condotte nel 1172 dal Gran giustiziere in Val di Noto compaiono ancora notabili saraceni di Siracusa che rendono testimonianza circa confini terrieri stabiliti una ventina di anni prima.
Tuttavia Catania già nel  1179 la moschea era stata abbandonata e convertita in una chiesa dedicata a san Tommaso Becket [quindi non fa scandalo il contrario accaduto recentemente a Istanbul].
Qui l’occupazione normanna aveva fatto sparire completamente dalla città, in circa un secolo, la presenza musulmana.
La rottura con le autorità a partire dal 1190 circa in poi è in netto contrasto con la situazione relativa alla maggior parte del Dodicesimo Secolo, quando rapporti discreti tra le comunità cristiane e musulmane erano generalmente la norma.
I musulmani non erano i soli contadini sottoposti a dominio signorile o soggetti a esazioni arbitrarie.
In alcuni luoghi musulmani e cristiani vivevano insieme negli stessi villaggi.
A distinguerli era la religione più che la condizione sociale, e sappiamo che quando la protezione regia, per una qualunque ragione, era inefficace, essi erano esposti a persecuzioni scatenate dai nuovi arrivati latini, i quali non condividevano l’atteggiamento tollerante del governo verso gli infedeli.
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  1. Ebrei

Se i vescovi bizantini dovettero accettare la giurisdizione papale, i monaci mantennero i loro legami con Costantinopoli e il Monte Athos.
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  1. Latini
  2. Monasteri

I normanni arrivarono dalla Normandia già pieni di entusiasmo per il monachesimo e con l’idea che favorire e proteggere i monasteri era un dovere dei potenti.
Nell’Italia meridionale gli Altavilla furono per lo più patroni generosi e fondarono nuovi monasteri per rispondere alle esigenze religiose dei loro compagni normanni, reclutando monaci e abati nella loro terra d’origine.
In terraferma i normanni trovarono molti monasteri illustri e d’antica data, con propri patroni tradizionali.
Le fondazioni normanne non istituirono modelli cenobitici più elevati, né mutarono il carattere del monachesimo locale.
Monasteri prestigiosi quali Montecassino e Cava dei Tirreni godettero nell’Undicesimo Secolo di un nuovo patronato normanno, ma per lo più sembra che le vecchie e le nuove comunità provvedessero ai bisogni di differenti gruppi sociali.
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Il movimento monastico più originale del Dodicesimo Secolo fu nel regno quello legato a san Guglielmo di Vercelli, fondatore di Montevergine.
La straordinaria espansione della sua comunità è probabilmente la massima testimonianza nel Sud di quanto acceso fosse l’entusiasmo spontaneo per la santità.
La comunità, situata a un’altitudine di 1270 metri, attirò sulla montagna conversi provenienti da sedi sovraffollate.
Alla comunità eremitica si unirono anche dei preti.
Facendo forza alle sue inclinazioni, Guglielmo aveva consentito la costruzione di una grande chiesa nuova, consacrata nel 1126 dal vescovo di Avellino e i preti della comunità non tardarono a reclamare uno stile di vita più tradizionalmente clericale.
La loro arroganza, nella sua casa, riuscì intollerabile a Guglielmo, che affidò la direzione al suo discepolo Alberto e se ne andò, riprendendo la sua vita errabonda di asceta in luoghi inaccessibili; salvo a lasciarsi indurre in seguito, da altri discepoli, a nuove fondazioni.
Gli ideali ascetici dei monaci ispirarono un gran numero di donazioni di piccole proprietà, offerte da umili benefattori, e col tempo la comunità generò una serie di priorati dipendenti.
Il carattere di questa vasta congregazione ricorda le pie tradizioni precedenti di Camaldoli e anticipa l’attrazione poi esercitata dai francescani.
Sfortunatamente, i molti documenti superstiti e le vite alquanto leggendarie del santo fondatore sono guide poco attendibili per la storia spirituale della congregazione e per la ricostruzione della sua influenza religiosa nella regione.
Pag. 126-27

L’abate dell’Italia meridionale che ebbe la massima influenza sui futuri francescani fu Gioacchino da Fiore.
Probabilmente di origine contadina, Gioacchino trascorse la giovinezza, come tante celebri figure religiose del regno, errando qua e là e vivendo da anacoreta.
Alla fine entrò nell’ordine cistercense a Sambucina, una filiazione di Casamari, donde fu eletto abate di Corazzo.
Formatosi intellettualmente come cistercense, approfittò delle opportunità di vita religiosa offerte dall’ordine ai rustici di lingua latina.
In seguito, scontento dell’ordine, se ne staccò e fondò un monastero indipendente nella Sila, San Giovanni in Fiore, che lui vivente diventò il fulcro di una piccola congregazione, poi molto ingrandita.
Il suo intento di fondare un’austera comunità nell’alta Sila, dove esistevano già varie comunità religiose greche, sembra indicare una sua stretta affinità con antiche tradizioni monastiche calabresi.
I rigori della vita monastica non precludevano neanche là un alto livello di istruzione e di cultura, e la compatibilità della fondazione di Fiore con le tradizioni greche è confermata dalla successiva incorporazione di parecchie case greche nella congregazione florense.
Gioacchino ebbe anche successo terreno, ottenendo una conferma e diverse donazioni da re Tancredi e dall’imperatore Enrico Sesto, e fu per certi versi incoraggiato dai papi, sia come interprete della Scrittura sia come riformatore monastico.
Pag. 128-29

I latini del Sud, quali che fossero i vantaggi politici loro derivanti dal dominio normanno, trovarono in loco ispirazione religiosa.
La natura delle nostre fonti – vite di santi, storie di miracoli, prediche, lettere – non è insolita, ma i particolari che esse rivelano mostrano come fossero peculiari i fervori religiosi del regno nel quadro del Dodicesimo Secolo.
Se le figure di santi spiccano con maggiore risalto, esse si stagliano su uno sfondo di pietà popolare formato da vigorose personalità individuali.
La gente comune del regno ci è rivelata nel modo più eloquente proprio nel vivo delle diverse dimensioni religiose.
Potenzialmente il regno cristiano aveva modo di attingere a risorse spirituali, oltre che materiali, di qualità eccezionale.
I visitatori stranieri del tempo erano colpiti favorevolmente da ciò che vedevano e non come quelli di età posteriori depressi da testimonianze di povertà, superstizione e degrado.
Il Sud di allora non costituiva un problema: si presentava come una terra promessa.
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Cap. 5. Aspetti della vita intellettuale e artistica.

La mescolanza di religioni e culture presenti nel Regno meridionale del Dodicesimo Secolo ha suscitato l’ammirato interesse dell’immaginazione moderna.
L’attenzione di è concentrata su edifici straordinari quali la Cappella palatina di Palermo, dove i talenti di artefici di tradizioni diverse furono messi all’opera per la gloria del re.
I visitatori coevi del regno, che trovavano motivi propri di meraviglia,  non parlano tuttavia delle attrattive offerte da una società cosmopolita.
Chi viveva nel regno avvertiva piuttosto le animosità reciproche dei vari gruppi che non i potenziali vantaggi di una mescolanza culturale.
I latini avevano il predominio politico e col tempo la cultura del loro gruppo prevalse in tutto il regno.
La cultura musulmana in Sicilia fu ovviamente la prima a essere sommersa, perché la differenza di religione rendeva i musulmani a lungo andare inammissibili.
Alla fine del Dodicesimo Secolo essi si sentivano abbastanza estranei per ribellarsi apertamente contro l’autorità latina.
Federico Secondo trattò spietatamente i ribelli e molti ne deportò a Lucera in terraferma, e alla fine del Tredicesimo Secolo l’ultima comunità musulmana superstite fu dissolta e i suoi membri venduti schiavi.
I greci non subirono mai persecuzioni analoghe: quali cristiani che accettavano l’autorità della Chiesa di Roma, le loro differenze erano conciliabili.
Tuttavia alla fine anch’essi furono sommersi in un ambiente prevalentemente latino.
La dimensione multiculturale del Regno meridionale fu perciò solo un fenomeno transitorio ed è improbabile che vi fosse mai un vero interesse per la promozione dei rapporti interculturali o per la protezione delle culture minoritarie.
D’altro canto, poiché non c’era una politica deliberatamente intesa a imporre l’uniformità, questa si realizzò soltanto come conseguenza indiretta della crescente sicurezza di sé dei latini.
A poco a poco il loro numero aumentò e il governo formò il proprio apparato di funzionari, artigiani e ecclesiastici; lentamente ma inesorabilmente i “non-conformisti” furono emarginati.
Non è possibile seguire passo passo il processo di imperialismo culturale nei secoli, ma i punti nodali sono abbastanza chiari.
A parte le differenze di religione, la lingua rappresentava un fattore di divisione.
In Inghilterra (il caso più simile), il francese diventò la lingua del governo, della legge e della cultura ed ebbe un’influenza marcata sullo sviluppo dell’inglese.
Nondimeno la sua influenza fu temporanea.
L’inglese rimase la lingua della maggioranza e a suo tempo recuperò il proprio predominio culturale diventando strumento di letteratura cortese.
Uno degli elementi di forza che aiutarono l’inglese a sopravvivere alla conquista normanna era la propria tradizione letteraria.
Niente di paragonabile esisteva nell’Italia longobarda.
Nel Sud, l’esistenza di una grande varietà di parlate doveva essere considerata cosa normale molto prima che arrivassero i normanni e probabilmente la capacità di parlare più di una lingua era abbastanza diffusa.
Il francese fu soltanto una lingua in più.
Sebbene fosse parlato nella corte regia del Dodicesimo Secolo, ovviamente non era usato in tutto il sistema dell’amministrazione pubblica.
Probabilmente i francofoni erano troppo pochi per imporlo, e forse riusciva loro facile imparare le lingue locali.
Non è possibile accertare quali parole francesi fossero adottate dall’italiano in questa fase, ma si suppone che normanni e longobardi comunicassero tra loro abbastanza facilmente, appartenendo a gruppi linguistici non eterogenei.
Nessuna lingua volgare aveva la prevalenza e anche negli ambienti di corte non risulta si coltivasse una letteratura volgare fino alla comparsa, al tempo di Federico Secondo, dei poeti della cosiddetta “scuola siciliana”.
Per gli scopi sociali ufficiali e legali, l’arabo, il greco e il latino erano tutti scritti da gente del mestiere.
La cosa più probabile è che le lingua parlate in uso fossero molte, ma rimanessero poco influenzate dall’amministrazione o dalla cultura dotta.
I bizantini in particolare appaiono buoni traduttori di opere greche in altino e accurati traduttori dell’arabo; fin dall’inizio essi ebbero un ruolo importante come interpreti e mediatori.
I normanni dal canto loro dovevano avere buona pratica delle lingue, data la loro dama di abilità nell’ingannare gli avversari.
Il Guiscardo, in particolare, sembra fosse oratore persuasivo non solo nella sua lingua, ma un tale talento potrebbe essere stato deliberatamente coltivato anche da altri potenti e sovrani.
Ibn Giubair riferisce con ammirazione che re Guglielmo Secondo parlava l’arabo.
E’ in questa tradizione che va letta l’osservazione di Giovanni Villani, secondo cui Federico Secondo parlava cinque lingue.
Pag. 131-33

Se nelle tradizioni artistiche c’erano scambi reciproci, altrettanto non sembra avvenisse in materia di religione.
Ci sono poche tracce di interesse latino per gli studi religiosi greci, anche se è possibile che la versione greca dei Settanta della Bibbia abbia stimolato la critica testuale della Vulgata.
A questo proposito, è degno di nota un salterio della Vulgata scritto prima del 1153 contenente una glossa interlineare in arabo, che potrebbe indicare un intento di aprire le scritture cristiane ai musulmani.
A sostegno di questa ipotesi esiste anche un testo dei Vangeli in greco e in arabo.
Mentre in tempi moderni la variegata composizione razziale, linguistica e religiosa del regno meridionale sembra aver costituito di per sé un ambiente favorevole alla ibridazione culturale, è chiaro che il contributo della Sicilia alla diffusione della cultura musulmana nell’Occidente latino fu assai meno importante di quello della Spagna.
Cordova era stata per molto tempo uno dei grandi centri intellettuali dell’Islam, e fino alla fine del Dodicesimo Secolo i dotti e gli studiosi islamici svolsero la loro attività in Spagna, specialmente a Toledo, per trovare i libri, i contatti e gli interpreti di cui avevano bisogno.
La Sicilia, invece, era rimasta in posizione periferica nella cultura islamica.
Era famosa per i suoi giardini, la sua fertilità e la sua ricchezza, non per le sue scuole.
Anche la sua ortodossia era risultata controversa.
Dopo la conquista normanna, i dotti musulmani preferirono in misura crescente abbandonare la bella isola, forse con rammarico, ma riconoscendo realisticamente di non poter più partecipare alle tradizioni intellettuali dell’Islam sotto una dominazione straniera.
In modo analogo, i greci erano rimasti culturalmente all’ombra di Costantinopoli.
Sembra però che nel periodo normanno, spezzati i legami politici con Costantinopoli, la cultura greca in certo modo rifiorisse, per iniziativa di alcuni monasteri.
Il riconoscimento da parte degli imperatori Comneni che i normanni andavano presi sul serio fece anche sì che nel Dodicesimo Secolo i rapporti diplomatici furono condotti a un più alto livello e i greci poterono per qualche tempo trarne vantaggio.
Ma a parte la corte regia, non c’era una tribuna dove le differenti tradizioni culturali del regno potessero incontrarsi su un piano di parità intellettuale.
L’eclettismo culturale che rese la corte, anziché la Chiesa, il centro focale della vita intellettuale del regno accentuò probabilmente l’interesse per materie di carattere profano.
Pag. 140-41

Da questi documenti si può tratteggiare il carattere della cultura alfabetizzata del Sud.
C’è l’evidente importanza in ciascun luogo del rispetto per le consuetudini locali, accoppiato con il regolare ricorso a uomini versati nella legge ed esperti nella sua applicazione.
La forma legale dei documenti nel regno variava naturalmente da una regione culturale all’altra.
Le consuetudini ebbero naturalmente uno sviluppo alquanto diverso nelle aree dove i longobardi vivevano sotto la legge imperiale bizantina e in quelle dove i longobardi governavano direttamente.
In Sicilia, dove i musulmani e greci mantennero le loro consuetudini, il talento dei notari sono nominati di rado.
I documenti latini, comunque, non erano scritti nei progrediti stili calligrafici del continente, e i notari dovettero avere minore importanza nella vita culturale dell’isole.
Pag. 145-46

La posizione della Calabria e della Sicilia sotto la monarchia differiva da quella delle province settentrionali.
In queste due regioni la cultura e gli insediamenti latini erano necessariamente uan novità, innestata forzosamente in società estranee, quindi le influenze nordeuropee vi furono probabilmente più forti.
La conoscenza dell’influenza normanna in tutta la sua ampiezza è stata però pregiudicata dal declino della Calabria dopo la guerra dei Vespri siciliani e dall’abbandono secolare che ha cancellato tanta parte del periodo aureo della storia calabrese, vale a dire i secoli Dodicesimo e Tredicesimo.
Solo in tempi molto recenti gli storici locali hanno cominciato a rimetterla in luce e a mostrare come l’occupazione latina della Calabria segnò una fase importante nell’assimilazione di influenze nordiche, per esempio in architettura, prima  dell’erezione dei più celebri monumenti siciliani.
Parecchie grandi cattedrali furono certamente costruite alla vigilia della fondazione della monarchia.
Resti visibili rimangono soltanto di quella di Gerace, a suo tempo una delle più grandi e belle della regione.
Questo gusto per gli edifici grandiosi deriva appunto dal Nord e attraverso la Calabria esso raggiunse la Sicilia.
Ruggero Primo trasse due dei primi vescovi siciliani, Stefano di Mazara e Angerio di Catania, dall’abbazia di Sant’Eufemia, es essi probabilmente progettarono le loro cattedrali nel nuovo stile francese.
Elementi di somiglianza sono stati anche rilevati tra le superstiti cattedrali normanne di Sicilia e d’Inghilterra.
La lunghezza delle navate (per esempio a Palermo), le torri frontali di Cefalù e certi dettagli delle arcate e dei capitelli trovano riscontri in esempi inglesi.
La spiegazione più semplice può essere che queste somiglianze fossero il risultato dell’arrivo di artigiani inglesi nell’isola, ma non a squadre, perché la sopravvivenza di tradizioni edilizie locali indica  anche l’impiego di lavoratori locali.
La disponibilità di artigiani provetti nel Regno meridionale era naturalmente molto più ampia di quanto appare dalle opere superstiti, perché gran parte dei loro lavori sono andati inevitabilmente perduti.
Delle seterie palatine di Palermo, soltanto lo splendido manto fatto per Ruggero Secondo nel 1133-34 può essere ancora ammirato a Vienna.
Ci sono anche altri ornamenti d’oro e d’argento e stoviglie smaltate, ispirate dagli stili sia del Limousin sia di Costantinopoli.
La richiesta di artigiani esperti nella lavorazione di materiali preziosi e semipreziosi si sviluppò probabilmente soprattutto nel Dodicesimo Secolo.
L’abate Desiderio di Montecassino aveva dovuto importare da Costantinopoli quasi tutto ciò che gli occorreva per la sua nuova abbazia e quando il regno fu fondato i tentativi di addestrare lavoratori indigeni erano ancora recenti.
Palermo aveva già un buon numero di abili artigiani e i re, se incoraggiavano l’immigrazione di artigiani da fuori, non erano alieni dall’importarli a forza, come quando Ruggero Secondo nel 1147 si impadronì dei setaioli di Tebe in Grecia.
Al rapido rifiorire di arti tanto varie contribuì non poco l’afflusso di talenti da molte nazioni, ma anche gli italiani del Sud furono lesti ad approfittare di queste opportunità.
Il regno insomma non fu una colonia nordica istituita da uomini che imponessero il proprio dominio sopra una popolazione ritenuta primitiva e inferiore.
Ci furono bensì innovazioni normanne, ma esse si innestarono in un organismo vivo e vitale, ricco di originalità e di energia propria.
Pag. 148-49

Cap. 6. L’ordinamento della società

L’impressione di esotismo che gli stranieri ricavavano visitando il regno è stata amplificata da molte descrizioni moderne della realtà meridionale del Dodicesimo Secolo.
Basta un momento di riflessione per rendersi conto di quali difficoltà scaturissero per la società e per il governo dalla riunione di genti di tradizioni tanto diverse in una singola entità politica.
Neanche la creazione della monarchia impose immediatamente l’autorità e i mores di un gruppo governante coeso, come avvenne in Inghilterra.
Lo stesso Ruggero Secondo cercò di attirare al proprio servizio persone capaci appartenenti a culture diverse, non trovando nel regno tutti i talenti necessari.
Durante tutto il Dodicesimo Secolo i re indussero uomini dell’Italia settentrionale, di Spagna, Francia e Inghilterra a entrare al loro servizio; mercanti pisani, genovesi e veneziani stabilirono colonie per promuovere i propri interessi commerciali.
Il gruppo di governo, permeabile esso stesso a nuovi elementi, comprendeva la necessità che tutta la società, a ogni livello, accogliesse immigrati; principalmente, ma forse non del tutto consapevolmente, al fine di rafforzare il predominio dell’elemento latino nell’isola, dove tutti i latini venivano da fuori.
Anche la manodopera era limitata, e si fecero sforzi deliberati per attirare lavoratori e per aumentarne il numero, perfino con deportazioni forzose dalla Grecia e dal Nord Africa.
Perciò alle diversità originarie altre se ne aggiunsero.
Se a lungo andare tutti questi elementi sarebbero stati sommersi dalla marea latina, nel breve periodo le diversità locali si accentuarono anziché livellarsi.
Tutto ciò rende difficile considerare lo stato del regno secondo i semplici criteri adottati nell’analisi delle culture relativamente omogenee dell’Europa occidentale moderna.
A Catania il vescovo Giovanni offrì a tutte e quattro le popolazioni – latini, greci, musulmani ed ebrei – il beneficio delle loro leggi, come se il re dal canto suo non avesse statuito nello stesso senso in materia di personalità del diritto.
Potevano esserci attese in questo senso, ma ciò che accadeva in pratica dipendeva dalle condizioni locali.
Pag. 150-51

Dopo le esperienze avute da Ruggero Secondo con Bari negli anni 1130-40, non fa meraviglia che i re si guardassero dal permettere alle città di mantenere le proprie difese.
Quale e quanta autonomia le città piccole e grandi continuassero ad agognare sotto la monarchia non sappiamo.
Certo non tutte le città erano ostili alla monarchia.
Ad esempio la grande capitale longobarda, Salerno, rimase fedele a Ruggero nel 1137 anche contro Lotario.
Per ricompensarla Ruggero Secondo non offrì concessioni istituzionali bensì finanziarie, quali l’esenzione da tasse sugli scambi (mediaticum) o dal plateaticum per le navi provenienti da altre parti del regno (Calabria, Lucania o Sicilia) e per il pescato locale, e dal dazio sulle misure liquide.
Vietò anche ai funzionari regi di appropriarsi per uso pubblico degli animali dei cittadini.
Le città del regno non avevano probabilmente tutte le stesse aspirazioni, né queste erano sempre rivolte all’autonomia.
Le migliori indicazioni ricavabili in proposito sembrano venire dai termini dei privilegi concessi da re Tancredi a una serie di città tra l’aprile 1190 e il luglio 1193.
Questi diplomi non furono onorati dai suoi successori e possono essere definiti un grave cedimento da parte del re, con la concessione di preziose prerogative in un momento difficile per la monarchia.
Nondimeno le città non imposero o non poterono imporre condizioni di sorta.
Lo splendido diploma originale di Barletta sopravvive ancora come documento che attesta una fedeltà premiata: vale a dire essere annessa in perpetuo al demanio regio.
In particolare i cittadini chiesero il privilegio di non essere citati in giudizio fuori della città senza speciale autorizzazione regia e di avere giudici della propria città.
Fu vietato il duello giudiziario, salvo per accuse di tradimento o per reati punibili con la morte o con la mutilazione.
Una clausola si occupa dettagliatamente della validità dei testamenti fatti da viaggiatori (peregrini), sempre numerosi a Barletta; in particolare nel caso in cui la sola prova del testamento fosse la testimonianza orale del padrone della locanda dove il viaggiatore era morto.
Ai cittadini era consentito il libero pascolo negli acquitrini tra Barletta e Trani, purché questi non risultassero deteriorati.
Pag. 157

Le città siciliane, anche le maggiori come Palermo e Messina, non avevano tradizioni di indipendenza urbana paragonabili a quelle di città continentali come Bari e Napoli e l’eterogeneità della loro popolazione contribuiva certamente a rendere più difficile lo sviluppo di un senso di comunità e identità civica capace di espressione istituzionale.
Messina aveva una popolazione prevalentemente greca ed era già porto fiorente nel Dodicesimo Secolo.
Ibn Giubair parla della sua rada profonda, dove le navi potevano essere attraccate presso le banchine e la considerava certamente la città principale dell’isola, anche se Palermo era più bella e vantava il primato come sede del governo regio.
I messinesi erano gente incline ad agire arditamente per fini propri, ma le loro imprese piratesche li rendevano certo elementi preziosi nelle spedizioni marittime in Nord Africa e in Grecia.
La conquista normanna aveva dato alla città la sua grande occasione, perché Messina era il transito indispensabile per la Calabria.
La maggior parte dei viaggi marittimi dall’isola al continente e viceversa passavano per Messina e la sicurezza offerta dal regno attirava nello stretto il traffico diretto in Oriente di tutti i mercanti settentrionali, come i pisani e i genovesi.
La città vibrava di energia e di audacia e la sua ricchezza la rendeva naturalmente oggetto di ambizioni e cupidigie.
Pag. 159-60

Le fonti ci inducono, dunque, a vedere il regno come un mosaico di comunità distinte, urbane e rurali, preoccupate dei diritti e delle condizioni locali e tutte generalmente orientate a governarsi facendo capo a se stesse anziché a poteri lontani.
Il governante giusto confermava le buone antiche consuetudini locali.
L’innovazione era opera di coloro che abusavano del loro potere attuale per imporre esazioni inconsuete.
Per molte località locali, queste novità – quali l’uso di nuove ordalie nei giudizi o i nuovi tributi finanziari pretesi per i possessi militari – erano associate con i normanni.
Contro queste cattive usanze, la comunità si aspettavano che il re si schierasse dalla loro parte e non esprimesse solidarietà al potere signorile di origine normanna.
Pag. 163

Ruggero Secondo doveva ai grandi l’accettazione della sua signoria; senza di loro, la monarchia non avrebbe significato nulla.
Come esigeva che il principe di Capua riconoscesse la sua sovranità, egli aveva esigenze analoghe riguardo ai conti all’interno del regno.
I singoli conti che dopo il 1130 si si mostrarono sleali furono imprigionati o esiliati, ma le loro contee non furono smembrate.
Esse venivano affidate a nuovi conti appartenenti a famiglie fedeli, come a Conversano dopo il 1133, o a funzionari regi finché i vecchi conti non fossero tornati a fare pace col re.
I diplomi mostrano che i conti di Ruggero Secondo aggiungevano al loro titolo la formula gratia regia, ma significativamente mantenevano anche, al primo posto, la formula tradizionale “per grazia di Dio”.
Il re perciò non faceva che riconoscere l’autorità che ad essi veniva dall’alto.
Non è possibile seguire le fortune di tutti i numerosi conti del regno.
Il poco che sappiamo non giustifica l’idea che ci fosse una politica regia verso i conti in generale.
Il problema, in realtà, era di assicurarsi la fedeltà dei singoli.
Alcuni di essi entravano per matrimonio a far parte della famiglia Altavilla, come in passato, il che doveva contribuire a legare i grandi alla monarchia con vincoli di parentela.
Non si deve vedere, in questo, un piano per assorbire le contee in un unico grande patrimonio regio.
La corona aveva anche un interesse politico a guadagnare dalla sua famiglie potenti e ad allargare la sua base di sostegno.
Essa riconosceva che i conti formavano parte della struttura ordinaria di governo e non cercava di diminuire la loro autorità.
Pag. 165

Dalle notizie disponibili sulle grandi famiglie del regno può sembrare che queste avessero nel governo un ruolo marginale.
Ma gli studi su di esse sono relativamente recenti, e se si lasciano da parte le idee preconcette sul carattere del governo regio,  è chiaro che le grandi famiglie avevano considerevoli possibilità di esercitare la loro influenza localmente.
Tuttavia, data la scarsa documentazione, molti quesiti circa il loro ruolo non saranno mai risolti.
In che misura i signori normanni si imparentarono per matrimonio col potere locale?
Presero sotto di sé molto vassalli longobardi, o assorbirono terre longobarde nei propri appannaggi?
Certamente i normanni non erano abbastanza numerosi per soppiantare diritti fondiari più diffusi e gettare le basi, come fecero in Inghilterra, di una legge generale relativa ai possessi militari protetti dai tribunali del re, i quali, col tempo, avrebbero stabilito nuove norme.
Al contrario, le consuetudini giuridiche longobarde sopravvissero e le norme franche che si applicavano principalmente, ma neanche allora esclusivamente, ai possessi militari erano quelle considerate anomale.
Pag. 168

Nel sud longobardo, i normanni avevano acquistato influenza tramite alleanze matrimoniali più di quanto ciò era stato possibile in Inghilterra.
Nondimeno, il loro predominio nei territori longobardi, come in quelli precedentemente greci e musulmani, fu ottenuto grazie allo sviluppo di signorie che diedero il loro controllo politico.
Per loro la monarchia era il logico sbocco dell’ordine che essi avevano introdotto.
La popolazione indigena, che preferiva l’autonomia, non aspirava affatto a creare un ordinamento politico più ampio; ma i normanni, che non avevano nessun particolare radicamento locale, rispettavano il potere di signorie superiori, purché queste sapessero effettivamente dimostrare la loro forza.
Anche se non tutti i normanni se ne resero conto subito, la monarchia poteva anche aiutarli a consolidare la loro presa nel Sud.
Senza di essa, dato che le singole signorie erano limitate nello spazio, i normanni isolati sarebbero stati assorbiti prima o poi nelle culture locali, perché da soli non avrebbero potuto resistere a lungo alle pressioni longobarde e greche.
La monarchia aiutò i “normanni” ad avere una nuova coesione in tutto il regno, quale nuovo ceto dirigente dotato di speciali vantaggi sociali e politici.
Pag. 175

Nell’Inghilterra del Tredicesimo Secolo, una importante distinzione giuridica venne tracciata tra coloro le cui persone e i cui beni erano protetti dai tribunali regi e coloro che non erano liberi, ossia erano soggetti a signoria.
Analogamente, Federico Secondo, nelle sue costituzioni del 1231 (Liber Augustalis, 3., 4), affermò che coloro che erano direttamente sotto la protezione del re (nullo mediante) dovessero essere considerato liberi (liberi censeatur), sebbene nel contesto di questa legge egli tentasse di recuperare dipendenti al demanio regio.
E’ possibile che nel regno di Federico, fin dagli inizi, molti si considerassero abbastanza liberi per appellarsi al re al fine di ottenere giustizia, pur trovandosi sotto signoria: il tribunale regio ereditò le responsabilità di tutti i tribunali pubblici prima attribuite ai predecessori del re mediante i titoli di duca di Puglia, di principe di Capua e di altri ancora.
Lo stesso Federico Secondo consentì appelli ai suoi tribunali da parte di villani sotto signoria, chiamandoli suoi fideles es esaminando le loro lagnanze verso signori che pretendevano tributi e servizi non consuetudinari.
Di fronte alla prospettiva del controllo regio, è probabile che i signori desiderassero definire con maggiore precisione i loro diritti sui dipendenti, in modo che soltanto quelli classificati come “liberi” conservassero la facoltà di invocare la protezione regia.
E’ quindi probabile che la monarchia abbia avuto un ruolo importante nel concentrare l’attenzione sulla natura della libertà giuridica.
La creazione della monarchia lasciò intatti alcuni dei poteri preesistenti tanto dei conti quando di altri soggetti.
Di fatto, la monarchia avallò l’esistenza di signorie dotate di giurisdizione, anche se non c’è modo di stabilire in che misura tali signorie fossero già formate prima del 1130.
Alcuni vescovi e monasteri privilegiati costituivano certamente il tribunale competente per i propri affittuari.
Non ci sono documenti circa i poteri dei vassalli laici all’interno di contee e principati.
Recenti argomentazioni secondo le quali la signoria era nel regno meno comune di quanto si supponeva una volta sembrerebbero indicare, tuttavia, che la maggioranza della popolazione era ancora soggetta alle autorità pubbliche locali almeno per quanto riguarda la giustizia e che la monarchia continuò a provvedere in questo senso.
Al tempo stesso, la corona aveva anche bisogno dell’appoggio dei suoi magnati, ed era in condizione di fare concessioni eccezionali di poteri giurisdizionali a titolo di favore: la sua azione, perciò, poteva subire spinte in direzioni del tutto diverse.
Pag. 175-76

Lo sviluppo della signoria nel Dodicesimo Secolo non si può spiegare interamente in termini di iniziativa signorile o di favori regi.
Tale sviluppo derivò anche dalla tendenza e dalla capacità dei contadini di cercare condizioni migliori per sé, se non altro migrando da un luogo all’altro.
I signori erano in competizione gli uni con gli altri, oltre che con l’autorità pubblica, cioè con il re, al fine di ottenere affittuari che essi potevano controllare soltanto bloccando ogni pretesa pubblica sui loro servizi.
Ciò indica una generale scarsità di contadini nel regno.
In tutte le terre possedute in signoria furono sperimentati vari mezzi per risolvere questo problema.
Alcune chiese furono in grado di ottenere privilegi che erano in contrasto con la consuetudine generale.
Il duca Ruggero di Puglia, per esempio, consentì nel 1110 ai monaci di Cava di rivendicare come servi dell’abbazia tutti i figli dei servi e delle ancillae che si sposavano liberamente.
Non c’era nessun impedimento legale o consuetudinario ai matrimoni misti in quanto tali, e lo scopo del privilegio sarebbe stato vanificato se esso in futuro li avesse di fatto impediti.
Ma il privilegio dimostra che in Campania la consuetudine aveva normalmente considerato liberi i figli dei servi nai matrimoni misti.
L’abbazia di Cava intendeva mantenere in soggezione tutti i discendenti dei suoi affittuari, nonostante la consuetudine locale.
Pag. 183

Al livello più infimo della società meridionale c’erano gli schiavi, che compaiono nei documenti soprattutto come domestici.
Calcolarne il numero non è possibile.
Poiché non era lecito rendere schiavo un cristiano, tutti gli schiavi provenivano da fuori, e una delle fonti principali di reperimento dovevano essere le azioni di pirateria.
Prima della conquista normanna, musulmani ed ebrei avevano posseduto schiavi, probabilmente anche questi in qualità di domestici, e sebbene più tardi fosse loro vietato di avere schiavi cristiani ciò non impediva che essi acquistassero neri o altri infedeli del Nord Africa.
Alcuni schiavi erano forse impiegati negli orti e frutteti intorno a Palermo.
Il re stesso aveva schiavi musulmani, forse acquistati generalmente all’estero anziché fra i musulmani di Sicilia.
Alcuni di essi assursero a posizioni di responsabilità, non solo nella casa del re ma inevitabilmente anche nel governo: per esempio il gaitus Pietro, emancipato soltanto dal testamento di Guglielmo Primo.
Questo pio atto trova riscontro in alcuni documenti privati superstiti, in cui il testatore libera i suoi schiavi personali.
A Bari la cerimonia formale in chiesa dava pubblicità al fatto della manomissione.
In una controversia sulla condizione legale di un uomo, i testimoni dichiararono che sua madre era bulgara e cristiana, il che significava che egli non poteva essere schiavo, poiché era lecito avere soltanto schiavi di origine “slava” o pagana.
Anche se questi schiavi ricevevano il battesimo, ciò apparentemente non bastava ad assicurare la loro libertà; ma è probabile che la manomissione alla morte del proprietario fosse considerata normale.
Una donna lasciò il suo servus a un prete a condizione che dopo cinque anni di servizio, giorno e notte (die et noctu), egli fosse formalmente manomesso (se non era fuggito nel frattempo).
In quanto singoli individui, impiegati come servitori, è probabile che la sorte degli schiavi non fosse in pratica peggiore di quella degli altri domestici.
Una vedova di Amalfi, nel 1090. Estingue un debito di quattro tarì d’oro assegnando sua figlia a due coniugi, perché li serva giorno e notte per tutta la loro vita.
La madre pattuisce che la figlia sia trattata bene e provveduta di cibo, vestiario e scarpe secondo le possibilità dei coniugi; ma nell’eventualità di una fuga, il padrone avrà il diritto di recuperarla, anche se essa sia tornata a casa.
In compenso, alla morte del padrone la ragazza riceverà otto tarì e un corredo per sposarsi.
Di fatto, e non sempre per libera scelta, alcune schiave erano certamente trattate da concubine e generavano figli al padrone.
Alcuni contratti matrimoniali impongono allo sposo di allontanare da casa ogni ancilla, ed è una clausola significativa.
I testamenti provvedono spesso a queste donne e ai loro figli.
Nel 1198 i monaci di Montevergine ricevono un lascito a condizione che essi permettano ai figli naturali che il benefattore ha avuto dalla sua “serva Rocca” di possedere terra per un canone fisso di due tarì all’anno.
Nei testamenti in cui si fa menzione di schiavi, il benefattore dimostra considerazione e cura per chi lo ha servito fedelmente.
Pag. 188-89

Se gli schiavi fossero stti numerosi, li troveremmo menzionati incidentalmente più spesso nei vari materiali disponibili, ritenendo pure che essi non fossero in grado di lasciare documenti propri.
Essere schiavi era una condizione molto miserevole, ma insolita, che derivava da qualche calamità: guerra, crimini o rovina economica.
Nel regno, il presupposto era che gli abitanti fossero liberi.
Pur vivendo secondo le proprie leggi, essi si aspettavano che il re li difendesse dall’oppressione, anche da quella dei loro signori, i vassalli del re.
Pag. 189

 Parte terza. La monarchia.

Cap. 7. I re nel proprio regno.

I monarchi europei del Dodicesimo Secolo, salendo al trono, assumevano normalmente una dignità regia già riconosciuta; diverso il caso di Ruggero Secondo, che dovette definire ex novo e imporre il proprio ruolo.
L’idea del re che si propone di foggiare il destino dei suoi sudditi è piaciuta agli storici da quando l’Illuminismo rese attraenti i monarchi innovatori.
E’ tuttavia improbabile che Ruggero Secondo apprezzasse una tale opportunità o si gloriasse dei suoi poteri di innovazione.
All’opposto, egli preferiva mettere in sordina le novità e ottenere rispetto collegando la sua monarchia ad autorevoli precedenti.
Per mettere radici, la nuova corona aveva bisogno di affermarsi disturbando il meno possibile i poteri esistenti; affrontando i nemici dichiarati, ma non suscitandone di nuovi.
Il titolo stesso assunto da Ruggero e dai suoi successori, “Re di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua”, indicava che le vecchie entità erano state unite dalla monarchia, non cancellate.
Pag. 193

Senza una sequenza di documenti governativi da usare o da cui trarre deduzioni, gli storici devono arrangiarsi con gli atti regi superstiti, conservati per lo più in archivi ecclesiastici (come è normale per tali documenti in tutta l’Europa occidentale).
Soltanto adesso è in via di pubblicazione un’edizione critica di questi acta.
Si stima che sotto Ruggero Secondo almeno tre quarti dei documenti emanati dalla cancelleria reale fossero scritti in greco.
In seguito il loro numero diminuì drasticamente.
Nel 1200 il greco non era più nemmeno in uso come lingua ufficiale della cancelleria.
La maggior parte dei documenti greci conosciuti consistono in concessioni effettuate ai monasteri greci del regno.
Altri se ne conosceranno quando si potrà studiare l’archivio di Messina, trasportato in Spagna nel Diciassettesimo Secolo e recentemente riscoperto a Siviglia.
Una valutazione adeguata dell’importanza nel regno dei fattori connessi alla grecità sarà possibile solo con la pubblicazione in edizione moderna di tutti i documenti pertinenti.
Al momento sono noti soltanto cinquanta testi greci, ma ce ne sono altri trentanove superstiti in traduzioni latine fatte in vari periodi dopo il Dodicesimo Secolo.
Di tutti questi, soltanto sedici sono originali, e da essi occorre ricavare criteri affidabili per accertarne l’autenticità.
Le argomentazioni basate su documenti di provenienza greca vanno perciò trattate con prudenza, certo con una prudenza maggiore di quella dimostrata da alcuni storici.
Pag. 197

Ora, il contesto storico della monarchia era la frammentazione del potere nel Sud e una tradizione culturale mista.
Sebbene documenti ufficiali fossero emanati sia in greco sia in arabo, relativamente parlando la loro importanza andò declinando nel corso del Dodicesimo Secolo, mentre il latino diventava sempre più la lingua principale del governo.
Ciò significa che i re non possono aver modellato deliberatamente il loro governo sugli schemi del governo di Sicilia anteriore al 1127, quando la gente che parlava greco e arabo formava la maggioranza della popolazione.
Non si può stabilire in modo categorico se la posteriore predominanza dell’elemento latino fosse dovuta all’influenza di procedure tratte dalle tradizioni continentali del regno, o all’attività di uomini provenienti da Nord come Roberto di Selby e Riccardo Palmer, o ancora alla ricettività del regno verso le correnti occidentali della pratica cavalleresca.
Ma certo tale predominanza rende meno probabile che il regno derivasse qualcosa più che un beneficio residuale dalla sua eredità greca e araba.
In altre parole, l’ispirazione del suo governo non era greca, ma occidentale.
Se esso mutuò qualcosa da Costantinopoli, fu il nòcciolo romano, non il guscio bizantino.
Pag. 198-99

Norme regie. La legislazione regia può fornire altre indicazioni utili per accettare quale fosse la funzione svolta dal sovrano nella sfera dell’amministrazione della giustizia.
In una norma eccezionalmente estesa, Guglielmo Secondo ricorda quante denunce erano state presentate alla sua persona quando egli era in transito per la Puglia: è ragionevole supporre che, per quanto fosse inusuale, il re in occasioni come queste sanasse ingiustizie e fissasse nuove regole.
Le proteste relative agli abusi in materia di diritto di pascolo perpetrati dagli ufficiali forestali – non solo quelli regi ma anche quelli dipendenti da conti e baroni – giungevano dai proprietari di animali da allevamento, compresi quelli che transitavano da un distretto a un altro, nonché da coloro che possedevano muli e cavalli da soma, tassati per il trasporto dei rami degli alberi adoperati probabilmente per i fuochi da bivacco.
Il re ritenne di risolvere questi problemi attraverso alcuni mutamenti di ordine giuridico, riducendo il numero dei forestali così da limitare il livello delle vessazioni, e stabilendo che i danni causati dagli animali dovevano essere valutati da vicini onesti.
Pag. 217

I re non erano obbligati a investire tutte le loro energie nell’attività di governo vera e propria per poter venire incontro alle aspettative dei sudditi e promuovere un atteggiamento di fiducia nei confronti della corona.
In base ai loro personali interessi, per quello che si può percepire, dovettero essere spinti a fare della stessa curia regia il cuore del regno.
I re davano sicuramente libero sfogo alle proprie inclinazioni culturali ed artistiche, in particolare assecondando il proprio entusiasmo per le costruzioni: chiese, palazzi e padiglioni privati collocati dentro giardini e parchi.
Tale interesse risulta già chiaro in Ruggero Secondo.
Lo stesso Romualdo Salernitano dà notizia dell’edificazione da parte di Ruggero Secondo del palazzo regio a Palermo, uan parte del quale è ancora oggi visibile, e del ritiro della Favara, costruito, quest’ultimo, vicino al mare, nei pressi di un laghetto artificiale destinato a un uso invernale e primaverile.
Dopo avere delimitato con un muro di pietra un grande parco abbellito da una vegetazione preziosa che si sviluppava tra i boschi e le colline fuori Palermo e nel quale veniva cacciato il capriolo e l’orso selvaggio, il re fece costruire un’altra residenza, il “Parco”, situata poco sopra la Conca d’Oro, dotata di una propria riserva d’acqua e destinata alle battute di caccia estive.
A questi luoghi di delizie Guglielmo Primo aggiunse La Zisa, ricca di splendidi giardini con alberi da frutto e canali, per la quale si disse che il re non aveva badato a spese.
Il suo nome deriva da un termine arabo che significa “glorioso”.
Un’iscrizione araba indica che Guglielmo Secondo completò l’opera dopo la morte del padre.
La Cuba, invece, circondata dall’acqua, venen fondata, secondo quanto riporta la sua iscrizione, da Guglielmo Secondo.
Pag. 222-23

I re normanni non mutuarono perciò una simbologia esotica dai loro nemici ma da coloro che erano loro sudditi.
I normanni non avevano importato simboli visibili della regalità e in ogni caso, dal loro punto di vista, il rispetto per la monarchia dipendeva dalla concreta capacità dei sovrani di imporre la loro forza militare e politica.
Invece, per quanto riguarda la maggioranza dei sudditi, interessata solo raramente dal governo del re, vennero compiuti sforzi perché venisse educata a un modello di regalità elaborato, nell’Oriente mediterraneo, dagli imperatori bizantini di Costantinopoli.
Parlare greco offriva a Ruggero accesso alla cultura dell’Impero bizantino, ma è bene non dimenticare che nel Dodicesimo Secolo l’imperatore di Costantinopoli era visto come il sovrano ma dell’Impero romano, il rappresentante vivente di una tradizione culturale mai interrottasi.
I bizantini, nel regno di Ruggero come altrove, calcolavano il tempo non sulla base degli anni di regno dei loro sovrani e neppure a partire dalla incarnazione, ma dall’origine biblica del mondo (5508 prima di Cristo).
Ruggero Secondo pensava a se stesso non come uno che vestiva panni eleganti ma non propri, immaginando piuttosto di rientrare a buon diritto in una tradizione che dopo molti secoli di decadenza, provvidenzialmente conservatasi in Oriente, veniva così restituita all’Occidente.
Pag. 224-25

Le perduranti difficoltà fra il papa e la monarchia, relative soprattutto alla originaria influenza papale nel Mezzogiorno, rendono ancor più significativo che non ci fossero esponenti del clero meridionale che si mostrassero proclivi a schierarsi accanto al papa contro Ruggero Secondo: atteggiamento opposto a quello dei prelati inglesi, i quali, come Anselmo e Becket, invocarono e ottennero l’appoggio del papa quando si opposero ai loro re.
Sebbene non ci fosse una consuetudine di deferenza del clero nei riguardi della monarchia in Italia meridionale, il clero medesimo si mostrò docile ai desideri del sovrano.
Ciò si può forse spiegare col fatto che non c’erano chiese tanto forti per ricchezza e privilegi da potere sfidare la volontà del re.
Più semplicemente esse non coltivavano el ambizioni di autonomia e di prestigio che caratterizzavano alcune chiese settentrionali, capaci per questo di contrapporsi ai sovrani.
Inoltre, sebbene i prelati meridionali in passato fossero entrati in conflitto con i titolari del potere pubblico, in generale i legami con la nobiltà locale e con i principi avevano costituito un fruttuoso sistema di relazioni.
Né d’altra parte essi erano tanto ricchi da accendere gli appetiti dei principi.
Se è vero che la creazione della monarchia determinò in questo senso nuovi problemi, non si può dire però che tutta una storia precedente di tensioni fra Chiesa e poteri laici condizionasse la possibilità di reciproca intesa fra il re e il clero.
Nessuno si aspettava, insomma, che sarebbe sorta tensione fra il papato e la monarchia.
Pag. 226

L’energia di Ruggero nella conduzione della politica ecclesiastica in Sicilia è innegabile, ma in quanto legato del papa il re non poteva ignorare del tutto il punto di vista del pontefice.
Giovanni di Salisbury fa un resoconto dei negoziati intercorsi fra Ruggero ed Eugenio Terzo riferendo come il re confermasse alle chiese del regno il diritto di eleggere liberamente i propri vescovi.
Giovanni aggiunge che gli elettori ecclesiastici giuravano senza eccezione che essi non ricevevano pressioni dal re e che non c’erano indizi di pratiche simoniache: sembrerebbe perciò che davvero Ruggero avesse cura di nominare candidati degni.
Lo stesso Giovanni obiettava però che Ruggero concedeva le chiese come fossero beni personali; aggiungendo d’altra parte che Eugenio doveva a sua volta badare a non accettare favori dai candidati a un ufficio: il papato stesso non sempre agiva in maniera ineccepibile.
Pag. 229

Dal 1130, ovunque in Europa, non c’era solo una storia già lunga di protezione regia dei monasteri; il vecchio ordine benedettino era già stato toccato dall’entusiasmo per il movimento per la riforma, nel quale i cistercensi avevano avuto modo di distinguersi.
Il regno non aveva monasteri impegnati da lungo tempo a considerare la regalità come potere di ispirazione divina finalizzato a proteggere la Chiesa di Dio; così come mancavano, d’altra parte, abati riformatori impazienti di offrire ai sovrani i loro consigli.
Ruggero stesso non aveva molta cognizione dei caratteri del monachesimo tradizionale.
Prima del 1130 l’unico monastero benedettino esistente in Sicilia, e ancora privo di status vescovile, era quello di Lipari, che era stato scelto dalla madre dello stesso Ruggero come sua sepoltura.
L’ipotesi di patronato coltivata da Ruggero consisteva nella realizzazione dell’originale progetto paterno di elevare il monastero al rango di sede vescovile.
Pag. 232

La creazione di Guglielmo Secondo divenne una delle meraviglie della Sicilia.
Tutte le vicende successive alla morte del suo fondatore consentirono che Monreale diventasse in effetti il baricentro religioso della monarchia normanna come Guglielmo Secondo aveva progettato.
Per questa ragione Monreale fu piuttosto il canto del cigno della monarchia degli Altavilla.
Il cugino di Guglielmo, Federico Secondo, non lasciò con la sua presenza un forte segno artistico in Sicilia.
La sua visione fu consapevolmente di tipo imperiale ancora più di quella dei suoi predecessori e fu Roma piuttosto che Costantinopoli a stimolare la sua fantasia.
Tuttavia questo contrasto non va esagerato.
E’ vero infatti che Ruggero Secondo fin dall’inizio favorì l’attività di artigiani ed artisti bizantini che portasse a compimento i suoi progetti; ma la Sicilia non era, come la Serbia o la Russia, una colonia culturale di Costantinopoli.
I mosaici greci si adattavano in Sicilia a decorare costruzioni di impianto stilistico latino e a Monreale uan grande chiesa occidentale incorporò una decorazione di tipo bizantino ma su una scala che per grandezza non aveva precedenti nelle terre dell’Impero orientale.
La monarchia sapeva molto bene ciò che voleva e come raggiungerlo e di sicuro era molto lontana dalla sua prospettiva l’idea di vivere all’ombra di Costantinopoli.
Enfatizzando alcuni elementi esotici gli storici rischiano di minimizzare l’importanza reale dell’impresa normanna nel suo complesso, che riuscì a condurre tutte le terre del Mezzogiorno all’interno dello stesso ordine religioso e politico dell’Europa continentale.
Come parte integrante di questo intreccio di interessi la monarchia fu costretta a venire a patti con il papato quando con l’Impero occidentale e non deve sorprendere che entrambi questi poteri tentassero di attirare il regno all’interno delle loro sfere egemoniche.
Fino al 1189 la monarchia si rivolse al papato e all’Impero con deferenza ma tenendo in qualche modo entrambi a distanza.
I mosaici regi, più di ogni altra opera voluta dai sovrani, mostrano la sicurezza e la consapevolezza di questi ultimi, la loro capacità di impressionare, la loro energia, il loro talento soprattutto nel mettere insieme risorse e capacità al fine di guadagnare rapidamente risultati significativi.
Per quanto diluito potesse essere il sangue normanno che circolava nelle loro vene, essi rimanevano eredi riconoscibili del mondo dei padri.
Pag. 247

Cap. 8. Governo e amministrazione

La coerenza dell’impianto amministrativo del regno normanno venne descritta per la prima volta da Rosario Gregorio nell’età della Rivoluzione francese.
Lo storico siciliano attribuì a Ruggero Secondo la formulazione di una struttura politica che affidava al sovrano la responsabilità unica del benessere generale e dell’ordine pubblico.
Egli esaminò, per respingerla, l’idea che i normanni costruissero la monarchia sulla base di frammenti istituzionali bizantini o musulmani, insistendo invece sulla originalità normanna.
Stabilì anche numerosi punti di comparazione fra Ruggero Secondo e Guglielmo il Conquistatore, che aveva potuto imporre rapidamente un nuovo ordine sulla base della conquista.
Non soddisfatto di accertare che i guerrieri normanni avevano conservato in Italia i propri costumi giuridici, Gregorio ipotizzò anche che Ruggero adottasse consapevolmente alcune delle istituzioni politiche progettate da Guglielmo in Inghilterra.
Una monarchia feudale veniva così presentata nella luce del dispotismo illuminato.
Il testo del Dodicesimo Secolo che aiuta più di altri a capire la formazione interna della monarchia meridionale è il Liber de Regno Siciliae: esso rappresenta un regno nel quale i re contano meno dei loro maggiori ufficiali.
E’ difficile immaginare una più lucida descrizione degli eventi degli anni Sessanta.
Sarebbe più facile valutarlo se riuscissimo a identificare il suo autore.
Nessuno scrittore latino del Dodicesimo Secolo, e forse di tutto il Medioevo, scrive con una tale sicurezza stilistica e con un tale superiore distacco dalle vicende pubbliche, ossia con un impegno tanto coerente a giudicare e a criticare la moralità dei comportamenti politici.
Egli sottopone a critica tutti gli schieramenti, riuscendo però a non fornire la minima indicazione sulla propria provenienza o sulla propria collocazione, così che persino il suo status, se laico o ecclesiastico, rimane incerto.
Dato che, di regola, gli ecclesiastici latini contemporanei lasciano trapelare i pregiudizi legati alla loro condizione, sembra più appropriato concludere che l’autore fu un laico di buona condizione.
Egli dimostra un’appassionata avversione per la “tirannia” come forma di governo, ma ammette, ciò nonostante, l’impossibilità di governare efficacemente senza una calcolata durezza.
Il testo è concepito, tratto inusuale per l’epoca, come un racconto unitario e non è opportuno suddividerlo in parti scandite da date o episodi.
Prende avvio da una giustificazione storiografica derivata da Sallustio e da una fredda valutazione delle grandi qualità di Ruggero Secondo come sovrano prima di affrontare il tema principale, ossia le disgrazie arrecate alla Sicilia dai suoi indegni successori.
Il libro termina senza perorazione o climax, e ciò prova che rimase incompiuto.
E’ impossibile stabilire fino a che punto l’autore avrebbe spinto il racconto se ne avesse avuto la possibilità: in quello che resta appaiono comunque chiaramente centrali due questioni.
La prima è relativa ai piani orditi da Maione di Bari, ministro di Guglielmo Primo, per conquistare la corona.
Piani che vennero resi vani da una congiura lealistica, progettata dentro i circoli aristocratici, che condusse all’assassinio di Maione nel 1160, ma non alla restaurazione della grande tradizione di governo di Ruggero Secondo.
Si passa quindi repentinamente all’altro tema centrale della narrazione: alcuni anni più tardi (1166) la regina reggente Margherita di Navarra affidava le redini del governo a Stefano di Perche, francese e suo cugino, i cui tentativi di riforma dell’organizzazione di governo furono cinicamente contrastati in nome di interessi ben radicati che alla fine ottennero la sua sconfitta (1168).
La raffigurazione degli ambienti di governo del regno come emerge dal Liber difficilmente potrebbe essere più fedele e anche più sconfortante, ed è difficile credere che un autore tanto consumato non abbia raggiunto gli obiettivi che si era prefisso.
Non ci sono episodi irrilevanti e il narratore conduce il lettore da una scena all’altra con la sicurezza di un vero scrittore.
Le qualità letterarie dell’autore emergono anche nei vivaci schizzi dei caratteri personali, nell’aneddotica salace, nei discorsi elaborati che egli fa pronunciare ai suoi personaggi.
E’ imputabile che questi ultimi siano stati scritti molto tempo dopo gli eventi a cui si riferiscono.
L’autore si mostra capace di comprendere come i problemi politici venissero affrontati da uomini differenti per ambizioni, per retroterra e moralità, e di cogliere, ancora, come progetti ammirevoli potessero essere annullati dagli interessi personali dei personaggi preminenti: tutto ciò conferisce alla narrazione un realismo inquietante.
Si sfiora la caricatura nei ritratti di Guglielmo Primo e di Maione, brillanti nel sottolineare l’inadeguatezza del primo e la smodata ambizione dell’altro, ma non si può dire che il tono melodrammatico di questa parte del Liber di fatto deformi oltre misura l’effettiva realtà siciliana.
Anche oggi la spietatezza dei siciliani può apparire bizzarra agli osservatori stranieri.
Il testo dà anche notizia, quando l’occasione lo richiede, di eventi accaduti in Italia continentale o in Nord Africa, anche se in esso l’attenzione è concentrata sulla Sicilia e in particolare sulla corte di Palermo, come l’autore dichiara esplicitamente nell’introduzione, quando afferma di scrivere di ciò che ha osservato personalmente o di ciò che ha appreso da testimoni oculari.
Il Liber de Regno Siciliae dà per acquisiti il diritto e il dovere dei potenti del regno – potenti per lignaggio o per ricchezza – ad avere voce in capitolo nel governo, e critica Guglielmo Primo per la fiducia accordata a un uomo di origine tanto modesta come Maione, descritto, falsamente, come figlio di un mercante barese di olive: Maione avrebbe eliminato uno alla volta gli uomini migliori, che per personalità, per indipendenza e per reputazione avrebbero potuto sfidare la sua supremazia.
Altrove l’autore ribadisce il proprio punto di vista, affermando coem Maione, abbagliato dalla superiorità dei nobili,  avrebbe cercato di gratificarsi con la conquista delle loro donne oppure attraverso alleanze matrimoniali che legassero i suoi parenti alle famiglie aristocratiche.
Queste ultime mostrarono un certo senso di solidarietà nel fronteggiare questo parvenu, e d’altra parte le loro fortune erano sicuramente abbastanza solide da resistere alle difficili vicende personali, fra cui, per alcuni conti, anche la cattività.
Le grandi famiglie del regno godevano di una posizione consolidata dal potere signorile che esse esercitavano all’interno del regno, una posizione che gli intrighi di corte a Palermo non potevano mettere in discussione.
A partire dal regno di Guglielmo Primo le famiglie aristocratiche sono in grado di esibire una storia, sostenuta da forza economica e da protagonismo politico, tanto in Sicilia quanto nel Mezzogiorno, che comprende ormai più generazioni.
Certo, gli avvenimenti in Italia meridionale tra il 1127 e il 1140 avevano dato a Ruggero Secondo maggiori opportunità di quante egli ne avesse trovate in Sicilia di sbarazzarsi di coloro che erano troppo indipendenti e id promuovere altri, quelli meglio disposti nei confronti della monarchia: ma questi ultimi non venivano reclutati da strati sociali differenti.
Per questo, se anche i protégés del re a loro volta  crearono problemi ciò non fu dovuto all’endemica turbolenza dell’aristocrazia pugliese ma al fatto che il governo di Palermo aveva cercato di affidare il maggiore potere in Italia meridionale ai soggetti di condizione più eminente: a quelli cioè che erano in grado di esigere obbedienza.
D’altra parte, i nobili puntavano a essere garantiti nel possesso delle cariche regie, o almeno a essere confermati nelle loro posizioni di potere in Italia: per l’alta aristocrazia radicata nel mezzogiorno la sicurezza di esercitare i poteri signorili per diritto naturale faceva sì che gli uffici di curia e la vita di corte a Palermo le apparissero meno appetibili.
Di conseguenza essi abbandonavano la politica di palazzo agli ufficiali palermitani.
Eppure, Il Liber de Regno Siciliae rivale che la nobiltà lamentava il fatto che i grandi ufficiali, Maione e Stefano di Perche, tenessero sotto controllo i sovrani.
Pag. 248-251

L’unico ufficio del governo centrale ricostruito dagli storici con qualche sicurezza è il cosiddetto diwan, un termine di origine araba.
Latinizzata come dohana o duana, la parola serviva a denominare pratiche amministrative che corrisponderebbero oggi a momenti diversi dell’attività di governo e in particolare dell’organizzazione tributaria.
Le funzioni del diwan nel Dodicesimo Secolo sono scarsamente documentate.
Ci sono più notizie tratte dai documenti in greco che da quelli in arabo, ma non esiste una serie di atti d’ufficio comparabili ad esempio con i Pipe Rolls dello Scacchiere inglese.
Da alcuni indizi ricaviamo che il diwan doveva compilare e conservare documenti di diversa natura: informazioni e descrizioni relative ai confini delle terre, liste di servi del re e ancora registri dei conti.
Non abbiamo però nessuna informazione circa l’esistenza di regolari revisioni annuali come quelle effettuate sui conti degli sceriffi inglesi.
Il significato di una struttura di governo competente destinata all’amministrazione delle terre e dei redditi della corona non ha bisogno di essere sottolineato, ma è ancora davvero problematico scrivere qualcosa di convincente su come questa struttura operasse nel Dodicesimo Secolo.
Pag. 265-66

L’attività del diwan in questo periodo sembra concentrarsi sulla gestione del patrimonio fondiario della corona piuttosto che sull’amministrazione generale delle finanze regie, cioè sul controllo, sulla riscossione e sulla verifica delle imposte.
Naturalmente se l’ufficio vendeva o affittava beni appartenenti al patrimonio regio, il denaro che veniva ricavato e debitamente registrato negli appositi libri contabili veniva incamerato con ogni probabilità nel tesoro regio.
Riccardo è indicato come tesoriere nel 1169 e forse assunse l’incarico di questo ufficio in quanto magister palatinus camerarius.
In quel momento non c’erano ufficiali che portassero il titolo di emiro degli emiri e può essere che a Riccardo fosse stata assegnata una generale supervisione dell’attività del diwan.
Per quanto riguarda altri possibili uffici in attività, come la zecca o la dogana, non disponiamo di conoscenze particolari.
In conclusione dunque l’amministrazione del diwan riguardava specificamente il patrimonio regio e sembra certo che esso fu istituito a questo scopo: proprio per questo non è corretto giudicarlo un equivalente di uffici come quelli del tesoriere o dello scacchiere del regno normanno d’Inghilterra.
Pag. 272

In verità le congetture sono piuttosto oziose, a meno che non richiamino l’attenzione sui problemi reali che hanno bisogno di essere affrontati.
Di sicuro però le informazioni suggestive e stimolanti come quelle di cui disponiamo consentono di escludere l’esistenza di un sistema amministrativo organico e coerente introdotto fin dall’inizio con obiettivi ben definiti.
Anche dopo cinquant’anni dalla nascita della monarchia c’era spazio per l’improvvisazione, per i mutamenti nelle pratiche amministrative e per l’interazione di strutture separate.
Pag. 277

Seguendo gli scrittori precedenti Edrisi divise le parti del globo abitate dagli uomini, a seconda delle latitudini, in cinque “climi”, ciascuno dei quali diviso a sua volta in dieci sezioni descritte procedendo da Ovest a Est.
Effetto di questo metodo era che i domini di Ruggero non erano descritti unitariamente: ad esempio la parte relativa alla Calabria è separata da quella della vicina Puglia, non solo dalle ricche informazioni delle terre che vanno dalla Grecia alla Cina, cioè quelle che comprendono la gran parte del clima quattro, ma anche dalle prime sezioni del clima cinque, che si collocano fra la Bretagna e la Toscana.
Né Edrisi né Ruggero avvertirono la necessità di riunire insieme le descrizioni relative alle terre sottoposte alla monarchia, modificando in questo modo gli schemi intellettuali dei geografi; solo, le mappe che rappresentavano i domini di Ruggero vennero disegnate su una scala un po’ più grande.
E’ significativo allora che questa geografia tendesse a rafforzare l’idea che la Calabria e la Sicilia appartenessero insieme a uno spazio specifico, distinto dal resto del regno.
Pag. 278

La scarsissima attenzione prestata alla geografia amministrativa del regno costituisce una marcata differenza rispetto al Domesday Book.
Edrisi si limita a dire qualcosa su un’unica frontiera, quella che divide i franchi dai longobardi, o la Calabria dalla regione tarantina.
Riguardo alla Sicilia non viene neanche menzionata l’antica divisione dell’isola, proprio di origine musulmana per altro, in tre regioni: Val Demone, Val di Noto e Val di Mazara.
Secondo l’autore invece la Sicilia era divisa dal punti di vista amministrativo in ben centotrenta distretti, diversissimi l’uno dall’altro per caratteri, dimensioni, densità di popolazione; sebbene, non tutti, in realtà, ricevessero uan descrizione puntuale.
Dopo aver definito questi distretti come unità amministrative comparabili e di antica formazione, Edrisi non aggiunge altro e non dà informazioni rilevanti sulle implicazioni di questa geografia appena abbozzata: nulla, ad esempio, sui confini amministrativi più ovvi, come quelli delle diocesi.
A questo proposito, almeno alcuni di questi confini erano già stati definiti al tempo di Ruggero Primo, ma probabilmente Edrisi fa ancora uso delle vecchie ripartizioni distrettuali.
Egli aveva raggiunto la piena padronanza dell’isola, ma non si deve ritenere che potesse per questo ridisegnare la geografia amministrativa.
Pag. 279

Nel Tredicesimo Secolo la Sicilia era divisa, a scopo amministrativo, in due zone dal fiume Salso.
Questo confine deve avere avuto qualche importanza già in età musulmana, poiché esso contribuiva a formare la linea di separazione tra le diocesi di Agrigento e il distretto di Castrogiovanni nell’anno 1092.
Alla metà del Duecento Federico Secondo rimproverò i suoi ufficiali siciliani perché essi mantenevano ancora il fiume Salso come vera e propria frontiera che separava due distinte regioni.
Da questo deduciamo che quel confine doveva assolvere a una funzione precisa in età normanna, separando  due regioni per molti aspetti diverse.
Gran parte della Sicilia occidentale, a predominanza musulmana, doveva essere ancora governata all’inizio del Dodicesimo Secolo da capi indigeni leali nel confronti di Ruggero Secondo; questi esercitavano il loro potere all’interno dei distretti tradizionali descritti nell’opera di Edrisi.
I bizantini del val Demone dovevano anch’essi essere organizzati sulla base di una qualche forma di autogoverno dei villaggi nei quali abitavano.
Ma di fronte alla debolezza o alla assenza di una forte tradizione di notabilato bizantino, i normanni ebbero presumibilmente più opportunità in questa parte dell’isola che non in quella a predominanza musulmana di selezionare essi stessi gli ufficiali locali.
Alcuni di questi ultimi vengono definiti nelle fonti come stratigoti, vale a dire uomini di governo o comandanti militari, che potevano avere anche responsabilità relative alla milizia locale, di cui in verità sappiamo molto poco.
Troviamo ufficiali di questo tipo in molte importanti località, come Agrigento, Catania, Lipari e Noto.
Altri ancora dei distretti di Edrisi sarebbero stati direttamente assoggettati ai nuovi potenti arrivati nell’isola al seguito dei normanni, vale a dire i conti e i titolari di signorie ecclesiastiche.
La complessità di questo quadro finisce per ridurre il ruolo protagonistico di Ruggero Secondo nel processo di costruzione di una struttura di governo nell’isola.
Guardiamo adesso alla parte settentrionale del regno, dove le specifiche caratteristiche di ciascuna regione sono ben note e le distinzioni fra di esse sono ancora ben riconoscibili al tempo di Federico Secondo, quando i giustizieri amministravano province che un tempo erano state indipendenti.
Tracciamo rapidamente le linee essenziali di questa geografia.
Il Principato e la cosiddetta “terra beneventana” comprendevano le terre dei principi di Salerno e di Benevento, all’incirca le stesse che furono dominate da Roberto il Guiscardo e da suo figlio, il duca Ruggero.
La Capitanata era la nuova provincia bizantina, occupata dopo il 1042 da diversi avventurieri normanni.
La Basilicata invece era la regione nella quale erano state costituite alcune contee normanne in un territorio precedentemente bizantino e nel quale Boemondo aveva costituito il suo principato di Taranto.
La “terra di Bari” era il dominio del principe Grimoaldo dopo il 1118, mentre la “terra d’Otranto” costituiva la zona del profondo Sud-Est più intensamente bizantinizzata, anche dal punto di vista linguistico.
La geografia politica del Mezzogiorno non subì un congelamento che mantenesse inalterata la situazione precedente al 1130, ma i mutamenti dovevano essere compatibili, in regime monarchico, con le complesse realtà degli insediamenti e delle strutture politiche locali.
Così, ad esempio, gli Abruzzi mutarono la loro fisionomia dopo la morte dell’erede di Ruggero Secondo, duca Ruggero, nel 1140, allorché il conte di Manoppello assunse i poteri speciali in quell’area per difendere un territorio da poco conquistato contro le mire espansive dell’imperatore tedesco.
Pag. 280-81

Questo testo tuttavia è stato ora acquisito al servizio degli storici, ed Eveline Jamison, sulla base di esso, ha potuto congetturare che Ruggero Secondo aveva creato un sistema di governo locale nuovo e generale consistente in una rete di distretti chiamati comestabulie, nei quali un connestabile svolgeva funzioni tanto militari quanto giurisdizionali.
Nella sua edizione  del Catalogus la studiosa provvede a fornire una mappa con i confini di questi distretti.
Il termine comestabulia ricorre però solo dieci volte nell’intero Catalogus.
L’indagine sulle obbligazioni di carattere militare dovette sicuramente procedere in modo molto ordinato da una regione all’altra, rispettando una geografia amministrativa che in larga misura doveva essere molto più antica della monarchia.
L’indagine comincia da Sud-Est, prendendo in considerazione le terre dell’antica provincia bizantina di Longobardia; segue la provincia ecclesiastica di Benevento la cui configurazione era ancora quella degli inizi dell’Undicesimo Secolo; quindi il principato di Salerno con la stessa fisionomia del tempo in cui venne conquistato da Roberto il Guiscardo (cioè nel 1076); le terre della nuova contea del Molise addossata al ducato di Puglia e al principato di Capua e quello che restava dello stesso principato di Capua e infine le terre dislocate a Nord dove il conte Beomondo di Manoppello dominava un’intera regione, quella che più tardi sarà chiamata Abruzzo.
I segni lasciati dall’antica organizzazione territoriale, ma anche su di essa così come sulla contea del Molise, le tracce degli antichi confini amministrativi e delle antiche giurisdizioni non vengono cancellate del tutto.
In quanto principe di Capua, solo di recente, negli anni quaranta del Dodicesimo Secolo, Anfuso, figlio di Ruggero Secondo, aveva tentato di reimporre la sua autorità sulle regioni settentrionali, così che non era possibile trascurare il peso dei diritti che risalivano indietro, fin dentro l’Undicesimo Secolo.
Pag. 282-83

Gli altri riferimenti alla sfera della connestabilia sono ancora più oscuri.
Laddove essi sono più frequenti, come nell’area di Benevento e di Salerno, risulta difficile distinguere i confini dei distretti.
In un caso specifico, l’autorità assegnata a Guglielmo Scalfo (che succedeva a Ruggero Bursel) sembra anche qui essere quella del comandante dei titolari dei feudi della contea di Loritello.
Un altro caso è quello di Guimondo de Montellari, conosciuto da altre fonti per essere stato un giustiziere regio, sicché la sua connestabilia potrebbe implicare un’autorità di carattere militare all’interno dello stesso distretto.
Altri riferimenti, relativi al principato di Salerno, riguardano Lampo de Fasanella e Gilberto de Balvano.
Il primo, di nobile famiglia longobarda, era stato un vassallo fedele dei conti normanni di Principato; sebbene egli avesse servito la corona come giustiziere a Salerno, si unì alla ribellione del conte Guglielmo Terzo di Principato nel 1155 e di conseguenza perse le terre e gli uffici.
La connestabilia di cui Lampo appare titolare nel Catalogus corrisponde di fatto geograficamente al giustiziariato che egli esercita in nome del re sui territori dell’antico principato di Salerno.
Pag. 284

La sfera della comestabulia non esiste fuori dalle pagine del Catalogus e non lascia tracce neppure sulla più tarda geografia amministrativa del regno.
Al tempo di Federico Secondo infatti il regno risulterà diviso, anche per gli obiettivi di carattere militare, in giustizierati che per estensione e per nome riflettono ancora la situazione premonarchica.
Evidentemente i re normanni non ebbero la possibilità di ridisegnare i confini delle circoscrizioni locali.
D’altra parte è sicuramente improbabile che i re abbiano mai concepito schemi del tutto nuovi di governo periferico: essi operavano all’interno di una mappa territoriale stabilita durante i regimi precedenti la fondazione della monarchia.
Sul lungo periodo, a poco a poco, i nuovi ufficiali regi avrebbero cessato di comportarsi come i capi locali da essi rimpiazzati, ma ci sarebbe voluto molto tempo per spegnere la memoria delle vecchie divisioni amministrative.
I contemporanei avevano un ricordo delle vicende recenti relative alle regioni da essi abitate più lungo di quanto gli storici non ammettano.
Un solo esempio.
Nel 1194 il nuovo arcivescovo di Bari cercava di far rispettare il suo diritto a un reddito che proveniva da una donazione che risaliva ai tempi del principe Grimoaldo.
Alla rivendicazione dell’arcivescovo si opponevano i notabili della città, ma è singolare che, a fini opposti, entrambe le parti si richiamassero con forza alle consuetudini della loro città piuttosto che alle norme di tutto il regno, anche sessant’anni dopo la nascita della monarchia.
Ci capita di dimenticare insomma che l’attività di governo nel Dodicesimo Secolo si svolgeva soprattutto a livello locale e ce ne dimentichiamo perché è proprio rispetto alla conoscenza di questo livello che gli storici di solito dispongono di informazioni imperfette e molto spesso del tutto casuali.
Pag. 285-86

Nel 1130 Ruggero era il maggiore signore fondiario del regno.
E un secolo più tardi, attraverso confische e acquisizioni, il patrimonio personale del re risultava ancora più grande.
Naturalmente il sovrano considerava l’amministrazione delle sue terre da una prospettiva squisitamente signorile, mirando dunque a riscuoterei suoi diritti e tributi dai vari affittuari, coloni o piccoli clienti sottoposti al suo dominio.
Incoronato re, Ruggero non pensò subito di imporre nuove obbligazioni dovute alla monarchia e non mirò affatto a concentrare nelle sue mani il diritto a pagare i tributi tradizionali ai propri signori.
Poiché la tassazione regia è essa stessa di origine signorile riesce difficile distinguere i tributi che erano dovuti a Ruggero in quanto signore fondiario da quelli che egli riscuoteva come sovrano o titolare della corona.
Pag. 288

Rimane da considerare una fonte importante di entrata: l’emissione di moneta d’oro o d’argento.
Era antica nel Mezzogiorno, precedente alla fondazione della monarchia, la tradizione di coniare monete d’oro, la cui area di circolazione era costituita dai mercati del Nord Africa e da quelli bizantini.
I capi della Sicilia musulmana, a differenza di quelli del Nord Africa, emettevano monete non corrispondenti a un dinar ma solo a un quarto di dinar (chiamato in arabo ruba’i); e ciò sembra indicare una relativa arretratezza dell’isola sotto il dominio arabo.
In Italia meridionale però queste monete siciliane erano ben diffuse ed erano conosciute come tarì, un termine di probabile derivazione araba che doveva significare “coniate da poco”.
Dalla metà del Decimo Secolo anche i principi di Salerno cominciarono a battere monete chiamate tarì a imitazione di quelle siciliane e monete simili vennero battute anche ad Amalfi probabilmente prima della fine dello stesso Decimo Secolo.
Quando i normanni conquistarono Palermo e Salerno essi continuarono a battere monete di questo tipo, mantenendo le iscrizioni in caratteri cufici, in modo da soddisfare le richieste che venivano dal tipo di mercato cui esse erano destinate.
L’unificazione politica del Mezzogiorno realizzata da Ruggero Secondo conferì a quest’ultimo un reale monopolio di fatto della coniazione delle principali monete del regno.
Egli era l’unico sovrano cristiano d’Occidente che coniava monete d’oro.
Il suo tarì era battuto con un oro a sedici carati e un terzo, in una lega di argento e di rame, e la monarchia mantenne un alto standard di emissione, effettuata formalmente in suo nome attraverso il marchio regio impresso sulle monete.
Queste vennero battute a Palermo fino al 1194 e una nuova zecca installata a Messina si mantenne in attività fino alla morte di Manfredi.
In Italia meridionale la zecca principale rimase quella di Salerno fino a che non venne trasferita a Brindisi alla fine del Dodicesimo Secolo.
Pag. 295

In circostanze del tutto differenti Federico Secondo si propone nel 1241 di raccogliere per mezzo della tassazione quasi due milioni di tarì, cifra che raddoppia nel 1248.
Solo al tempo del suo regno ci sono prove sufficienti per l’individuazione di un sistema di finanza regia, ma perfino Federico, che non aveva ereditato un sistema finanziario centralizzato, non può essere ricordato per averne creato uno.
Anche se nulla fa credere che i normanni avessero a loro disposizione un sistema comparabile a quello di Federico: Ruggero Secondo e i suoi figli subentrarono nella direzione degli uffici appartenenti agli ordinamenti preesistenti in Italia meridionale.
Poterono essere sostituiti gli individui ma ciò non significò il superamento del sistema nel suo complesso.
Pag. 297

Ciò nonostante è significativo che quando venne riconosciuta al re la suprema autorità giurisdizionale nel regno, i crimini più gravi cominciassero a essere descritti come oggetto della giustizia regia.
In un documento del 1153, esaminato dal conte del Molise, è contenuta una lista di fattispecie riservate alla giustizia regia: omicidio, incendio, ratto, violazione del domicilio, violenza e rapina, furto di animali da lavoro (latrocinia), furto di beni del valore superiore a un’onza d’oro (furtum) e il taglio degli alberi da frutto e delle vigne.
In apparenza però tutti questi delitti venivano giudicati dal conte nel proprio tribunale.
Sebbene nulla sia precisato intorno alla lesa maestà, per molte specie di giudizio, se non per tutte, i conti agivano come giustizieri del re nei propri distretti.
Solo laddove non c’erano conti che assicurassero la giustizia il re doveva nominare ufficiali speciali che operassero in suo nome.
E i conti stessi venivano, a quanto pare, giudicati da loro pari nella curia regia in Sicilia, ammesso che l’unico resoconto dettagliato di giudizi di questo tipo fornito dal Liber de Regno Siciliae possa essere giudicato tipico.
Pag. 306

In sostanza, nonostante la cura con cui i giudici regi avevano definito i termini dell’accordo, si temeva che potessero ricorrere nuovi conflitti fra i vassalli o fra i loro signori.
E in questi casi entrambe le parti si mostrarono concordi nel non ricorrere nuovamente al re ma nel dominare invece un arbitro.
Ciò che vale la pena di sottolineare in questa vicenda è dunque l’orientamento degli attori a non considerare indispensabile il ricorso all’autorità giurisdizionale della corona e a cercare uan soluzione locale alla controversia.
Limitazioni effettive al potere della corona di imporre decisioni non appellabili sono dunque apertamente dichiarate.
Dopo circa sessant’anni la monarchia si muoveva ancora entro i confini di una società del tutto tradizionale.
Pag. 313

 Cap. 9. La difesa del regno e i suoi nemici

Per molte buone ragioni, la guerra era una condizione endemica in molte realtà dell’Occidente medievale europeo.
I sovrani erano, invariabilmente, soldati essi stessi e i loro domini erano abitati da élite costituite da uomini di guerra, le cui file includevano senza imbarazzo anche il clero.
Regni e principati non avevano frontiere stabili e sebbene la difesa si concentrasse attorno ai castelli di confine, anche all’interno del territorio c’erano importanti fortificazioni nelle città e nei luoghi di controllo strategico che potevano divenire centri di manovra militare.
I sovrani non limitavano però i loro obiettivi militari alla difesa.
Essi potevano prevenire l’offensiva nemica non solo con le minacce ma anche attraverso raid improvvisi, adducendo qualche motivo plausibile che giustificasse l’annessione di un territorio confinante: potevano muovere guerra anche quando i vicini non destavano vere preoccupazioni, per impegnare i baroni in una felice campagna di conquista evitando che combattessero per proprio conto.
Quei baroni che non erano guidati in battaglia da signori vittoriosi non erano disposti infatti a un’umile sottomissione; solo una marziale superiorità procurava ammirazione incondizionata e generava rispetto nei confronti di chi governava.
E’ vero che le guerre vittoriose si ripagavano in termini di conquiste e bottino, ma le grandi imprese avevano bisogno di essere pianificate su una scala straordinariamente grande.
Ciò era costoso, e solo i sovrani che disponevano di risorse considerevoli e di una solida base finanziaria potevano competere.
I sovrani mostravano nel contempo abilità nel ricavare efficacemente al di là delle entrate ordinarie e capacità nell’escogitare nuovi motivi per imporre tasse ai propri soggetti.
L’attività militare giocava certo un ruolo importante nei progetti dei potenti, per ragioni che tuttavia sfuggono alla nostra piena comprensione.
A parte la scarsa simpatia nei confronti delle loro predominanti inclinazioni alla guerra, noi siamo anche assai condizionati dal fatto che le informazioni provengano o da scrittori ecclesiastici che apprezzavano poco l’attività militare o da poeti che di quest’ultima illustravano, più che la realtà effettiva, gli aspetti eroici e romantici.
Pag. 314-15

I problemi militari del regno meridionale erano per molti riguardi diversi da quelli degli altri regni dell’Europa occidentale.
In particolare, il regno possedeva l’inusuale caratteristica di avere un territorio chiaramente delimitato fin dal 1156; esso dunque non fu costretto all’espansione territoriale o a tentare di sottomettere vicini turbolenti.
Inoltre la frontiera che tagliava l’Italia aveva uno sviluppo brevissimo: solo la metà circa della lunghezza dell’intero confine del ducato di Normandia.
Attraversandola si entrava in un territorio accidentato, che risultava perciò facilmente difendibile dai suoi abitanti contro invasori che non ne conoscessero la conformazione.
Il problema principale per il governo non era tanto militare quanto politico: assicurarsi la lealtà dei signori locali.
Oltre le frontiere i nemici potenziali erano ora il papato, ora l’imperatore tedesco.
Dopo il 1156 il papato non fu più in grado di sostenere il vecchio atteggiamento di ostilità e divenne esso stesso timoroso nei confronti di Federico Barbarossa.
Da parte sua, Barbarossa non aveva speranze di raggiungere il regno finché il papato avesse avuto relazioni con esso.
La presenza di una forza di invasione avrebbe messo a rumore il Sud nel caso tanto di un’avanzata lungo il versante adriatico quanto di una penetrazione attraverso il territorio papale.
Era impossibile che il regno potesse essere sorpreso dai suoi nemici.
In ogni caso poiché questi non puntavano a fini di espansione territoriale, essenso mossi piuttosto dall’obiettivo di rovesciare la monarchia, sarebbero stati obbligati a penetrare in profondità all’interno del regno, dove sarebbero risultati molto più vulnerabili.
Il regno era perciò facilmente difendibile.
Per quanto riguarda la sfera sua propria di iniziativa militare, il re era soprattutto interessato agli scontri navali contro greci e musulmani e per questo doveva interessarsi di più a mantenere alto il morale dei marinai che a tener conto della volontà del baronaggio.
A differenza degli altri rigni sorti nel Dodicesimo Secolo in Terrasanta, quello siciliano non doveva convivere con uan continua emergenza militare e questo influì sulla sua prospettiva politica.
Guglielmo Primo, che aveva una fondata reputazione di soldato, rinunciò alle campagne militari, mentre Guglielmo Secondo, sebbene avesse promosso con successo alcune spedizioni navali, non si impegnò mai direttamente in una guerra.
Non aveva neppure guardie di palazzo da tenere occupate.
Pag. 315-16

I cronisti coevi raramente provarono a nascondere i loro sentimenti verso i sovrani e gli effetti dell’azione di governo di questi ultimi sulle popolazioni del Mezzogiorno; in ogni caso, per quanto parziali e casuali appaiano le considerazioni di questa natura, gli storici non possono evitare di tenerne conto nelle loro ricostruzioni.
Le questioni di politica estera, in quanto chiaramente distinte da quelle di politica interna, raramente sollecitavano un interesse comparabile nei cronisti: pochi fra questi avevano una concezione precisa della natura dei conflitti fra i popoli o fra i regni.
Non si era ancora delineata un’analisi seria dei problemi di politica estera e si può dubitare che i sovrani stessi abbiano mai avuto una precisa cognizione di quelli che potevano essere riconosciuti come i tratti salienti di quella dimensione.
Le crociate, che costituirono un nuovo tentativo di unire la cristianità contro i musulmani, riuscirono solo parzialmente a determinare una simile consapevolezza e non emerse uno sforzo comparabile di promozione di solidarietà nazionali.
Il clero anteponeva naturalmente gli interessi della Chiesa rispetto a quelli delle monarchie; l’aristocrazia laica dal canto suo obbediva a un codice che enfatizzava la fedeltà alla parentela e alle alleanze piuttosto che la subordinazione incondizionata ai sovrani.
I nobili credevano certamente che, nella misura in cui la loro preminenza aveva un indiscutibile fondamento giuridico, essi erano abilitati a interpretare autonomamente i propri doveri nei confronti dei re e dei signori superiori e non si sentivano obbligati a piegarsi alla volontà del sovrano o dei suoi rappresentanti.
I nobili avevano dunque intimità col potere e con il suo esercizio, la loro superiorità non era affatto una mera dignità formale.
Se entravano in conflitto con i loro superiori e venivano costretti all’esilio essi provavano in genere a recuperare le posizioni perdute cercando il sostegno dei sovrani più vicini.
Essi potevano essere accusati di tradimento dai loro signori legittimi, ma i nuovi protettori si sentivano impegnati nel fornire aiuto ai fuggiaschi e nel fomentare intrighi che potessero se non garantire vantaggi concreti almeno creare qualche fastidio ai loro avversari.
Tali attività si avvalevano necessariamente delle opportunità che potevano presentarsi.
Si trattava di allargare il raggio di eventuali tumulti locali, che non fossero determinati da fattori che costituivano la sostanza della politica estera: la geografia o l’impiego di risorse materiali, i uomini e in denaro.
Pag. 324-25

L’impero bizantino. Qualunque sfida lanciata al regno da parte dell’Impero orientale dopo il 1159 può apparire illusoria; ma non ci si può aspettare che i contemporanei cogliessero che la vicenda dell’Impero fosse giunta al suo compimento.
La brillante dinastia dei Comneni che aveva salvato l’Impero dopo il 1080, in un certo qual modo non riuscì a risolvere tutti i suoi maggiori problemi.
Dopo la morte di Manuele nel 1180 ciò risultò del tutto evidente giacché le incertezze relative alla successione e la violenza diffusa nella società mostravano la debolezza dell’Impero.
Questa situazione aprì la strada all’occupazione e alla divisione effettuata dall’esercito crociato nel 1204, che distrusse per sempre la forza effettiva dell’Impero.
I normanni e il re di Sicilia in particolare avevano contribuito all’indebolimento dell’Impero: il regno dunque, in altre circostanze, avrebbe certamente approfittato dell’ultimo assalto occidentale e della spartizione del 1204 per acquisire territori nei Balcani, così come aveva fatto Roberto il Guiscardo, allorquando la dinastia macedone era entrata in crisi nell’Undicesimo Secolo.
Per ragioni del tutto fortuite il regno siciliano nel 1204 non si trovava in una situazione tale da poter trarre vantaggio dalle difficoltà bizantine.
In questo si dimostrò assai sfortunato; perché, bene o male, il destino dell’Impero orientale aveva conseguenze per il regno.
La scomparsa dell’Impero bizantino come protagonista della lotta politica in Italia determinò dunque una situazione del tutto nuova nella penisola e quasi subito l’Impero tedesco [ma si può usare questo aggettivo per questo periodo?] e il papato poterono entrare in competizione senza temere complicazioni derivanti dalla presenza bizantina.
Gli eventi che so consumarono in Oriente, sul cui sviluppo l’Occidente aveva scarse possibilità dirette, dell’Occidente stesso contribuirono però a trasformare l’equilibrio.
Nessuna valutazione da parte del Regno siciliano circa i propri plausibili interessi in Oriente poteva sottostimare, nel Dodicesimo Secolo, l’importanza dell’Impero.
Anche se afflitto da una condizione di crisi latente l’Impero orientale continuava a esprimere, alla metà del Dodicesimo Secolo, piena vitalità.
Sebbene dopo la disfatta di Manuele in Italia l’Impero concentrasse la sua presenza nei Balcani ein Anatolia, ciò produsse in Occidente piuttosto sollievo che non nuove aspettative di possibili vantaggi determinati dalla debolezza dell’Impero stesso.
Manuele appariva in qualche modo vicino allo spirito occidentale, circostanza che per un verso colpì positivamente i sovrani europei, per un altro turbò molti dei sudditi dell’imperatore.
Fu proprio la reazione antioccidentale che si scatenò nell’Impero dopo la sua morte che offrì alle potenze cattoliche il pretesto e la giustificazione per un intervento in Oriente.
Questa reazione antioccidentale mostra quanto fossero profondamente radicate le tradizioni bizantine.
Il biografo nonché ammiratore di Manuele, Giovanni Cinnamo, che trovava imbarazzanti alcuni aspetti dell’entusiasmo personale di Manuele, enfatizzò senza titubanza il tradizionale ruolo dell’imperatore come intellettuale difensore dell’ortodossia.
Cinnamo dava per scontata la consapevolezza in Manuele del ruolo storico dell’imperatore in Italia, una consapevolezza che i bizantini colti traevano dalla lettura di Procopio.
Questo senso della storia conferiva ai bizantini la capacità di comprendere i rapporti esistenti tra poteri diversi e una prospettiva della geografia storica che era sconosciuta in Occidente.
Pag. 326-37

Salendo al trono nel 1154 Guglielmo Primo aveva apparentemente più motivi per temere come imminente un’invasione da parte del sovrano tedesco che non da parte dell’imperatore bizantino.
Egli realizzò un notevole sforzo diplomatico per staccare tanto i papato quando l’imperatore orientale da Federico, e, possibilmente, per concludere un’alleanza con il re di Ungheria.
Cinnamo ci dice che Guglielmo offrì in cambio ai bizantini il bottino razziato nel 1147, quali che fossero esattamente le proposte.
Manuele respinse il negoziato e preparò una flotta e un esercito per l’invasione dell’Italia.
La posizione di Guglielmo sembrava veramente vacillante e Manuele non poteva fermarsi e aspettare le mosse del Barbarossa.
L’imperatore bizantino inviò lo zio, Costantino Angelo,  a capo di una parte della forza militare, con l’ordine di attendere il resto delle truppe nella Grecia meridionale.
Costantino però, avvertito della presenza di una flotta siciliana che faceva ritorno carica di bottino dell’Egitto, decise di intercettare il nemico.
Una mossa audace ma avventata: i bizantini vennero dispersi e Costantino venne catturato.
Ma l’occasione di punire l’insolente re di Sicilia non poté giungere prima dell’anno seguente.
Pag. 332

Egli contrapponeva le speranze attribuite a Guglielmo Secondo di poter proseguire la guerra santa contro i musulmani a quella dei sovrani che avevano realizzato accordi con essi: una frecciata indirizzata allo stesso Manuele.
Odio e disprezzo dei bizantini erano sentimenti che avevano preso il posto dell’inquietudine e del rispetto suscitati da Manuele nei suoi primi anni di governo.
La pace negoziata a Venezia nell’estate del 1177, che aprì una nuova fase della politica italiana, ignorava del tutto Manuele Comneno, anche se i bizantini tenevano ancora Ancona quasi come un simbolo della loro presenza in Italia.
Nel corso degli anni successivi le incertezze che seguirono, a Bisanzio, alla successione del figlio di Manuele, l’undicenne Alessio, fornirono nel 1180 a Guglielmo Secondo l’opportunità di interferire negli affari dell’Impero e ricevendo bizantini esiliati e mandando propri soldati e proprie navi in Grecia.
Pag. 337-38

L’Impero d’Occidente. Il progetto di Federico Primo Barbarossa di restaurare l’autorità imperiale in Italia doveva tenere conto del regno meridionale, che, affermando la sua piena autonomia, poteva danneggiare la posizione dell’imperatore lungo tutta la penisola.
Federico realizzò sei viaggi in Italia, senza mai avere la possibilità di scendere a sud di Roma.
Anche se osservati a distanza i suoi discorsi bellicosi non produssero altro che rare scaramucce di frontiera, tuttavia i contemporanei guardavano alle mosse dell’imperatore con timore.
All’inizio del suo regno egli aveva concluso un’alleanza con papa Eugenio Terzo contro la corona meridionale, ed anche Adriano Quarto aveva accolto con favore il rinnovarsi di una politica che nel 1137 aveva quasi raggiunto l’obiettivo di distruggere Ruggero Secondo.
Guglielmo Primo aveva costretto il papa a mutare suo malgrado l’atteggiamento nei confronti del regno, e il papato cominciò effettivamente ad apprezzare i vantaggi dell’alleanza con il suo regno vassallo, mentre Federico diventava una presenza sempre più temibile e il suo dominio in Italia settentrionale sempre più oppressivo.
Quando il cardinale Rolando Bandinelli, colui che aveva organizzato a Benevento nel 1156  confrontandosi poi con Federico alla dieta di Roncaglia nel 1158, venne eletto papa alla morte di Adriano nel 1159, la decisione di Federico  di opporre un candidato rivale eletto da pochi cardinali appare comprensibile ma si dimostrò un grave errore.
Invece di blandire il nuovo papa Alessandro Terzo coinvolgendolo in un rapporto stretto con l’Impero, Federico spinse questi nelle braccia del re di Sicilia, valorizzando una rete di relazioni internazionali dalle quali egli risultò totalmente escluso.
La frenetica attività di Alessandro volta a costruire la condizione durante la sua permanenza in Francia del 1162, indusse Barbarossa ad astenersi da azioni aggressive durante la sua breve visita in Italia durante il 1163-64, sebbene nuove tensioni si riproponessero lungo la frontiera nell’area di Frosinone e di Alatri.
Piani assai più impegnativi vennero prestabiliti in occasione del suo quarto viaggio in Italia subito dopo la morte di Guglielmo Primo.
Quando la regina Margherita offrì una generosa amnistia ai ribelli, Federico non poté più contare sulla loro cooperazione, nonostante che Andrea di Rupecanina e Riccardo di Fondi rinnovassero le incursioni nella zona nord-occidentale.
Federico intento intendeva allontanare l’imperatore Manuele dall’Italia e per farlo convinse gli ungheresi a tenerlo occupato nei Balcani.
L’esercito di Federico, comandato da Cristiano arcivescovo di Magonza, si accinse dunque all’assedio della base italiana dell’imperatore bizantino, Ancona, nella primavera del 1167, con sufficiente fiducia.
L’armata imperiale era stata raggiunta anche da Andrea Rupecanina e dal conte di Loritello.
Le truppe di Guglielmo Secondo si raccolsero con non poche apprensioni lungo il Tronto immaginando di dover affrontare un’invasione su larga scala.
Ci furono schermaglie ma gli eserciti non si scontrarono in campo aperto.
In poche settimane però l’imperatore, battuto non dalle armi ma dalle malattie, fu costretto a una ritirata in piena regola.
Ciò nonostante la sua affermazione era apparsa sufficientemente temibile, così da indurre gli avversari a negoziare con Venezia, spendendo danaro per incoraggiare le città lombarde a formare una lega.
Pag. 338-39

La fiducia ininterrotta di Guglielmo nel proprio futuro è suggerita dalla sua deliberazione di riprendere l’aggressiva politica marinara di Ruggero Secondo.
La sua capacità di capire le possibilità del ruolo siciliano nella politica mediterranea ci dice che da questo punto di vista egli era veramente il precursore di Federico Secondo.
Guglielmo perseguì dunque quelli che gli sembravano essere gli interessi vitali del regno, e questo determinò la scelta di mettere da parte ogni progetto finalizzato unicamente a contrastare il potere di Federico Primo in Italia.
Alla luce delle precedenti esperienza Guglielmo Secondo poté capire che i tedeschi avrebbero sempre avuto troppi problemi in Italia settentrionale per diventare un reale pericolo per il regno meridionale.
D’altra parte egli non aveva più da temere dai nobili che si erano opposti alla corona; un’analisi appropriata della situazione indicava cioè come questi ultimi, alla fine, non avrebbero mai preferito i tedeschi alla monarchia indigena.
Soprattutto egli non doveva più temere l’ostilità del papa nei confronti del regno, giacché la forza del Barbarossa in Italia obbligava il papato a procedere con maggiore cautela.
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Dopo che l’intesa con Costantinopoli del 1158 entrò in crisi, nel 1172 Guglielmo Secondo non ebbe più scrupoli.
Egli fu incoraggiato in questo dalle iniziative che vennero prese dagli esponenti bizantini che si erano posti in contrasto con il proprio governo: un omaggio evidentemente al rango della corte di Guglielmo, luogo di approdo dei dissidenti stranieri e degli esiliati, assai simile in questo a quella di Roberto il Guiscardo un secolo prima.
L’appoggio di Guglielmo ai dissidenti non era solo dimostrazione che il regno possedeva lo statuto di una “grande potenza”: era semplicemente una risposta dovuta alle iniziative di medesimo tipo che i bizantini praticavano regolarmente.
In questo senso censurare i comportamenti di Guglielmo significa  fraintendere la logica della politica del Dodicesimo Secolo.
Ma l’attacco contro Bisanzio del 1185 va inoltre inquadrato in un contesto più largo, quello delle reazioni suscitate a livello internazionale dalla usurpazione del trono bizantino da parte di Andronico Comneno nel settembre del 1183: una vicenda che aveva provocato rivolte e secessioni nell’Impero e anche interventi stranieri come quello di Bela Terzo, re d’Ungheria, o quello di Kilig Arslan Secondo, sultano di Iconio.
Sarebbe forse parso uno sciocco segno di codardia, al sovrano siciliano, non trovarsi coinvolto in questa congiuntura.
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La partecipazione siciliana non era in discussione, e la monarchia di Guglielmo Secondo sembrava non corresse alcun pericolo immediato.
Ma la morte del re nel novembre del 1189 cambiò radicalmente ogni cosa.
L’Impero orientale poteva forse non trarre vantaggio dall’avvenimento, ma per chiunque altro la morte di Guglielmo ebbe implicazioni profonde.
La rivendicazione dei diritti di Costanza, ancora senza figli, alla successione, venne manifestata da suo marito Enrico, mentre il papato dal canto suo attribuiva un nuovo significato alla propria funzione di sovrano feudale del regno normanno.
E anche ai popoli e alle comunità del regno veniva data dalle circostanze  una responsabilità politica che essi non sapevano bene come esercitare.
Rispetto al 1155 era meno evidente l’impazienza da parte dei nobili di cogliere l’opportunità di rafforzare i propri poteri locali: al contrario si affermavano, diventando visibili, solo ambizioni politiche di largo respiro valide per l’intera monarchia.
La monarchia naturalmente vacillò quando le candidature rivali alla corona furono presentate, anche se la dinastia normanna non fu subito eliminata dai tedeschi: quando nel 1194 infine Enrico Sesto ottenne la successione del regno, il papato risultava del tutto incapace di fare uso alcuno dei suoi diritti di sovranità imposti dai re normanni.
La monarchia meridionale era ormai un’entità politica stabile e vitale, ma proprio per questo, come l’Inghilterra nel 1066, il controllo su di essa poteva affermarsi solo unitariamente.
Giacché, bene o male, il regno risultò fermamente ancorato d’allora in poi ai destini dell’Europa continentale e la prospettiva, disegnata da Guglielmo Secondo, di farne la base di un impero mediterraneo a vocazione predatoria, risultò bruscamente interrotta.
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Parte quarta. L’eredità dei normanni.

Cap. 10. Il regno in crisi.

La morte di Guglielmo Secondo, senza diritti successori, il 17 novembre 1189, aprì un lungo periodo di incertezze.
Il suo immediato effetto sul governo del regno può essere direttamente osservato attraverso il racconto, contenuto nel Chronicon di Carpineto, della lunga controversia che oppose il monastero a Riccardo de Padula.
Nella vigilia di Natale questi occupò le terre del suo proavo, che aveva cercato fino ad allora di recuperare legalmente, e siglò il successo spedendo l’abate Boemondo al suo monastero di provenienza, Casauria, con l’accusa di simonia.
Poiché Riccardo aveva il sostegno di Ruggero conte di Teramo, che aveva giurato fedeltà all’imperatore, i monaci di Carpineto inviarono un loro rappresentante in Lombardia per chiedere al maresciallo imperiale, Enrico Testa di Bappenheim, di fare pressione sul conte.
Dal punto di vista degli osservatori settentrionali l’autorità effettiva della monarchia siciliana era azzerata.
La premura con cui alcuni gruppi cercarono di trarre vantaggio dal vuoto di governo apparve subito chiara anche a Napoli, i cui cittadini si impossessarono di beni appartenenti agli abitanti di Aversa.
Tanto a Napoli quanto ad Amalfi furono stabilite forme di autogoverno di tipo comunale.
Sebbene non ci fossero le condizioni, in questa fase, di una dissoluzione del regno in piccole unità, non c’è dubbio che alcuni gruppi premessero per approfittare dell’opportunità di agire autonomamente.
Non sappiamo bene come andassero le cose in tutte le diverse parti del regno, poiché le fonti di informazioni sono insufficienti e discontinue; tuttavia nel corso della generazione seguente uno stato di continua incertezza rispetto al futuro incoraggiò molto il dissenso e le agitazioni.
Come effetto di tutto ciò il regno di Guglielmo Secondo si andò configurando come un periodo ideale di pace e di giustizia e questa nostalgia ci fa vedere come nel regno non prevalesse la volontà di una completa dissoluzione.
In effetti, poiché la monarchia fondata da Ruggero Secondo si mostrò capace di sopravvivere anche in periodi di ridotta autorevolezza della corona, dal 1189 la stessa monarchia dovette risultare largamente bene accetta a gran parte della classe dirigente dell’Italia meridionale e della Sicilia.
Anche ammettendo che, a partire da allora, la vìvolontà di conservare il regno fosse divenuta un’esigenza che andava oltre la figura stessa del monarca, rimane comunque capire esattamente da dove il giovane monarchia traesse in questo periodo la sua forza essenziale: lo si può intuire piuttosto che dimostrare.
La morte di Guglielmo lasciava una sola legittima consanguinea, la zia Costanza, sposata nel 1186 al re tedesco Enrico.
Si dice che Guglielmo avesse fatto giurare ai suoi uomini fedeltà nei confronti di Costanza, indicandola come erede legittima, ma le fonti scritte indicano che dopo la sua morte, proprio nel 1189, solo alcuni dei potenti del regno accettarono le richieste di lei come vincolanti; Costanza non aveva molte possibilità di essere accettata.
Fra i trenta e i quarant’anni, ella non aveva ancora figli e il suo sposo tedesco incarnava le antiche e non sopite ambizioni dell’Impero occidentale sul regno meridionale.
Con essi l’indipendenza di quest’ultima sarebbe stata compromessa, e anche se Costanza fosse morta senza figli Enrico avrebbe certamente cercato di annettere il regno al suo impero.
Le richieste di Costanza nel 1189 avrebbero potuto imporsi solo con la forza, e giacché l’imperatore era partito per la crociata nel maggio dello stesso anno, c’era la ragionevole possibilità che i tedeschi fossero troppo distratti per assumere l’impegno ulteriore di combattere in aiuto di Costanza.
In ogni caso il regno aveva avuto fino ad allora buon gioco nel logorare la minaccia tedesca.
Solo al confine settentrionale, nelle zone più vicine alle basi imperiali in Italia centrale, avrebbe potuto maturare un atteggiamento favorevole ai tedeschi.
L’interesse per una rivendicazione germanica derivava qui dal consolidamento dell’autorità imperiale in Italia centrale nel decennio precedente.
Ciò rendeva in ogni caso obbligatorio che il regno trovasse un modo per accordarsi con la nuova realtà italiana: c’era il pericolo che esso si ritrovasse concretamente in una condizione di marginalità se il centro di governo, a Palermo, avesse fallito nell’azione di riaffermare la propria autorità sul Mezzogiorno continentale e di annullare, nello stesso tempo, l’attrazione dalla rivale potenza imperiale.
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Quando il progetto della crociata venne delineato per la prima volta, Guglielmo Secondo prevedeva di giocarvi un ruolo di primo piano.
Anche per questo Tancredi si sentì obbligato ad accogliere Filippo Secondo e Riccardo Primo.
L’atteggiamento di quest’ultimo non era del tutto benevolo per via dei diritti rivendicati in nome della sorella Giovanna, vedova di Guglielmo Secondo, nonché delle promesse fatte da quest’ultimo di assicurare alla causa della crociata  navi, rifornimento e danaro.
Benché i sei mesi trascorsi da Riccardo in Sicilia fossero molto difficili per Tancredi,  questi non perse il controllo della situazione e riuscì anche con successo a  stringere con Riccardo un’alleanza per affrontare Enrico nel caso lo svevo avesse deciso di invadere il regno in tempi brevi, cioè durante la permanenza del re d’Inghilterra nel Mezzogiorno.
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Enrico non fece rientro nel regno se non nel novembre del 1196 e non raggiunse la Sicilia prima del marzo successivo.
Qui, a maggio, egli sfuggì a una cospirazione che puntava alla sua vita, che, secondo l’opinione che si diffuse in Germania, venne selvaggiamente repressa.
I dettagli dell’episodio non sono chiari ma è certo che si trattò di una ribellione che culminò nell’assedio di Castrogiovanni, che tenne impegnato Enrico per alcune settimane.
In ogni caso questa vicenda determinò in Italia il diffondersi e il radicarsi di un giudizio sulla crudeltà dei tedeschi.
Ma Enrico non visse abbastanza per assaporare la rivincita: ammalatosi durante una battura di caccia in Sicilia orientale all’inizio di agosto, egli morì di dissenteria il 28 settembre 1197.
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In Germania si diceva che Enrico e Costanza fossero entrati in contrasto in merito a come il regno andava governato e la regina venne a tal punto sospettata di essere coinvolta nella cospirazione contro la vita dello sposo da essere obbligata a presenziare al macabro rito di esecuzione dei suoi ispiratori.
Durante l’assenza di Enrico, comunque, Costanza aveva diretto con energia il governo del regno per circa due anni, e questa nuova esperienza, nuova tanto per Costanza quando per il regno, incoraggiò probabilmente le speranze di potere far a meno dei tedeschi dopo la morte dell’imperatore.
I sospetti di Enrico nei confronti della lealtà della consorte non dovevano avere veri fondamenti, ma riflettevano il risentimento dell’imperatore nei riguardi del senso di autonomia esibito da Costanza.
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Dopo che la brutale presa di possesso del regno da parte di Enrico Sesto aveva aperto un periodo, che durò meno di tre anni, di governo durissimo, la morte improvvisa dell’imperatore  minacciò di precipitare il regno medesimo in una nuova fase di incertezza politica.
Il suo unico figlio, Federico, che non aveva neppure tre anni, aveva incontestabili diritti alla successione, eppure sulla sua posizione pesava il fatto che in assenza del padre era stato già eletto re dei romani.
Naturalmente i sostenitori tedeschi di Enrico Sesto si trovarono di fronte innanzitutto al problema di come realizzare i diritti di Federico sull’impero.
Alla morte di Enrico, suo fratelli, Filippo si Svevia, fece immediato ritorno in Germania dall’Italia per radunare i suoi sostenitori, i quali insistevano naturalmente sull’idea che la sua sarebbe stata una leadership più efficace di quella rappresentata da una reggenza.
Probabilmente fu solo dopo che Costanza venne a sapere che anche Filippo era stato formalmente eletto re in Germania, l’8 marzo 1198, che Federico venne condotto dalla Puglia a Palermo, per esservi incoronato re di Sicilia, il 17 maggio dello stesso anno.
Dopo questa data ogni richiamo a Federico come re dei romani venne lasciato cadere.
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Nessun papa prima di Innocenzo Terzo aveva avuto una simile opportunità di incarnare il ruolo di signore feudale del regno assegnato formalmente al pontefice fin dal 1130, e nessun papa, fino a quel momento, aveva posseduto neppure la metà dei poteri da lui esercitati.
Non era prevedibile tuttavia che Innocenzo potesse anche comprendere e ancora meno adempiere a favore di altri i doveri della regalità.
Insomma Costanza aveva ottenuto giustizia: certo, essa in pratica non aveva avuto scelta e in punto di morte dovette nutrire numerose preoccupazioni per le possibili conseguenze del suo operato: ma i tedeschi erano stati tenuti lontani dal regno, l’eredità del figlio appariva salva e Innocenzo operava per garantire l’indipendenza del regno medesimo.
Come primo atto il papa ordinò a tutti i potenti meridionali, i nobiles, di prestare giuramento di fedeltà a lui stesso e al re.
Il suo obiettivo principale non era tuttavia quello di assicurare la disfatta dei progetti tedeschi finalizzati alla restaurazione dell’impero di Enrico Sesto.
Nel contempo Innocenzo Terzo si propose di approfittare delle circostanze per sottrarre alla corona le sue peculiari prerogative in ambito ecclesiastico e per stabilire significativi precedenti per quanto riguarda le implicazioni del suo ruolo di signore feudale.
Pag. 373

In quel momento Federico era già saldamente insediato in Germania.
Egli, in quanto figlio di Enrico Sesto e pupillo del papa, aveva rapidamente acquisito sostegni alla sua causa in Germania meridionale, ma la sua incoronazione a re dei romani nel dicembre del 1212 aveva dovuto avere luogo a Magonza, poiché Aquisgrana, dove per consuetudine si celebravano le incoronazioni dei sovrani germanici, rimaneva ancora sotto il controllo di Ottone Quarto: tale situazione dovette protrarsi fino a quando quest’ultimo non fu sconfitto dal re di Francia Filippo Augusto a Bouvines nel luglio del 1214, perdendo così ogni credibilità politica.
Nel luglio del 1215 Federico poté infine entrare in Aquisgrana per celebrarvi la sua incoronazione ufficiale e fu per questo evento, per lui, a segnare formalmente l’inizio del suo regno.
Il suo primo atto fu un voto solenne di partecipare alla crociata che Innocenzo Terzo andava progettando, anche se egli non poteva prevedere di potere realmente lasciare la Germania in tempi brevi.
La prospettiva della crociata gli serviva però a fissare uan meta ulteriore, che implicava già la sua intenzione di non trascorrere il resto della propria vita in Germania.
In effetti, l’impegno religioso, sicuramente sincero, lo affrancava politicamente dall’esilio fuori d’Italia dove Innocenzo Terzo aveva provato a relegarlo.
Pag. 391

La crociata costituiva insieme un dovere dell’imperatore e un modo di portare avanti l’opera di riconciliazione in Germania.
Se avesse desiderato di evitarla, difficilmente questo sarebbe stato nelle possibilità di Federico, per una serie di ragioni concomitanti: le pressioni di tutti i principi del tempo, le tradizioni della sua famiglia, il fatto che la crociata rappresentava il progetto che stava più a cuore al papato.
Allorché il piano della crociata venne annunciato, nel corso del Quarto Concilio Lateranense del 1215, venne proposto che i partecipanti si riunissero a Brindisi e a Messina nel giugno del 1217.
Il regno meridionale risultava dunque profondamente coinvolto nell’impresa e difficilmente Federico Secondo avrebbe potuto rimanere in disparte.
La Puglia nuovamente sotto il suo controllo, dal 1215 egli compare in atti di beneficienza, effettuati nei porti di Barletta e di Brindisi a favore di diversi ordini religiosi: in particolare l’ordine dei Cavalieri teutonici che egli aveva fatto tanto per promuovere e da cui si aspettava di essere sostenuto nell’allestimento di una solida piattaforma per l’imminente campagna militare.
Nonostante ciò, si è dubitato che la crociata fosse la ragione principale della partenza di Federico dalla Germania: gli storici lo hanno descritto per lo più come un uomo catturato da un forte richiamo sentimentale che lo attirava verso sud e che gli procurava avversione per la Germania.
Ma la sua non fu una partenza precipitosa e poco decorosa: furono anzi preparate con cura le sue condizioni e innanzitutto il governo che avrebbe dovuto reggere il regno in sua assenza.
Enrico venne così eletto re dei romani nell’aprile del 1220 e gli venne affiancato un consiglio di reggenza.
Dopo la sua partenza Federico riuscì a conservare per sé il favore dei principi.
Così quando dovette tornare nel 1235, era sì necessario far fronte alle tensioni determinate dal governo del figlio, ma non perché bisognasse reimporre la sua autorità, che non veniva contestata da forze ribelli.
In altre parole, le sue emozioni non condizionavano la lucidità degli atti: anche questo spiega come mai divenne un formidabile uomo di potere.
Pag. 392-93

Cap. 11. La ripresa del regno

Federico Secondo trascorse in Italia gran parte degli anni che seguirono il suo ritorno nel 1220, con due lunghe parentesi: un anno speso per la crociata, tra il 1228 e il 1229, e, tra il 1235 r il 1237, numerose trasferte in Germania.
In seguito, fino alla tarda età moderna, nessun altro uomo di governo si sarebbe dedicato con pari zelo e intelligenza ai problemi e agli impegni relativi alla penisola intera.
Nel Mezzogiorno Federico non ebbe molte difficoltà a restituire vigore alla monarchia e i conflitti che dovette affrontare altrove non indebolirono significativamente il suo regime nel regno.
Quest’ultimo rimase fedele e fu effettivamente amministrato da ufficiali pubblici devoti al re, esecutori tempestivi delle sue istruzioni e costantemente sotto esame.
Ma il regno non poteva garantirgli uno splendido isolamento rispetto agli accadimenti che turbavano l’altra parte della penisola.
La regolarità nell’azione di governo e la prosperità facevano del regno un modello ponendolo come la maggiore potenza italiana, e ciò non poteva essere senza conseguenze.
Se non avesse assunto un ruolo di comando negli affari della penisola, la monarchia meridionale avrebbe corso il rischio di subire seri contraccolpi.
Sebbene Federico potesse governare il regno in absentia, è naturale che egli preferisse comunque essere sempre presente quando ne aveva la possibilità e solo problemi urgenti lo tenevano lontano.
Soggiornando nella regione preferita, la Capitanata, era facile raccogliere informazioni provenienti per un verso dalla Sicilia, per un altro, lungo la costa adriatica, fin dalla Lombardia e dalla Germania.
Proprio in Capitanata, a Foggia, già nel 1223 volle che fosse costruito un palazzo dove, in numerose occasioni, egli riunì grandi assemblee per discutere le maggiori questioni di governo.
Trascorse nel regno quasi il doppio del tempo dedicato alle altre regioni italiane.
Nella prima parte del suo governo, prima del lungo intervallo tedesco, trascorse nel regno tre quarti del suo tempo.
Durante questo periodo, egli dovette ripristinare la forza effettiva della monarchia, organizzare la crociata, fronteggiare, al ritorno da questa, le conseguenze dell’invasione pontificia nel regno avvenuta durante la sua assenza e restaurare la propria autorità.
Dopo anni di esilio, quasi mai poté godere di un momento di riposo pieno.
Tuttavia il suo regno sorse laddove egli avvertì di essere più amato e dove egli poté meglio sviluppare i suoi interessi nell’architettura, nella cultura e nell’attività fisica.
Non c’è motivo di dubitare della sua sincerità quando affermava con orgoglio di essere uomo di Puglia.
Federico in realtà era nato a Iesi, poco più a nord del confine settentrionale del regno e aveva trascorso la sua giovinezza in Sicilia; di fatto non aveva visto molto altro del Mezzogiorno prima di recarsi in Germania nel 1212.
Non può essere stata la nostalgia per la sua giovinezza siciliana a riportare di nuovo Federico in Italia meridionale, giacché egli non aveva nessuna ragione politica per fare un bilancio felice degli anni difficili che egli aveva trascorso nell’isola da bambino.
Fin dall’inizio egli capì che, per la complessità di tutti i suoi impegni, non poteva fare di Palermo la sede stabile della sua residenza alla maniera dei suoi antenati normanni.
Lo stile itinerante del governo di Federico costituì un distacco dal modello normanno.
Pag. 397-98

Il protrarsi della permanenza in Sicilia impedì che Federico agisse direttamente sul processo di ripristino dell’autorità regia in Italia meridionale.
Sulla base della sua corrispondenza, sembrerebbe che l’imperatore dovesse frenare lo zelo dei suoi ufficiali, invece che spingerli a un impegno più deciso a vantaggio della corona.
Mentre si trovava in Sicilia, nell’estate del 1224, Federico prese l’importante decisione di fondare uno studium generale a Napoli, con l’obiettivo principale di formare esperti di diritto necessari al servizio della corona.
In tal modo si sarebbero ridotti i costi di formazione per coloro che altrimenti avrebbero dovuto recarsi a Bologna per studiare: in questo senso la decisione di Federico ha sicuramente qualcosa a che fare con le difficili relazioni tra l’imperatore e il vivace comune bolognese.
Più specificamente essa indica che dopo tre anni dal suo arrivo nel regno, Federico percepiva la necessità di disporre di ufficiali più preparati.
Per risolvere il duplice problema, l’insufficienza delle risorse umane rispetto alla natura delle sue ambizioni e l’impossibilità di affidarsi alle iniziative di maestri privati che rispondessero all’esigenza di un insegnamento specializzato, Federico decise dunque di fondare un’università.
Si trattava della prima università in Europa che veniva formalmente istituita.
Federico non accordò alternative.
Ai suoi sudditi venne proibito di lasciare il regno per studiare in altri luoghi.
Inoltre per promuovere la nuova istituzione offrì ai professori contratti vantaggiosi per attirarli a Napoli mater antiqua studii: in una città prospera e feconda, unica per le sue bellezze naturali e per la sua collocazione.
Sappiamo poco dell’attività dell’università nei primi anni di vita, ma un’indicazione relativa alle conseguenza che la sua fondazione dovette produrre nel regno è data da un contratto del 1224, con cui uno scriba professionista di Bari si impegnava a redigere per un cliente di Salerno una copia della raccolta di decretali con al glossa di Ugolino dei conti di Segni, il futuro Gregorio Nono.
Forse nel regno ancora non c’erano molti professori, ma sicuramente circolavano numerosi copisti che potevano trarre profitto da questa nuova forma di patronato.
Pag. 408-9

Non è possibile prendere posizione di fronte alle divergenze dei punti di vista dei papi da un lato e di Federico dall’altro: la sincerità degli atteggiamenti delle due parti non è in discussione, ma non è neppure rilevante, giacché esse si richiamavano a principi incompatibili.
E’ probabile che Federico non si rese subito conto di quali ostacoli il papato avrebbe innalzato per impedirgli di raggiungere i suoi obiettivi.
Naturalmente egli prevedeva all’inizio di procedere con calma e diplomazia.
Il papato, che inizialmente guardava a Federico come a un vassallo devoto e volenteroso, rimase sorpreso e inorridito allorché l’orfano disgraziato si trasformò in un capace uomo di governo dotato di un autonomo punto di vista.
Ma le strategie dei papi non erano tutte uguali: Onorio Terzo immaginò di potere risolvere il problema manifestando semplicemente il proprio dissenso; Gregorio Nono si rese conto che era necessario allearsi con i nemici di Federico e i successori di Gregorio infine dovettero fare ricorso a tutte le risorse materiali e spirituali della cristianità occidentale per ottenere la liquidazione della famiglia di Federico.
Osservato a distanza, tuttavia, il punto di vista di Federico è apparso storicamente più apprezzato di quello del papato, perché coincide, almeno in apparenza, con un tentativo, che non sapremmo come definire, se reazionario, prematuro o del tutto anacronistico, di costruire un vero sistema di governo laico, in un tempo nel quale fuori dei confini del regno gli uomini colti e capaci di produrre idee sull’organizzazione sociale concentravano tutta la loro fiducia in uno spazio di spiritualità rappresentato e istituzionalizzato dalla Chiesa.
In un contesto del genere, comunque, doveva apparire illusorio a Federico persistere in un atteggiamento che non tenesse conto della presenza del papato.
Nello stesso tempo però gli osservatori contemporanei non previdero mai con chiarezza fino a che punto entrambe le parti sarebbero risultate in grado di sostenere e portare avanti la controversia.
Il richiamo di Federico alle tradizionali consuetudini non sembrava più provocatorio o astratto di quello che Enrico Secondo aveva espresso contro Thomas Becket in Inghilterra.
E da parte sua il papato era ben lontano dal ritenere sicura la sconfitta di Federico.
Pag. 420-21

L’occasione della prima rottura fra Gregorio e Federico fu offerta dal ritorno di quest’ultimo in Puglia poco dopo la partenza per la crociata nell’agosto del 1227: un atto che rendeva l’imperatore automaticamente passibile di scomunica.
Certamente Federico non era in condizioni perfette, ma probabilmente neppure tanto malato da non potere proseguire il suo viaggio, sostando magari da qualche parte lungo l’itinerario.
Il fatto è che l’imperatore, a quanto pare, dava per scontato che, in un modo o in un altro, avrebbe evitato la condanna papale.
Con ciò Federico esibiva un’incoscienza pari alla spietata determinazione con cui il papa intendeva cogliere l’occasione di ridimensionare l’avversario: non per nulla aveva assunto il nome del papa che più di ogni altro aveva legato la propria identità alla lotta contro le pretese dei principi secolari.
Da cardinale Gregorio aveva assistito al progressivo deperimento della prospettiva politica inaugurata dallo zio Innocenzo nelle mani del debole Onorio: adesso gli premeva dimostrare che a Roma il tempo dei tentennamenti era finito.
Come il suo nome suggeriva, Gregorio non aveva il minimo dubbio sulla correttezza del proprio operato: che senso aveva fermarsi a calcolare le proprie possibilità di successo, dal momento che, senza possibilità di errore, Dio non avrebbe mai abbandonato la sua Chiesa?
Pag. 423

Il re non ammise mai che la sua opera di riorganizzazione potesse essere oggetto di critiche di alcun tipo.
Le preoccupazioni di Federico relative al governo, dopo gli accordi con Gregorio, non devono essere valutati fuori dal loro contesto politico.
Più in particolare, le forti pressioni che il sovrano esercitò nei confronti del regno non devono essere giudicate come derivanti da qualche programma ideologico, ma come la necessaria risposta al tipo di congiuntura politica.
In altre parole, se Federico non avesse sviluppato una giustificata diffidenza nei confronti delle intenzioni del pontefice, o se avesse deciso di rafforzare la sua autorità imperiale, minacciata tanto in Italia settentrionale – dalla nuova Lega lombarda – quanto in Germania, è possibile che lo sviluppo dei poteri monarchici nel regno fedele avrebbe assunto altre caratteristiche.
Quanto grandi fossero le risorse potenziali di quest’ultimo era stato accertato dalla capacità di sopportare il peso economico della crociata: ma in base unicamente alla permanenza in Sicilia durante la giovinezza, difficilmente Federico avrebbe potuto immaginare l’entità di tali riserve.
Dopo il 1230 la pressione non si allentò mai e con essa le richieste (fiscali o di altro genere) rivolte ai sudditi: sebbene poi il sovrano non abbia avuto tempo e modo di individuare nuove modalità di gestione e continuasse a operare all’interno del contesto amministrativo e istituzionale che aveva ereditato.
Che fondamento ha la tendenza degli storici moderni a giudicare Federico come il creatore dello Stato moderno?
In verità egli si considerava il rinnovatore del regno normanno e dell’ideale imperiale romano, mentre i suoi contemporanei, coloro che abitavano il regno, non trovavano particolarmente nuova la sua identità politica: bene o male, fin dal 1220 egli aveva affermato di volere semplicemente restaurare, dopo un periodo di sconvolgimenti, le buone consuetudini del tempo di Guglielmo Secondo.
Per quel che sappiamo il regno espresse una sostanziale acquiescenza nei confronti della gestione amministrativa del re: era stata la precedente fase di disordine a chiarire ai più che ogni alternativa a Federico avrebbe significato in realtà la prevalenza di interessi particolari.
Persino una larga parte del clero non considerava desiderabile un indebolimento della sua autorità, pur continuando a sperare intensamente in un miglioramento delle relazioni con il papato.
Nonostante le denunce, dure ed enfatiche, dei comportamenti tirannici di Federico, a opera del papa e dei suoi alleati, denunce che proseguirono anche dopo la morte dell’imperatore, la percezione che possediamo della sua attività di governo indica con certezza che nessun altro sovrano avrebbe potuto fare di più per i suoi sudditi.
La popolazione del regno non aveva motivo di ritenere che gli altri principi del tempo potessero assolvere ai propri doveri con più intelligenza o con maggiori scrupoli.
La documentazione amministrativa che sopravvive è assai lacunosa, ma riesce a mostrarci un re consapevole delle propria funzione, circondato da ufficiali ubbidienti; lasciando scorgere anche nella gran parte dei sudditi la fiducia nel carattere misericordioso del re e nella sua capacità di attuare la giustizia, come era nelle aspettative di quei tempi.
Pag. 427-28

Osservando queste misure contradditorie ci accorgiamo dell’esistenza di un conflitto non facilmente sanabile fra le esigenze immediate del tesoro e le prospettive a lungo termine di crescita della prosperità del regno.
Un anno dopo Federico era a Venezia e concedeva ai suoi cittadini il privilegio di spostarsi liberamente nel regno e di commerciarvi pagando dazi al tasso fisso dell’1,5 per cento, esigibili in natura secondo la decisione degli ufficiali regi.
Il re rinunciava inoltre a ogni pretesa sui beni dei veneziani che morivano nel regno o le cui navi subivano naufragio.
Ancora, i mercanti veneziani potevano commerciare nella loro città beni acquistati nel regno, anche se nulla veniva specificato sul dazio che dovevano pagare per questo tipo di attività.
Certamente le concessioni di Federico erano finalizzate ad allontanare Venezia dalla prospettiva di un’adesione alla Lega Lombarda.
Tant’è che quando, sei mesi più tardi, il comune di Genova nominò un esponente milanese della lega come suo podestà, Federico reagì arrestando tutti i mercanti genovesi presenti nel regno e impadronendosi delle loro merci.
Tutto ciò conferma che il controllo dell’imperatore sull’economia del regno non può essere analizzato separatamente dagli altri aspetti della sua politica.
Le città italiane settentrionali volevano tutti i vantaggi economici che il commercio con il regno prospettava, ma Federico non poteva accettare che esse fossero, al contempo, libere di godere di tali vantaggi e di usare la propria forza contro di lui.
I pisani compresero bene il problema e ottennero, nell’aprile del 1224, il permesso di muoversi e di commerciare in tutti i domini dell’imperatore, e in modo particolare a Messina e a Palermo.
Pag. 435

Gran parte della legislazione fredericiana, tuttavia, non cerca tanto di riformare, quando di chiarificare e di sistematizzare.
Traspare allora, attraverso le leggi, la personale venerazione di Federico per il diritto, e di conseguenza l’insistenza affinché nei giudizi sia mantenuto un comportamento pieno di rispetto, senza grida o vuote declamazioni, da parte di tutti i soggetti della gerarchia sociale, dai conti in giu.
Le norme contenute nel Liber Augustalis riflettono non solo l’intelligenza e l’autorità dell’imperatore, ma anche la matrice culturale di un’intera generazione di ufficiali e consiglieri, compresi molti membri del clero.
Un’importantissima innovazione per il diritto siciliano, e cioè la regolamentazione degli appelli dalle corti di primo grado fino alla corona stessa, certamente mutuò un modello tratto dalla logica gerarchica della Chiesa.
Federico insomma era pienamente consapevole delle proprie responsabilità, tanto come legislatore che come fonte di giustizia.
Pag. 438-39

Lo sviluppo dell’organizzazione burocratica di Federico sulla base dell’apparato esistente al momento del suo rientro nel 1220 derivava più dalla capacità dell’amministrazione di incrementare il ritmo delle sue diverse attività che da un qualche intervento deliberativo.
Analogamente, durante i cinque anni che precedettero il suo viaggio in Germania del 1235, quando Federico ebbe modo di analizzare da vicino lo stato del suo governo, i mutamenti eventualmente introdotti non furono desunti da un astratto modello preconcetto.
Le disposizioni venivano così costantemente sottoposte a revisione, non solo per adeguarle a successivi cambiamenti di contesto, come, ad esempio, le assenze del re o l’esplosione dell’ostilità papale, ma, senza dubbio, anche per adeguarle alla disponibilità di ufficiali idonei.
L’amministrazione fredericiana rimaneva dunque una struttura flessibile che procedeva attraverso prove e sperimentazioni, finalizzata a soddisfare esigenze immediate.
E l’imperatore non aveva l’obiettivo di imporre precocemente un ordinamento autocratico.
Quindi non ha alcun senso tenere in vita l’immagine di Federico come incarnazione di un modello di cesarismo fascista, coltivata in Germania e in Italia nel periodo compreso fra le due guerre mondiali: quel che è certo è che essa è riuscita a fuorviare gli storici.
Alle ragioni della comprensione storica, come spesso succede in questi casi, non è risultato utile il manto che copre le spalle di quell’immagine e che ne ha troppo modernizzato i caratteri.
Pag. 443

Negli anni in cui circolavano questi discorsi il governo del regno si poté giovare molto dell’apporto degli irreprensibili vescovi di Palermo e Capua: anche per questo è difficile credere che le condizioni delle chiese del regno fossero davvero precarie.
Gregorio invece volle convincersi che tutto era responsabilità di Federico: nessuno, a dire del papa, poteva alzare un dito nel regno senza che lo volesse Federico.
Ciò significa non che il papa non avesse argomenti  più specifici, ma solo che le accuse mosse nel 1239 non erano particolarmente nuove.
Il migliore motivo  per incrementare le lagnanze era dato dalla ricerca e dalla costruzione di una buona occasione per procedere alla scomunica, data l’impossibilità di ammettere le vere ragioni della rottura con l’imperatore nell’inverno del 1238-39.
Dopo aver stabilito che non c’erano più speranze di un’effettiva collaborazione con Federico.
Gregorio decise di appoggiare la Lega lombarda, vedendo in questa l’unica concreta possibilità di indebolire il dominio politico dell’imperatore in Italia.
Da questa posizione, il papato non volle più tornare indietro, nonostante Federico non rinunciasse mai alla speranza che un diverso atteggiamento del papa riaprisse la strada della riconciliazione.
Pag. 445-46

Il regno non ricavò grandi motivi di turbamento dalla scomunica di Federico.
La situazione interna ad esso rimaneva del tutto priva di tensioni, al punto che, osservati dal Mezzogiorno, i problemi che incombevano altrove su Federico sfuggivano a un’esatta valutazione, non riuscivano cioè ad essere apprezzati nella loro giusta portata.
Riccardo di San Germano, che mostra scarso interesse per le questioni che non riguardavano direttamente il regno, riflette probabilmente l’atteggiamento generale dei suoi abitanti nei confronti degli altri domini dell’imperatore.
Lo scontro con il papa ad esempio non determina né sconvolgimenti delle identità religiose né un’attenuazione del sentimento collettivo di fedeltà nei confronti del re.
Proprio perché la lealtà del regno era sostanzialmente sicura, Federico non aveva bisogno di concentrare qui la sua attenzione: c’erano  suoi ufficiali a sostituirlo fedelmente.
Durante la vita di Federico, il papato del resto non avvertì mai l’esistenza di situazioni di malcontento che potessero mettere in crisi l’autorità del re.
Per sconfiggerlo, per raggiungere cioè l’obiettivo che il papato infine si era posto, era necessario attaccarlo nel suo ruolo di imperatore, non in quello di re: così facendo il papa aveva la necessità però di reperire risorse in tutta la cristianità.
In definitiva la condotta del papato conferma nel modo più eloquente quanto forte fosse il radicamento di Federico nel regno.
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Di fatto non c’erano alternative a questo sistema, poiché la corona non aveva l’intenzione di pagare per ottenere un servizio professionale.
Fra coloro che tenevano in piedi il sistema e il re esisteva un livello intermedio, composto da un numero relativamente piccolo di gestori provinciali, la cui azione era diretta dal re a proprio beneficio,  ma ad alcuni dei quali la corona poteva affidare gli uffici in questione.
Federico poteva sostituirli se non davano una prova soddisfacente delle proprie capacità, ma, almeno fino ad un certo punto, egli non poteva farne a meno: dipendeva cioè da uomini che servendo nella sua amministrazione coltivavano interessi personali.
Questa singolare organizzazione, nonostante i suoi limiti, rimase sufficientemente coesa durante la vita di Federico e può, in generale, essere considerata efficiente.
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Gli impegni di Federico in Germania, la guerra in Italia settentrionale e la rottura aperta con Gregorio Nono nel 1239: tutti questi fattori resero più difficile il governo del regno, ma anche se non si fosse venuto a trovare in contrasto con il papato l’imperatore avrebbe comunque continuato a sviluppare e rafforzare la sua pratica di governo, perché la verifica sistematica e continuata delle proprie attività gli era connaturale.
Nel tempo in cui furono adottate, tuttavia, alcune delle sue innovazioni dovettero certo essere giudicate necessariamente provvisorie.
Risultava, ad esempio, praticamente impossibile pensare che la separazione del regno e del suo clero dal papato potesse durare a lungo.
Il controllo ravvicinato delle chiese da parte della corona era tollerabile per il clero solo nella misura in cui esso poteva continuare a sperare che un cambiamento nel trono pontificio o in quello regio o, ancora, un mutamento di sentimenti avrebbe alla fine restaurato normali relazioni fra Chiesa e Corona.
Una prospettiva che avrebbe inevitabilmente riportato il clero a occupare ruoli nell’amministrazione del regno.
Per questa ragione il papa aveva in mano un atout: il re cioè non poteva sottrarre in permanenza al regno la cura e la sollecitudine del papa.
Nonostante la sua autorità in questo mondo, anche Federico, in altre parole, era una figura di transizione che alla fine sarebbe stata sostituita da altri.
I papi che attendevano questo giorno, pregando per il suo arrivo al più presto, erano forse ingenerosi, ma certamente non stupidi.
Per quanto ansiosi fossero divenuti nell’animo, essi avevano anche buone ragioni per avere fiducia e senza tirare in ballo la loro fede nella provvidenza divina.
Pag. 461

Sebbene le linee principali del drammatico confronto con il papato siano note, resta difficile capire cosa accadde nel regno negli ultimissimi anni di Federico.
La casuale sopravvivenza di un registro ufficiale del 1249, conservato a Montecassino, contenente atti di incameramento a favore del fisco, mostra notevoli interventi di confisca di terre a danno di traditori, riferendosi però solo alla Capitanata.
Gli elementi di conoscenza che ne possiamo trarre non sono dunque sorretti da altre prove, relative ad altre aree, anche se alcuni documenti angioini più tardi aggiungono altri nomi di potenti che avevano perso le loro terre sotto Federico Secondo, senza indicare però né cosa avessero fatto per attirare l’ira dell’imperatore né quale fosse il loro effettivo peso politico.
In realtà l’impatto della censura papale sul regno nons i avvertì immediatamente dopo l’atto di scomunica del 1239, ma solo quando Innocenzo Quarto depose, il 17 luglio 1245, formalmente Federico al Concilio di Lione.
Solo allora alcune figure di spicco della compagine di governo si piegarono alle pressioni che venivano dal papa.
Pag. 462

Cap. 12. Il regno tradito.

Questi drammatici eventi sulla costa occidentale dell’Adriatico ebbero immediate ripercussioni sul versante opposto dello stesso mare.
Nella primavera dell’anno seguente  numerose città dell’Epiro riconobbero la signoria di Manfredi.
Michele Angelo, despota dell’Epiro, riconoscendo il suo primato, aprì un negoziato grazie al quale Manfredi ottenne alla fine che la figlia di Michele, Elena, diventasse la sua seconda moglie, recandogli come dote alcuni porti e alcune isole dell’Epiro fra cui Corfù.
Come il suo grande predecessore Roberto il Guiscardo, Manfredi non aveva bisogno di un titolo regio per guadagnare una grande influenza negli affari di un impero orientale che si trovava a un punto critico della sua storia.
In quegli anni i principi bizantini erano occupati a risolvere il problema di chi fra di essi dovesse recuperare Bisanzio occupata dagli imperatori latini (come poi sarebbe avvenuto nel 1261 ad opera di Michele Ottavo di Nicea): ad essi Manfredi appariva già un principe altino abbastanza forte da meritare rispetto.
Pag. 474

Dopo la battaglia di Benevento, Carlo acquisì in realtà un regno in buona efficienza, amministrato alla maniera di Federico Secondo: non possiamo avere dunque dubbi sul fatto che Manfredi fosse riuscito effettivamente a restituire al regno forza e vitalità.
Il successo di Manfredi può essere misurato guardando l’interesse con cui altri principi cercavano di ottenere la sua amicizia e osservando anche la rapida ripresa del fronte ghibellino nel resto d’Italia.
Sebbene non fosse né erede legittimo né imperatore, Manfredi  fu realmente in grado di risollevare l’autorità della tradizione federiciana in Italia.
Fino alla sua morte il papato lo temette e lo detestò, ed è chiaro che ciò ha pesato fortemente sulla sua reputazione storica.
Pag. 476

Alessandro Quarto non pensò seriamente di occupare il posto lasciato vuoto da Edmondo quando il progetto costruito intorno a quest’ultimo fallì, nonostante che il successo di Manfredi rendesse naturalmente indispensabile l’individuazione di un altro campione pontificio, persistendo la linea secondo cui il principe svevo non poteva essere riconosciuto.
Lo stato di grave confusione nel quale versava la curia romana in questa fase era aggravato dal fatto che Alessandro Quarto venne costretto quasi contemporaneamente ad abbandonare Roma a causa dell’ostilità della città nei suoi confronti: soprattutto Viterbo, Orvieto e Perugia divennero così, per lui e per i suoi successori, le basi nelle quali progettare la reazione.
Quando Alessandro morì nel 1261, la curia si mostrò talmente irresoluta da occupare ben tre mesi per scegliere il suo successore e non si trovò nessuno negli ambienti più prossimi, laici o ecclesiastici che fossero, capace di ricondurre il collegio ad un maggiore senso dell’equilibrio e della responsabilità.
Toccò ad un nuovo outsider, e cioè al nuovo papa, Urbano Quarto, impegnarsi per un drastico mutamento di indirizzo.
Pag. 483

In realtà non fu l’ambizione a compromettere Manfredi, ma la collocazione del regno di Sicilia nell’Europa cristiana.
Ormai da diverse generazioni tanto l’impero quanto il papato si erano rifiutati di accettare che il regno normanno vivesse una vita tranquilla.
Dopo aver consentito che il regno si formasse e si affermasse, non appena ne ebbero la possibilità, papato e impero provarono a colpire la sua autonomia e la sua unità in modo tale che si uniformasse alle loro esigenze.
Il regno però era diventato una realtà molto solida, un potere con cui era necessario fare i conti, e che d’altra parte non poteva essere isolato dagli eventi che agitavano la politica fuori dai suoi confini.
E’ assurdo pensare dunque che Manfredi potesse tagliare i suoi rapporti con i sostenitori e gli alleati sparsi in tutta Italia.
Pag. 485

Manfredi non era imperatore e non aspirava a diventarlo: egli non rappresentava un partito imperiale che sfidasse la sovranità papale in Occidente.
In un certo senso però egli rappresentava un punto di vista nettamente opposto alla visione papale della politica: Manfredi lavorava cioè per un equilibrio pragmatico che il papa non avrebbe mai accettato.
Se il regno fosse stato una diretta pertinenza del papato, quest’ultimo ne avrebbe configurato direttamente il volto politico e istituzionale senza sopportare opposizione di sorta.
Per tutto ciò un negoziato fra parti connotate da visioni del potere così differenti non avrebbe potuto mai condurre a un accordo duraturo.
Pag. 486

Gli storici moderni tuttavia non hanno guardato a Manfredi con molta simpatia.
Essi si sono occupati meno della storia del regno meridionale che non delle prospettive successive della storia italiana.
Essi pensano che l’appoggio a Manfredi fuori dai confini del regno cominciò a vacillare non appena Carlo apparve al di qua della Alpi e considerando inoltre Manfredi un sovrano dello stesso stampo del padre, mostrano pochi rimpianti rispetto al fallimento dei progetti svevi relativi all’Italia intera, delineati come una potenziale minaccia delle libertà cittadine, come un annuncio di un possibile governo autoritario.
Per tali ragioni, la sconfitta di Manfredi è stata considerata più una sventurata vicenda personale che una reale tragedia politica.
Eppure, in un certo senso, la battaglia di Benevento è un passaggio che può essere paragonato alla battaglia di Hastings.
Nessun contemporaneo poteva immaginare che conseguenze avrebbe determinato un semplcie mutamento di dinastia.
Coloro che equivocarono o tradirono Manfredi nel 1266 non avevano modo di intuire cosa sarebbe seguito: essi pensavano unicamente ai propri interessi e al proprio tornaconto senza soppesare il prezzo che avrebbero dovuto pagare.
Le strutture del regno di Federico sopravvissero sotto il dominio angioino e negli anni successivi Carlo divenne la presenza più autorevole della penisola, anche se ogni somiglianza con Federico è solo superficiale.
Gli angioini dovevano infatti il proprio ruolo in Italia all’iniziativa papale, identificandosi essenzialmente come i sostenitori della causa guelfa.
Essi non avevano rivendicazioni da esercitare nei confronti delle forze politiche italiane dislocate fuori dai confini del regno, simili a quelle che gli svevi, in quanto imperatori, avevano a lungo alimentato.
Federico Secondo aveva offerto al regno meridionale la vitale prospettiva di diventare la formazione maggiore e più influente nella penisola: quando il regno passò nelle mani degli angioini fu condannato alla decadenza e alla stagnazione.
Dopo la separazione della Sicilia, determinata dalla guerra dei Vespri (1282), il grande regno di Federico risultò diviso e dominato da due dinastie straniere.
Ciò rappresentava il primo passo verso la subordinazione di tutta l’Italia a una dominazione esterna.
Gli storici sono stati ipnotizzati dalle conquiste delle città italiane settentrionali dopo la caduta di Manfredi e non si sono accorti che la disfatta del regno normanno voluta dal papa portava in sé un significato che andava molto al di là dei destini del Mezzogiorno.
Il papato stesso ne uscì talmente corrotto e indebolito da diventare politicamente dipendente dall’egemonia francese e ciò ebbe conseguenze profonde sul suo sviluppo.
Italia e Germania dal canto loro hanno portato le cicatrici della rovina dell’impero svevo fino a tempi molto recenti.
Paragonando ancora Benevento a Hastings, non è difficile individuare gli elementi di continuità tra le epoche che la battaglia nettamente distingue.
Gli angioini erano pochi e non furono in grado di introdurre grandi cambiamenti, ma lo slancio della monarchia che Ruggero Secondo aveva saputo accendere e che Federico Secondo aveva potuto sostenere adesso cominciò a rallentare.
In qualche modo era il campo di battaglia che avrebbe determinato il futuro di un regno vinto dal ferro delle armi.
Nessun re a partire da Guglielmo Primo a Benevento nel 1156 aveva dovuto combattere personalmente per la sopravvivenza e nessun re era mai stato ucciso in battaglia.
Il temerario eroismo di Manfredi non è un’invenzione del romanticismo, in cerca di miti da ammirare.
Il principe era pronto a morire pur di salvare il regno, pronto a trionfare o a perire nell’impresa che aveva voluto, alla maniera dei suoi grandi predecessori di stirpe normanna.
Un giovane temerario degno di chi l’aveva preceduto: il regno non avrebbe avuto mai più sovrani degni della memoria dei suoi fondatori.
Pag. 491

Bibliografia

Storia del mondo medievale. – Garzanti, 1979
Il Mezzogiorno dai bizantini a Federico Secondo / A. Guillou … et al. – In: Storia d’Italia. – UTET, 1983
Storia dei musulmani in Italia / M. Amari. – Catania, 1933
I normanni e la loro espansione in Europa nell’Alto Medioevo. – Spoleto, SCIAM, 1969
Bizantini e bizantinismo nella Sicilia Normanna / F. Giunta. – Palermo, 1950
La Longobardia meridionale, 570-1077 / F. Hirsch, M. Schipa. – Roma, 1968
Italia meridionale longobarda / N. Cilento. – Milano, 1971
Storiografia e politica nell’Italia normanna / V. D’Alessandro. – Napoli, 1978
La sovranità pontificia sull’Italia meridionale e sulla Sicilia / A. Trombetta. – Casamari, 1981
Villani e cavalieri nella Sicilia medievale / I. Peri. – Bari, 1993
Tra Roma e Palermo: aspetti e momenti del Mezzogiorno medievale / J. M. Martin. – Galatina, 1989
Storia del Mezzogiorno. – Napoli, 1988
La Sicilia e i normanni: le fonti del mito / G. M. Cantarella. – Bologna, 1989

Introduzione alla storia bizantina di Giorgio Ravegnani

Cap. 1 La storia di Bisanzio

La nozione di storia bizantina

La storia bizantina riguarda gli avvenimenti della parte orientale dell’Impero romano che sopravvisse per un millennio alla caduta dell’Occidente e di cui fu capitale la città di Bisanzio.
Bisanzio è la denominazione originaria dell’attuale Istanbul, chiamata nel Quarto Secolo Costantinopoli (“la città di Costantino”) in onore dell’imperatore Costantino Primo.
Bisanzio e Costantinopoli sono i toponimi greci della città, usati indifferentemente dalle fonti medievali, mentre Istanbul è il nome turco, derivante dalla deformazione delle parole greche is tin polin che significano “nella città”.
I sudditi di questo impero sono comunemente definiti bizantini, ma nella storiografia più recentesi incontrano anche le definizioni di romani o di romei: al prima si usa in genere per il periodo più antico di storia bizantina (dal Quarto al Settimo Secolo); la seconda deriva dalla fonetica della parola greca rhomaioi (secondo la pronuncia della lingua attuale).
L’uso di bizantini in riferimento agli abitanti dell’Impero d’Oriente è di origine moderna e non trova riscontro nelle fonti se non per indicare i cittadini della capitale.
I bizantini, infatti, si ritenevano romani e così si definirono nel corso di tutta la loro storia, adattando lo stesso termine al mondo in cui vivevano: la Rhomania, “la terra dei romani”, in contrapposizione a quella dei barbari che non ne facevano parte.
Il termine compare nel Quarto Secolo e pare essere di origine popolare: a partire dal successivo entra nell’uso corrente e fino al Quindicesimo Secolo ai parla di Rhomania con riferimento all’Impero di Costantinopoli.
Era utilizzato non solo dai bizantini, ma anche dagli stranieri che così indicavano i territori governati dall’Impero: si pensi ad esempio alla Romagna e alla Lombardia in Italia, che derivano i loro nomi dall’antico dominio dei romani intorno a Ravenna e da quello contrapposto dei longobardi, al toponimo Romania con il quale i crociati chiamarono l’Impero, al termine ar-Rum usato dagli arabi e dagli altri popoli musulmani per indicare i sudditi di Bisanzio, o ancora al sultanato di Rum che i turchi costituirono in Asia Minore occupando i territori già appartenenti all’Impero.
La definizione di greci o di elleni era ritenuta dispregiativa a Bisanzio: ellenismo veniva considerato sinonimo di paganesimo e, di conseguenza, elleno corrispondeva a idolatra, implicando un legame con i culti pagani che erano stati messi al bando nella Costantinopoli cristiana.
Questi due termini furono rivalutati nel Tredicesimo Secolo, a opera degli umanisti greci che volevano così richiamarsi al passato classico, ma si trattò di un’operazione puramente culturale, senza alcun legame con la realtà e l’uso corrente: i sudditi dell’Impero continuarono a definirsi “romani” e anche dopo la caduta di Bisanzio il patriarca di Costantinopoli fu il patriarca dei romani.
“Greci” è un epiteto spesso usato nel Medioevo con intenti diffamatori all’indirizzo dei bizantini.
La definizione ricorre nei frequenti conflitti protocollari con l’Occidente, quando i sovrani germanici rivendicavano la qualifica di imperatori romani chiamando in segno di spregio i colleghi orientali semplicemente “imperatori dei greci” o anche “re dei greci”.
A Bisanzio la cosa era però considerata un affronto, perché il sovrano di Costantinopoli si riteneva l’unico depositario del titolo imperiale e rifiutava di riconoscere gli emuli dell’Occidente.
L’idea di romanità fu infatti alla base del sistema politico dei bizantini.
Per tutto il millennio l’Impero venne considerato la continuazione di Roma con diritto alla sovranità su tutti i territori a questa appartenuti; l’eventuale dominazione straniera all’interno dei confini del mondo romano era ritenuta illegale e frutto di un’usurpazione.
A questa concezione, propriamente politica, si aggiunse fin dalla prima epoca un aspetto religioso, che la completava formando un tutto omogeneo: l’Impero era un disegno di Dio, che aveva eletto il popolo cristiano come depositario della sua volontà.
Ne conseguiva che era eterno, in quanto voluto da Dio, e universale, in quanto romano.
Non poteva esistere inoltre un altro imperatore dopo quello di Costantinopoli, che da Dio riceveva il potere perpetuando l’autorità delegata a Costantino Primo, il primo monarca cristiano.
Questa idea sopravvisse tenacemente nel mondo bizantino, anche quando la realtà dei fatti la rese improponibile, e fu sempre l’ispiratrice di uan diffusa pretesa alla diversità.
Pag. 7-8

Cap. 2. Da Roma a Bisanzio, 324-610

Il Senato di Costantinopoli costituiva a quest’epoca la più alta aristocrazia dell’Impero d’Oriente e, assieme al Concistoro, formava il Consiglio di Stato del sovrano.
Svolgeva inoltre alcune funzioni specifiche, coem la facoltà di proporre disegni di legge o l’esercizio di compiti giudiziari.
L’importanza maggiore dell’assemblea si aveva però sul piano istituzionale in caso di vacanza del trono.
Se l’imperatore in carica provvedeva a nominare un successore, al Senato non spettava altro compito che ratificare formalmente l’avvenuta elezione; ma se il sovrano moriva senza designare un erede, aveva il diritto di sceglierlo e tale diritto venne effettivamente esercitato fino al Settimo Secolo, quando l’assemblea perse ogni importanza politica, anche se spesso fu più un’apparenza che una realtà per l’azione di gruppi di potere capaci di condizionare la designazione.
Il Concistori (Sacrum Consistorium) era il consiglio più ristretto composto da alcuni membri permanenti (comites consistoriani) scelti nelle file dell’alta burocrazia; alcuni lo erano di diritto, altri venivano nominati dall’imperatore.
Tra i primi si trovavano i più alti ufficiali civili e militari come il quaestor sacri Palatii, responsabile delle questioni legali, il magister officiorum addetto a vari servizi di corte, il comes sacrarum largitionum e il comes rei privatae, direttori di dipartimenti finanziari, e il prefetto del pretorio dell’Oriente.
I membri militari dovevano poi comprendere i comandanti della guardia imperiale (il comes domesticorum e dal Quinto Secolo il comes excubitorum) nonché i due magistri militum praesentales da cui dipendevano gli eserciti mobili di stanza nella capitale.
Il prefetto cittadino (praefectus Urbi o in greco eparco) rappresentava infine il Senato, di cui era il capo ed era nello stesso tempo un funzionario dello Stato.
L’eparco avrebbe assunto un’importanza crescente fino al Decimo Secolo: presiedeva alla vita giudiziaria di Costantinopoli, garantiva l’ordine pubblico, provvedeva al rifornimento della città e ne controllava la vita economica.
L’aristocrazia bizantina ebbe fin dall’inizio il carattere prevalente di nobiltà dei funzionari, mantenutosi poi per tutto il millennio, in conseguenza della forte impronta burocratica data al mondo romano.
A Bisanzio non si ebbe mai uan nobiltà ereditaria sul genere occidentale: i titolari di funzioni pubbliche elevate entravano automaticamente a far parte di uan classe aristocratica, la cui importanza variava in funzione del peso dell’ufficio ricoperto, ma l’appartenenza a tale classe e il relativo titolo non erano ereditari, estinguendosi con la morte del titolare.
I funzionari civili e militari ottenevano titoli di nobiltà fissi in rapporto al posto occupato nella gerarchia, sia che si trattasse di funzionari in servizio attivo o a disposizione, sia che fossero incarichi puramente onorifici.
A partire da un certo grado, infatti, ogni funzione era compresa in una classe di nobiltà e queste classi nel Quinto Secolo si stabilizzarono in ordine ascendente in clarissimi, spectabiles e illustres.
Facevano parte dell’ultima i più alti dignitari dello Stato, cui era conferito di regola il titolo di comes, aggiunto come distinzione alle designazioni delle maggiori cariche.
Più in alto ancora si trovavano la dignità di patricius, non legata all’esercizio di alcuna magistratura, e nobilissimo, di curopalate e di cesare riservate ai componenti della famiglia imperiale.
A metà strada fra una semplice dignità e una carica effettiva infine si collocava il consolato, sopravvivenza dell’antica magistratura romana, che continuò a essere conferito ai privati cittadini fino al Sesto Secolo sia in Oriente sia in Occidente.
I consoli si distinguevano in ordinari e onorari, di cui soltanto i primi entravano effettivamente in carica mentre gli altri la rivestivano unicamente in modo fittizio; a questi si aggiungevano poi i consoli imperiali allorché i sovrani assumevano a loro volta l’ufficio in una o nell’altra parte dell’Impero e, in questo modo, potevano diventare eventuali colleghi di privati cittadini.
Il console assumeva la carica il Primo Gennaio per deporla il 31 dicembre e conservava l’antico privilegio di dare il proprio nome all’anno; gli spettava però il compito oneroso di organizzare diversi spettacoli per il popolo della capitale.
I bizantini attribuirono sempre una grande importanza al rango: fin dal tardo antico elaborarono un complesso sistema di precedenze, che regolava nei minimi dettagli l’etichetta di corte.
Nella loro concezione mistico-politica, infatti, la corte di Costantinopoli era il luogo in cui si manifestava visivamente una sorta di religione imperiale legata alla straordinarietà che si riteneva connessa alla figura del sovrano voluto da Dio.
Le cerimonie palatine, considerate la più tangibile espressione di questo culto, dovevano perciò svolgersi con ordine e regolarità a imitazione della perfezione dell’universo, di cui la monarchia terrestre riteneva di essere espressione.
Pag. 19-20

I monaci a quest’epoca rappresentavano l’ala più radicale del cristianesimo, ma godevano di grande seguito nella comunità dei fedeli e di una diffusa considerazione per la loro scelta di vita, ritenuta l’applicazione più perfetta del precetto evangelico.
Nato come movimento spontaneo nel Terzo Secolo, il monachesimo si era distinto fin dall’inizio in una corrente ascetica e un’altra conventuale.
La prima, inaugurata da sant’Antonio, ritiratosi in meditazione nel deserto egiziano verso il 70, trovò nel mondo bizantino un seguito costante e diede anche origine a forme estreme coem lo stilismo, ovvero la pratica di condurre vita contemplativa in cima a una colonna.
Fondatore della pratica conventuale (o, ala greca, cenobitica) fu Pacomio, un ex soldato che fondò uan comunità nell’alto Egitto; il ruolo di teorico dell’ideale di vita fu però ricoperto nel Quarto Secolo da San Basilio, che lo espose dettagliatamente in due opere.
Il monachesimo orientale, comunemente definito “basiliano”, anche se gli ordini monastici a Bisanzio non sono mai esistiti, incontrò all’inizio una diffusa avversione da parte della chiesa ufficiale, ma divenne uan componente determinante della società bizantina e tale si mantenne nel corso dei secoli.
Attraverso lasciti e donazioni, le singole fondazioni acquisirono ampie proprietà terriere e i monaci costituirono un fenomeno sociale non sempre controllabile ponendosi spesso in una posizione antagonista all’autorità costituita, anche in virtù del forte prestigio di cui godevano.
I monasteri furono inoltre depositari di una propria cultura, che trovò espressione soprattutto nella conservazione libraria, nell’istruzione elementare, nella particolare produzione letteraria espressa nelle cronache e dall’ampia letteratura agiografica destinata per lo più a celebrare i fondatori delle singole comunità.
Pag. 31-32

Giustiniano Primo (527-565) rinnovò profondamente il vecchio Impero portandolo a una considerevole potenza dopo la crisi del Quinto Secolo.
Dotato di un’energia instancabile, volle trasformare e, contemporaneamente, rafforzare lo Stato con una serie di riforme che datano per lo più ai primi anni di regno e riguardarono i temi più svariati del diritto privato e pubblico.
Si impegnò inoltre in un ambizioso programma di riconquista dei territori appartenuti all’Occidente, recuperandone circa un terzo con lunghi anni di guerre e portando così Bisanzio a un’estensione in seguito mai più raggiunta.
Fu spinto a tale determinazione dalla necessità di ricostruire l’unità del bacino mediterraneo, in parte sfuggito al controllo imperiale, ma anche da forti convinzioni ideologiche: si sentiva profondamente romano e considerava un suo diritto far rientrare le regioni perdute sotto il dominio imperiale in quanto, secondo le concezioni mistico-politiche legate alla sovranità bizantina, era convinto che tale compito gli fosse stato affidato da Dio, dal quale aveva ricevuto il potere.
L’età di Giustiniano può essere considerato il periodo più splendido della prima fase della storia bizantina, anche perché caratterizzato da una notevole fioritura delle arti e della cultura.
Fu però nello stesso tempo un’epoca di grandi contraddizioni: le vittore militari ebbero costi enormi, le riforme amministrative andarono spesso incontro a clamorosi fallimenti e, per lo più, si susseguirono devastanti calamità naturali, fra cui in primo luogo l’epidemia di peste che a partire dal 542 imperversò nell’Impero.
Pag. 38-39

I provvedimenti imperiali riuscirono soltanto in minima parte ad arrestare i processi di decadenza innescato dal lungo conflitto e la società italica cambiò profondamente a seguito delle devastazioni subite.
La guerra gotica portò infatti ad un grosso regresso demografico, dovuto sia alle vicende belliche sia all’infuriare di carestie ed epidemie, e a distruzioni più o meno ampie in numerose città, tra cui Milano, rasa al suolo dai goti e burgundi nel 539, con l’uccisione o la deportazione degli abitanti, o anche Roma, le cui mura furono in parte abbattute da Totila nel 546 e che, per alcune settimane, si trovò ad essere completamente spopolata.
Particolarmente significativa in termini di cambiamenti epocali fu poi la forte riduzione dell’aristocrazia senatoria, simbolo in un certo senso della continuità del mondo antico, che fu in buona parte sterminata dai goti in quanto naturale alleata di Bisanzio o costretta a fuggire dall’Italia senza riuscire in seguito a ricostruire le proprie fortune.
Tutti questi avvenimenti contribuirono a determinare una cesura con la qualità della vita che si era mantenuta abbastanza elevata fino all’inizio della guerra e a dare inizio a una lunga fase di generale declino, in seguito accentuato dall’invasione longobarda.
Pag. 40

I longobardi erano un popolo già noto nell’antichità, entrato nell’orbita del mondo romano a partire dal primo secolo dell’era cristiana come abitanti della Germania settentrionale.
Nel 489 si stanziarono a nord del Danubio e alcuni anni più tardi si spostarono a oriente insediandosi nell’antica Pannonia  romana, cioè nei territori dell’attuale Ungheria.
Erano una gente guerriera, che si distingueva per la natura selvaggia dalle altre stirpi barbariche, tanto che già i romani li avevano definiti “più feroci della ferocia germanica”.
Durante la guerra gotica 2500 guerrieri longobardi, con il loro seguito, avevano militato in Italia agli ordini di Narsete, ma erano stati rimandati in patria a causa degli eccessi ai quali si abbandonavano nei confronti dei civili.
L’invasione longobarda seguì di poco tempo il richiamo a Costantinopoli di Narsete, che nel 568 per ordine di Giustino Secondo fu sostituito nel governo italiano dal prefetto Longino.
Non è del tutto chiaro quale motivazione sia alla base dello spostamento dei longobardi, ma verosimilmente è da connettere alla pericolosa vicinanza creatasi nella loro sede in Pannonia con il popolo bellicoso degli avari, dopo l’eliminazione nel 567 del regno dei gepidi attuata dagli stessi longobardi, e dal rischio rappresentato dall’atteggiamento di Giustino Secondo che aveva favorito i gepidi in opposizione ai longobardi.
Gli storici medievali, a partire dal Settimo Secolo, hanno proposto come spiegazione la cosiddetta leggenda di Narsete, secondo la quale l’eunuco si sarebbe vendicato della deposizione e delle minacce del partito di corte a lui avverso chiamandoli a invadere la penisola italiana, una versione che però è più tarda rispetto agli avvenimenti e non trova credito nella moderna storiografia.
L’intero popolo longobardo, rafforzato da altri contingenti barbarici, entrò in Italia dai valichi della Alpi Giulie nel maggio del 568, addentrandosi nella pianura veneta senza incontrare forte reazione da parte bizantina.
L’inerzia dei bizantini, che rinunciarono ad affrontare sul campo gli invasori limitandosi a difendere alcuni punti fortificati, doveva essere motivata da una serie di cause concomitanti, fra cui le principali si ritiene siano state lo spopolamento dovuto a una pestilenza diffusa in alta Italia poco prima dell’invasione, l’impegno delle truppe mobili di Bisanzio su altri teatri di guerra o l’assenza di un comando militare centralizzato dopo la rimozione di Narsete che potrebbe aver paralizzato la risposta degli imperiali.
In aggiunta a queste si è poi pensato anche a un possibile accordo iniziale con le autorità bizantine per utilizzare i longobardi contro i franchi, accorso poi reso nullo dall’aggressività longobarda, o ancora dalla tradizionale strategia difensiva dell’impero per cui, data la scarsità di soldati normalmente disponibili, si preferiva evitare lo scontro campale con gli invasoti, attendendo che si ritirassero spontaneamente o che si potesse risolvere il conflitto per via diplomatica.
Pag. 51-52

 

L’istituzione del nuovo magistrato, l’esarca d’Italia (o di Ravenna) ebbe luogo probabilmente nel 584: alla sua figura furono attribuiti poteri eccezionali, che esercitava attraverso magistri militum, duces e tribuni, posti rispettivamente alla guida di reparti operativi, di governatorati militari e di città.
L’autorità dell’esarca ravennate si estendeva su quanto a Bisanzio restava dell’Italia, cioè più o meno un terzo della penisola, con l’esclusione di Sicilia e Sardegna rimaste sotto altre giurisdizioni.
Gli esarchi venivano scelti direttamente dai sovrani fra i più alti dignitari palatini e al titolo di funzione univano la dignità di patrizio, che li collocava ai vertici della gerarchia nobiliare.
Spesso furono eunuchi e non a caso perché, secondo la mentalità del tempo, dagli eunuchi non ci si poteva aspettare un tentativo di usurpazione, resa assai probabile dalle suggestioni evocate dall’antica Roma.
Si riteneva infatti a Bisanzio che un uomo mutilato non potesse esercitare la suprema carica pubblica e, per questo motivo, la scelta di un eunuco limitava notevolmente i pericoli per il potere centrale.
Le nostre informazioni sui governatori dell’Italia imperiale sono assai scarse: allo stato attuale della ricerca non è possibile stabilirne una lista sicura né fissarne con esattezza la cronologia.
Non abbiamo neppure la certezza del numero: potrebbero essere stati ventiquattro, compresi coloro che reiterarono l’ufficio, distribuiti cronologicamente tra il 585 e il 751.
Pag. 53

La conquista slava diede origine a un fenomeno storico del tutto particolare, che presenta due aspetti caratteristici: l’insediamento stabile di popolazioni nemiche in territorio imperiale, come avveniva nello stesso tempo in Italia con i longobardi, e la slavizzazione della penisola balcanica, dove le popolazioni autoctone scomparvero o si ritirarono fra le montagne più inaccessibili, nelle coste e nelle isole.
Molti territori vennero sottratti al dominio imperiale, formando zone di dominazione slava (le cosiddette “slavinie”) che Bisanzio avrebbe faticosamente recuperato con un’azione secolare di riconquista.
La situazione creatasi a seguito di queste invasioni non è del tutto chiara, data la scarsità di testimonianze, e può essere ricostruita soltanto nelle linee generali.
Le regioni settentrionali e centrali dei Balcani furono occupate pressoché integralmente dagli slavi, mentre restarono sotto l’autorità bizantina le città costiere dell’Adriatico e del mar Nero nonché Tessalonica e la stessa Costantinopoli, sebbene la prima fosse interamente circondata da territori slavi e la seconda esercitasse soltanto un dominio precario sulle zone circostanti della Tracia fino almeno alla fine del Settimo Secolo.
Nelle parti meridionali della penisola balcanica, la Tessaglia, l’Epiro e le regioni occidentali del Peloponneso furono profondamente slavizzate e l’Impero continuò a controllare soltanto le città che potevano essere raggiunte via mare.
Pag. 57-58

Cap. 3. Da Eraclio agli iconoclasti, 610-717

L’autorità imperiale in Italia, verso la fine del Settimo Secolo, si era notevolmente indebolita, come mostra con chiarezza l’episodio del protospatario Zaccaria, la debolezza del potere di Costantinopoli aveva portato a maturazione i fattori di crisi interna determinanti per la successiva caduta dell’esarcato sotto la pressione longobarda.
Questi fattori di crisi sono riconducibili a tre cause: in primo luogo lo sviluppo di un’aristocrazia di grandi proprietari terrieri, che tendeva a rendersi autonoma da Bisanzio, poi la rivoluzione intervenuta nella società cittadina, in cui emersero come componenti di primo piano le milizie reclutate localmente, più legate ai loro capi che al governo centrale e, di conseguenza, alle vicende puramente locali.
Come terzo elemento, infine, si deve tenere presente l’influsso sempre più forte esercitato sulle popolazioni dalla chiesa romana tendenzialmente ostile a Costantinopoli.
Ciò malgrado, finché fu possibile, i papi cercarono di evitare la rottura definitiva con l’Impero, pressati come erano dal timore dell’espansionismo longobardo contro il quale rappresentava una garanzia; a parte gli occasionali contrasti, perciò, non vollero rinunciare a una sostanziale alleanza, un atteggiamento venuto meno soltanto nell’Ottavo Secolo, subito dopo la caduta dell’esarcato, quando al legame tradizionale in funzione anti longobarda si sostituì la ricerca di appoggio da parte dei franchi.
Pag. 75

Cap. 4. L’iconoclastia, 717-843

L’iconoclastia, come fenomeno storico, presenta ancora molti lati oscuri, a motivo della perdita pressoché totale della letteratura a essa favorevole, le cui opere vennero distrutte dagli avversari.
Per ricostruirne la genesi dobbiamo ricorrere a scrittori di parte contraria e legati in genere agli ambienti monastici, quindi ai più tenaci nemici degli iconoclasti.
Essi spiegano il fenomeno in termini riduttivi e dissacranti, mettendolo il relazione all’influsso di ebrei e arabi, cioè dei peggiori nemici della fede cristiana; alle origini dell’iconoclastia la storiografia monastica connette infatti una leggenda che ha per protagonista un ebreo.
Secondo il monaco e cronista Teofane, autore di un’opera storica che giunge fino all’813, un mago ebreo si sarebbe presentato al califfo Yazid, promettendogli un regno di quarant’anni se avesse fatto rimuovere le immagini venerate nelle chiese dei cristiani.
Yazid gli avrebbe dato ascolto emanando un editto iconoclasta, ma sarebbe morto di lì a poco, senza che molti fossero venuti a conoscenza dell’editto.
Leone Terzo, informato di quanto era avvenuto nel califfato, avrebbe a sua volta introdotto l’iconoclastia a Bisanzio con la complicità dei suoi più stretti collaboratori.
Come ogni leggenda, anche quella dell’ebreo dovrebbe presentare un fondo di verità, ma è difficile dire di cosa esattamente si tratta.
Leone Terzo, pur avendo costretto gli ebrei al battesimo, potrebbe essere stato influenzato dal divieto delle immagini della religione mosaica; allo stesso modo, benché nemico degli arabi, non è da escludere che abbia subito il loro influsso culturale.
L’iconoclastia araba, d’altronde, è un fatto storicamente accertato, risalente agli anni fra il 723 e 724, ma in parte diversa perché comportò la distruzione di tutte le rappresentazioni di esseri viventi.
E’ tuttavia probabile che a questi modelli culturali si affianchino anche altre motivazioni, di ordine religioso e politico.
I moderni hanno dato in proposito diverse spiegazioni, oscillando sostanzialmente fra due interpretazioni opposte.
L’iconoclastia sarebbe stata cioè un fatto puramente religioso, volto a purificare la chiesa da un culto con aspetti idolatrici o, al contrario, di prevalente natura politica, adombrando sotto le apparenze altre motivazioni di ordine pratico; per esempio il tentativo di accattivarsi le simpatie delle popolazioni orientali dell’Impero da parte di sovrani essenzialmente militari come furono gli Isaurici.
Nell’Oriente bizantino si reclutavano i migliori soldati e un esercito forte e disciplinato era indispensabile per sostenere l’urto dei nemici esterni.
La fedeltà dell’Oriente era però condizionata dall’accettazione di teorie religiose non ortodosse, a motivo della grande diffusione in queste regioni di sette nemiche di ogni culto delle immagini e, in particolare, del monofisismo che godeva di un seguito considerevole in Asia Minore.
Gli iconoclasti rimproveravano il carattere di idolatria al culto delle immagini di Cristo, della Vergine e dei santi; i loro avversari, gli iconoduli (cioè i “veneratori delle immagini”), lo ritenevano lecito sostenendo che non si venerava l’oggetto in sé, ma ciò che esso rappresentava.
Il paragone più immediato, a tale proposito, veniva fatto con le immagini imperiali, alle quali si rendeva omaggio come simboli dell’autorità sovrana.
La disputa pro o contro le icone non era un fatto trascurabile a Bisanzio, dato che esse erano un aspetto caratteristico della religiosità orientale, venendo usate come ornamenti delle chiese, associate alla liturgia, e come oggetti privati di devozione.
Alcune “non fatte da mano umana” erano considerate miracolose e, in quanto tali, andavano soggette a una venerazione particolare: rientravano fra queste l’immagine della Vergine Hodigitria, conservata a Costantinopoli, che si ritenevano eseguita da San Luca, i ritratti del Cristo portati a Bisanzio dalla Cappadocia al tempo di Giustiniano o il mandylion di Edessa, una tela sulla quale si sarebbe miracolosamente impressa l’immagine di Cristo.
Le icone, eseguite dagli artisti secondo modelli fissi, erano oggetto di forme esteriori di ossequio, come la prosternazione, ma anche di pratiche che ricordavano il paganesimo.
Si prestava giuramento sulle immagini, si bruciava incenso di fronte ad esse, ci si serviva di alcune icone come padrini per i propri figli o, anche, se ne faceva cadere la polvere nel calice usato per comunicare i fedeli.
Pag. 79-80

Nicéforo, patriarca di Costantinopoli dall’806 all’815, fu anche uomo di cultura.
Nato verso il 758 da una nobile famiglia della capitale, divenne segretario della cancelleria imperiale e, in seguito, si fece monaco.
Dopo la deposizione si ritirò nel monastero di San Teodoro a Scutari e vi morì nell’829.
La sua produzione letteraria consta di opere teologiche, di polemica anticonoclasta, e storiche.
Della prima fanno parte tra le altre i tre libri di Antirretici scritti contro Costantino Quinto (Costantino “Copronimo”, come era stato definito dai detrattori per aver sporcato la fonte al momento del battesimo), che consentono anche di ricostruire storicamente l’azione di questo sovrano, sia pure nell’ottica deformata della polemica.
Al versante storico appartengono la Sintesi cronografica, un breve panorama storico da Adamo all’’829, e il più importante Breviario o Storia abbreviata con il racconto degli avvenimenti dal 602 al 769, un’opera di notevole importanza per la ricostruzione della storia di Bisanzio nella generale carenza di fonti dei secoli Settimo e Ottavo.
Pag. 88

Cap. 5 L’apogeo dell’Impero, 843-1025

Il periodo che va dall’843 al 1025, per lo più segnato dalla presenza sul trono della dinastia macedone, può essere considerato l’età di maggiore fioritura dell’Impero.
La fine delle grandi lotte religiose coincise con una forte ripresa  della potenza bizantina, destinata a manifestarsi soprattutto nel Decimo Secolo, grazie appunto all’assenza di contrasti interni e delle conseguenti lotte fra schieramenti contrapposti.
A questo elemento positivo si aggiunsero la solidità economica e politica, soltanto in parte minata dallo sviluppo del ceto dei grandi proprietari terrieri, l’affermazione di una rinnovata potenza militare contrassegnata in particolare dalle guerre fortunate con gli arabi in Oriente e dalla sottomissione nella rinascita dell’istruzione superiore e nella produzione letteraria del Nono-Decimo Secolo.
Pag. 91

L’Impero musulmano al momento della controffensiva bizantina aveva già da tempo perduto la coesione iniziale e, malgrado alcuni isolati successi espansionistici, si avviava a un processo di decadenza, che sarebbe stato più evidente nel secolo seguente.
Alla morte di Maometto, nel 632, il potere supremo era passato ai califfi, che avevano condotto a termine la fase eroica dell’espansione, culminata nel 711 nella penetrazione in Spagna, con la conseguente sottomissione del regno visigoto, e nell’assedio di Costantinopoli nel 717.
Il fallimento dell’assedio e la battaglia di Poitiers nel 732 avevano tuttavia segnato uan consistente battuta di arresto, seguita nel 750 dalla fine del califfato omayyade (istituito a Damasco nel 661) a opera della famiglia degli Abbasidi, che condusse a una prima divisione fra il califfato abbaside, insediatosi a Baghdad, e un emirato rivale degli omayyadi in Spagna costituito nel 756.
Nel Nono Secolo l’azione delle forze centrifughe si fece più pressante e l’Impero islamico si frantumò in una serie di governi regionali retti da emiri, il cui vincolo di subordinazione a Baghdad finì talvolta per divenire puramente formale.
Alcuni di questi emirati, come gli Aglabiti di Tunisia, nel Nono Secolo realizzarono ancora conquiste autonome (come l’invasione della Sicilia bizantina a opera dell’Emirato indipendente di Qairavan), ma nella prima metà del successivo il processo di frantumazione di quello che era stato l’Impero islamico si accentuò con la creazione di altri due califfati antagonisti a Baghdad: in Egitto sotto la stirpe dei Fatimidi nel 910 e in Spagna a opera dell’Emirato omayyade di Cordova nel 929.
La perdita dell’unità arrestò di conseguenza l’originaria spinta espansionistica dell’Islam e, anche se alcuni governi locali continuarono a essere potenze rilevanti, finì per facilitare la controffensiva di Bisanzio.
Pag. 92

Fozio (810 ca.), nipote del patriarca Tarasio, prima dell’elezione alla carica ecclesiastica aveva ricoperto l’ufficio di protoasecrétis, l’alto funzionario che dirigeva la cancelleria imperiale.
La sua promozione al trono imperiale fu voluta da Barda, avversario del patriarca Ignazio (figlio dell’ex imperatore Michele Primo), un monaco intransigente vicino alle posizioni degli zeloti e ostile alla politica di Barda con il quale era entrato in aperto conflitto.
La fama letteraria di Fozio è legata soprattutto alla cosiddetta Biblioteca, costituita da una lunga serie di capitoli che contengono notizie ed estratti di opere lette dall’autore.
Si tratta di 279 “codici” (come sono comunemente definiti) che riguardano opere religiose e profane dall’epoca classica a quella bizantina, utili in molti casi per ricostruire il contenuto di scritti andati perduti.
Pag. 93

In prime nozze, costretto dal padre, Leone Sesto aveva sposato all’età di sedici anni la pia Teofano, appartenente a una famiglia dell’aristocrazia della capitale, ma il matrimonio fallì per una profonda incomprensione reciproca e Teofano finì per ritirarsi nel monastero di Blacherne, dove morì nell’897.
Leone Sesto richiamò a Costantinopoli l’amante Zoe Zautzina, figlia del suo principale consigliere politico Stiliano Zautze, che Basilio Primo aveva allontanato dalla città e nell’898 la sposò subito dopo la morte del marito di questa.
Zoe, da cui ebbe una figlia, morì nell’899 e poco più tardi Leone Sesto si sposò nuovamente con Eudocia Bainé, morta di parto nel 901 assieme all’erede che le sopravvisse soltanto per qualche giorno.
Per il terzo matrimonio, contrario alla tradizione della chiesa greca, l’imperatore aveva ottenuto la complicità dell’allora patriarca di Costantinopoli, Antonio Cauleas, ma in seguito il suo progetto di convolare a quarte nozze con l’amante Zoe Carbonopsina fu violentemente ostacolato dal  nuovo patriarca Nicola Mistico.
Da lei nel 905 aveva avuto un figlio maschio (il futuro imperatore Costantino Settimo) e, sebbene avesse accettato inizialmente il compromesso proposto dal patriarca, offertosi di battezzarlo a condizione che il sovrano allontanasse l’amante, in seguito si era risolto a far celebrare le nozze da un prete di palazzo per legittimare l’erede al trono.
Nonostante fosse dettata dalla ragion di Stato, al pretesa di sposarsi per una quarta volta poneva il sovrano in una situazione fortemente anomala e, nello stesso tempo, contravveniva a un principio di buon governo comunemente accettato a Bisanzio, secondo cui l’imperatore era tenuto a rispettare le leggi al pari dei sudditi, tanto più che lo stesso Leone Sesto, con una sua Novella, aveva vietato il terzo matrimonio disapprovando anche il secondo.
Pag. 98

Il nuovo sovrano (così chiamato da Lakape in Armenia di cui era originari0), nato verso l’870, proveniva da una famiglia contadina e aveva fatto carriera nell’esercito divenendo stratego di Samo, per assumere quindi come drungarios il comando della marina imperiale.
Il 25 marzo del 919 sbarcò a Costantinopoli, sventando il piano di Zoe per sposare lo stratego Leone Foca e portarlo così sul trono, e prese possesso del palazzo imperiale dopo essersi impegnato a difendere i diritti del sovrano legittimo.
A seguito delle nozze tra la figlia e Costantino Settimo, fu elevato al rango di basileopator (“padre dell’imperatore”) e, poco più tardi, divenne cesare e quindi imperatore associato.
Pag. 102

A Edessa (oggi Urfa, nella Turchia meridionale), durante l’assedio persiano del 544, fu trovato nelle mura cittadine un pezzo di tessuto (in greco medievale un mandylion) su cui figurava un’immagine che fu ritenuta del Cristo e miracolosa.
L’immagine di Edessa rappresenta la più importante fra le varie figurazioni del Cristo che iniziarono ad apparire nel Sesto Secolo e vennero ritenute acheiropoiete cioè “non fatte da mano umana”.
Secondo la leggenda più accreditata questa immagine si era formata allorché Gesù aveva appoggiato al volto una tela e, in seguito, era stata portata da Abgar, re di Edessa, il cui inviato si era recato presso il Cristo su incarico del re.
L’immagine restò a Edessa, sotto la dominazione araba e sfuggì di conseguenza alla persecuzione degli iconoclasti.
Durante l’assedio della città i generali di Romano Primo promisero di risparmiarla a condizione che fosse consegnata l’icona, che presa la via di Costantinopoli dove fu collocata in una cappella del palazzo imperiale.
Scomparve però nel 1204, quando i crociati si impossessarono di Bisanzio, probabilmente per prendere la via dell’Occidente.
Secondo una teoria abbastanza accreditata, il mandylion di Edessa potrebbe essere identificato con la Sindone, che compare in Occidente nel secolo successivo alla presa di Bisanzio da parte dei crociati.
Pag. 103

La letteratura cerimonialistica del tempo trova  espressione anche in opere minori, relative al sistema delle precedenze palatine, la più importante delle quali è il Kletorologhion di Filoteo, composta nell’899 e successivamente inserita nel Libro delle cerimonie.
L’autore era un atriklines (una delle numerose parole della burocrazia derivate dal latino, in questo caso da a triclinio), addetto all’organizzazione dei banchetti di corte, che erano uno dei principali momenti del cerimoniale palatino.
I banchetti si svolgevano a cadenze fisse o variabili, in occasione delle principali festività, e venivano regolati da una minuziosa etichetta basata essenzialmente sull’ordine delle precedenze con cui si doveva prendere posto vicino al sovrano.
Il Kletorologhion, oltre che sul tema specifico, nella sua parte più teorica fornisce precise indicazioni sulla gerarchia del tempo, tali da consentirne una dettagliata ricostruzione.
L’apparato burocratico si era profondamente modificato dall’epoca tardo antica seguendo un naturale processo di svalutazione e di aggiornamento dei titoli che fu caratteristico di tutta l’epoca bizantina.
I cortigiani si dividevano ora in due categorie distinte: i semplici dignitari di corte senza compiti amministrativi, i cui gradi di nobiltà vitalizi e teoricamente irrevocabili implicavano come unico compito la partecipazione onorifica alle cerimonie palatine, e quelli incaricati di assolvere una funzione, sia militare sia civile, a tempo determinato.
I primi ricevevano “dignità per insegne”, cioè contraddistinte da un brevetto o insegna della carica, mentre i secondi ottenevano dignità a “voce” o “per editto”, cioè conferite con una semplice nomina verbale, che investivano delle funzioni effettive di comando nei vari servizi dello Stato.
Come in età più antica, inoltre, a un titolo di funzione si accompagnava una dignità palatina fissa, che collocava il detentore in una classe nobiliare attribuendogli i relativi privilegi, primo fra tutti l’inserimento in una complicata gerarchia delle precedenze che ne definiva lo status sociale.
Caratteristica peculiare dell’epoca è invece l’esistenza di due distinte gerarchie, sia per le dignità per insegna sia per le altre, di cui una veniva riservata ai “barbuti”, l’altra agli eunuchi, la cui importanza a corte, già notevole fin dai primi tempi, era notevolmente cresciuta nel corso dei secoli fino a costituire uan classe particolare di dignitari e funzionari.
I titoli per barbuti erano diciotto, in parte derivati da innovazioni e in altra parte provenienti dalla tarda antichità, sia tali quali erano sia come trasformazioni di cariche scomparse di cui era sopravvissuto il nome.
Al gradino più alto si trovavano in ordine decrescente di cesare, nobilissimo e curopalate, conferite di norma ai membri della famiglia imperiale.
Seguivano poi la zosté patrikia, la “patrizia con cintura”, l’unica dignità femminile, e quelle di magistro (residuo dell’antico magister officiorum), antipato, patrizio, protospatario, disipato (cioè due volte console), spatarocandidato, spatario, ipato (ricordo dell’antica carica di console, in greco chiamata hypatos), strator, candidato, mandator, vestitor, silenziario, stratelates epi thematon o apo eparchon.
I gradi di nobiltà degli eunuchi erano otto: nipsistiario, cubiculario, spatarocubiculario, ostiario, primicerio, protospatario, preposito e patrizio.
Le dignità a voce per i barbuti erano sessanta, corrispondenti ai più elevati posti di comando, e da ognuno di questi capi servizio dipendeva un ufficio più o meno ampio con vari funzionari amministrativi.
Al vertice delle sessanta cariche pubbliche si trovavano il basileopator, il rettore e il sincello: la prima carica, istituito da Leone Sesto, era una sorta di tutore del sovrano con pieni poteri amministrativi, il rettore uan funzione piuttosto imprecisa, mentre il sincello era l’ecclesiastico che fungeva da assistente del patriarca nominato dal sovrano.
Venivano quindi i grandi comandi militari cominciando dallo stratego del tema degli anatolici, immediatamente seguito in ordine gerarchico dal domestico delle scholai, entrambi con il rango di antipato e patrizio, e la serie proseguiva con incarichi militari e civili fino al sessantesimo posto.
La gerarchia degli eunuchi doveva comprendere a sua volta nove dignità a voce, quante ne indica Filoteo sebbene poi ne enumeri dieci, forse per una interpolazione nel testo: il parakoimomenos dell’imperatore (addetto alla camera del sovrano), il protovestiario dell’imperatore, preposto alla tavola dell’imperatore, il preposto alla tavola dell’imperatrice, il papias (portiere) del Gran palazzo, il deuteros (il sostituto del portiere) del Gran palazzo, il pinkernes (coppiere) dell’imperatore e dell’imperatrice, il papias del palazzo della Magnura e quello del palazzo di Dafne.
A differenza di quanto avveniva per i barbuti, le dignità a voce degli eunuchi comportavano servizi effettivi a corte; gli eunuchi potevano inoltre esercitare quasi tutte le funzioni pubbliche dei barbuti, a eccezione di quelle di eparco, questore e domestico, cioè di governatore di Costantinopoli, di capo dei dipartimenti giudiziari (derivato dall’antico quaestor sacri Palatii) e di comandante militare.
Pag. 107-8

Questa donna volitiva e straordinaria [Teofano], la cui bellezza stupiva i contemporanei, fu, assieme alla famosa Teodora, una delle figura più caratteristiche di Bisanzio.
Aveva sposato nel 956 Romano Terzo, già vedovo per la morte precoce della prima moglie, Berta, uan figlia naturale di Ugo di Provenza, che il giovane principe aveva dovuto sposare per volontà di Romano Primo, malgrado una simile unione fosse considerata degradante alla corte di Bisanzio.
Divenuta imperatrice all’età di diciotto anni, confinò in monastero le cinque cognate e costrinse la suocera Elena a vivere appartata a palazzo.
Quando fu a sua volta estromessa dal palazzo, si oppose con tutte le forze all’esilio e, in seguito, riuscì a fuggire dal monastero in cui era stata relegata.
Raggiunse Costantinopoli e si rifugiò come supplice in Santa Sofia.
Il gesto non ottenne però l’effetto sperato: venne di nuovo arrestata e l’esilio fu reso più duro confinandola nella lontana Armenia.
Tornò a corte soltanto sei anni più tardi, quando vi fu richiamata dai figli, ma verosimilmente distrutta nello spirito, dato che visse nell’ombra senza più fare parlare di sé.
Pag. 110-11

Il carattere di Basilio Secondo si modificò profondamente negli anni delle guerre civili.
La sua unica preoccupazione fu il governo dell’Impero,  che resse con mano inflessibile senza dividere con altri le responsabilità.
Rinunciò a ogni piacere e condusse un’esistenza da asceta.
Mostrandosi assai poco bizantino nelle abitudini e nei modi, rifuggiva dalla eleganza, dal culto delle forme e dagli splendori della corte.
Amava esprimersi in modo chiaro, con poche parole, non aveva interessi culturali e non teneva in alcuna considerazione la retorica, tanto amata dai suoi contemporanei.
Dopo la conclusione delle guerre intestine, iniziò a combattere i nemici esterni e sostenne contemporaneamente quattro fronti: i Balcani, la Siria, il Caucaso e l’Italia.
Fra questi tuttavia fu di gran lunga più importante il fronte balcanico, dove l’imperatore si impegnò a combattere la potenza bulgara.
Contro i bulgari fu ingaggiata una lotta mortale, che si trascinò per parecchi anni e venne condotta con ferocia e determinazione, tanto da far attribuire a Basilio Secondo il soprannome di bulgaroctono, “uccisore di bulgari”.
Basilio Secondo comandava di persona gli eserciti nei teatri di guerra, che riteneva più importanti, e si mostrò un comandante di qualità eccezionali, trasformando le armate imperiali in una formidabile macchina bellica.
Pag. 114

Cap. 6. La crisi dell’Undicesimo Secolo, 1025-1081

Nel cinquantesimo che seguì il regno di Basilio Secondo l’Impero di Bisanzio andò incontro a una rapida decadenza, dovuta all’azione coincidente di cause interne ed esterne.
Sul piano interno ebbe particolare rilievo il notevole indebolimento dell’autorità centrale con il conseguente affermarsi del dominio incontrastato dei latifondisti.
I sovrani che si susseguirono dal 1028 al 1081 furono per lo più esponenti dell’aristocrazia civile di Costantinopoli, formata da grandi proprietari terrieri e assai lontana per ideali e metodi di governo dagli imperatori macedoni e, in particolare, da Basilio Secondo.
Come tali, non si opposero più ai potenti, assumendo un atteggiamento all’apparenza neutrale, ma che di fatto assicurò la vittoria ai latifondisti.
Il partito civile al potere, inoltre, trascurò l’esercito nazionale causandone una rapida disgregazione e la progressiva sostituzione del sistema dei temi con il reclutamento di mercenari.
La crisi del tradizionale apparato militare incise notevolmente sulle possibilità di contenere i nemici che premevano sulle frontiere (in particolare i turchi selgiuchidi e i normanni) conducendo a catastrofiche disfatte, a seguito delle quali l’estensione territoriale dell’Impero si ridusse notevolmente.
La frattura religiosa fra Costantinopoli e Roma, infine, divenne irreversibile a seguito dello scisma del 1054.
Pag. 117

L’aristocrazia terriera, ormai saldamente al potere, si rafforzò ulteriormente ottenendo privilegi sempre più ampi dal governo centrale.
Fra questi l’esenzione dalle imposte, largamente concessa, e l’immunità giudiziaria, per cui proprietari giudicavano direttamente i loro coloni.
Si costituirono così grandi domini che si andavano separando dal corpo dello Stato; il governo centrale, anziché intervenire come avevano fatto i macedoni, favorì lo sviluppo del fenomeno.
L’espansione del latifondo e la conseguente crisi del potere centrale vennero accentuate dal sistema della “pronoia”, destinato ad avere grande fortuna in seguito.
Quale ricompensa dei servizi prestati, il sovrano dava terre in concessione (che è il significato letterale del termine greco pronoia) ai “potenti” affinché le amministrassero trattenendone le rendite.
L’assegnazione della pronoia era temporanea e durava in genere quando la vita del beneficiato.
Si andava così sempre più configurando un feudalesimo bizantino, un fenomeno che fino a quel momento non aveva trovato posto in uno Stato fortemente centralizzato e che finì per modificare profondamente il volto dell’Impero trasferendo il potere, e le lotte per conquistarlo, alle famiglie rivali provenienti dal nuovo ceto di magnati.
Pag. 122

In Italia meridionale iniziò infatti la conquista normanna, nella penisola balcanica irruppero invasori provenienti da nord e in Oriente iniziarono a muoversi i turchi selgiuchidi.
………….
I normanni arrivarono come mercenari al servizio di un nobile barese, Melo, che nel 1009 si era ribellato ai normanni.
Pag. 125

Cap. 7. Dai Comneni agli Angeli, 1081-1204

Il periodo che va dal 1081 al 1204 vede la stabile permanenza sul trono di esponenti dell’aristocrazia militare che con Alessio Comneno riuscì ad imporsi a seguito del conflitto con il partito civile.
La società bizantina finì per perdere quella sia pur relativa mobilità sociale che l’aveva caratterizzata, e al suo vertice si impose un ristretto numero di potenti e ricche famiglia, detentrici di ampi latifondi e di sontuose dimore a Costantinopoli, che fecero venir meno i precedenti contrasti fra civili e militari trasferendoli a una semplice rivalità interna fra il ceto dominante.
I Comneni, con un’incisiva attività di governo, diedero vita a una rinascita della potenza imperiale, ma questa fu resa possibile da uno sfruttamento talvolta spietato di tutte le risorse disponibili e da un continuo aumento della tassazione, che colpì in maniera sempre più pesante la popolazione delle province.
I risultati ottenuti furono brillanti, soprattutto perché consentirono uan parziale riconquista del territorio perduto, ma la ricostruzione ebbe basi assai fragili e finì per crollare drammaticamente dopo la fine della dinastia Comnena sino a portare, nel 1024, alla capitolazione dell’Impero di fronte all’espansionismo occidentale.
Pag. 129

Nell’Undicesimo Secolo Venezia aveva da tempo raggiunto la completa indipendenza, anche se la diplomazia bizantina continuava a indicarla formalmente come se fosse in posizione di sudditanza.
L’autonomia da Bisanzio non aveva tuttavia portato alla rottura politica e, a parte occasionali contrasti, vi era stato un tradizionale rapporto di alleanza e, probabilmente col consenso di Bisanzio, all’inizio dell’Undicesimo Secolo al città lagunare aveva affermato la propria supremazia su parte della Dalmazia eliminando la secolare minaccia della pirateria slava.
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La crociata ebbe inizio nel 1095, quando papa Urbano Secondo al Concilio di Clermont-Ferrand lasciò un appello in difesa della cristianità orientale minacciata dagli infedeli.
L’appello del papa suscitò un grande entusiasmo e l’adesione all’impresa andò probabilmente anche al di là delle sue aspettative.
Il grande movimento di persone che ne fu conseguenza, però, venne visto con stupore e preoccupazione dall’Oriente bizantino.
L’idea di crociata, così come fu concepita in Occidente, era quanto mai lontana dalla mentalità di Bisanzio, dove per secoli era stato combattuto l’Islam e gli imperatori ritenevano che la lotta conto gli infedeli fosse uno dei loro esclusivi doveri.
In termini materiali, inoltre, lo spostamento di una grande quantità di armati dall’Occidente destava un comprensibile allarme, dato che non si poteva prevedere quale atteggiamento avrebbero assunto.
A Bisanzio gli occidentali erano da sempre guardati con sospetto, a causa di quelle che venivano ritenute le loro principali caratteristiche: l’arroganza, la sete di denaro, l’incapacità di rispettare i trattati e la considerevole potenza militare, tale da renderli concorrenti pericolosi e imprevedibili.
L’indicazione di Costantinopoli fatta dal papa come luogo di raduno dei partecipanti, nella convinzione che il sovrano sarebbe stato lieto di associarsi alla spedizione, ottenne soltanto lo scopo di acuire i sospetti di Alessio Primo, che peraltro si trovava nell’impossibilità materiale di opporsi.
Le sue aspirazioni di collaborazione con l’Occidente si erano infatti limitate alla richiesta di invio di mercenari e a promuovere trattative con Roma per la riunificazione religiosa, in cui comprendere verosimilmente anche un progetto di cooperazione nella lotta contro i turchi.
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I serbi – la cui potenza inizia ad affermarsi in questa epoca – erano come i croati una popolazione originaria dei territori a nord dei Carpazi insediata da Eraclio nel Balcani per contenere l’espansionismo avaro.
E’ incerta la loro origine etnica, ma dopo lo stanziamento finirono come i croati per assimilarsi alla locale popolazione slava.
A differenza di questi, per lo più sotto l’influenza occidentale attraverso l’assoggettamento all’Impero franco e la subordinazione alla Chiesa romana, i serbi mantennero a lungo stretti rapporti culturali e politici con Bisanzio.
I serbi vivevano in comunità chiamate zupanije o zupe sotto un principe detto zupan e l’Impero di Bisanzio pare aver conservato su di loro una sovranità almeno nominale fino alla prima metà del Nono Secolo, quando divennero indipendenti.
I rapporti tuttavia si fecero di nuovo stretti al tempo di Basilio Primo con l’accettazione del cristianesimo ortodosso e di un vassallaggio politico mantenuto fino alla prima metà dell’Undicesimo Secolo, allorché il più importante principato serbo (conosciuto come Dioclea o Zeta) riuscì ad assicurarsi l’indipendenza, confermata poi nel 1077 con l’invio da parte di papa Gregorio Settimo di una corona regale allo zupan Michele, entrato così formalmente nell’orbita politica romana.
All’inizio del dodicesimo secolo, con la decadenza della Zeta, il ruolo preminente sul popolo serbo fu assunto dai governatori di Rascia, così chiamata dalla fortezza di Ras, che era la residenza del principe.
L’indipendenza del popolo serbo non fu in ogni modo duratura e, alla fine dell’Undicesimo Secolo, il paese tornò sotto la supremazia imperiale, mantenuta sia pure con frequenti ribellioni fino alla seconda metà del secolo successivo.
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Gli ungheresi (o magiari) ebbero probabilmente rapporti con Bisanzio già nel Sesto Secolo, quando vivevano tra il Don e il Caucaso, ma entrarono decisamente nella scena politica dell’Impero nel Nono Secolo, allorché migrarono verso  Ovest raggiungendo in parte le pianure a nord dell’estuario del Danubio.
Alla fine del secolo, pressati dai Peceneghi, si spostarono nella pianura pannonica distruggendo il Regno moravo (nel 906) e, di qui, fecero periodiche incursioni sia in Occidente sia nei territori balcanici soggetti a Bisanzio, spingendosi in due occasioni fin sotto le mura di Costantinopoli.
Per quanto devastanti, tuttavia, queste incursioni ebbero carattere temporaneo e non intaccarono le città fortificate, contro le quali la loro organizzazione militare, basata sulle veloci incursioni di cavalleria, era del tutto impotente.
La pesante sconfitta subita a Lechfeld da Ottone Primo (nel 955) mise fine al nomadismo di questo popolo e, poco più tardi, si costituì una stabile nazione a opera del principe Géza e, soprattutto, del successore Stefano Primo (1000-1038), che fu il primo re di Ungheria.
La cristianizzazione, avvenuta verso il 970, portò gli ungheresi nell’orbita della Chiesa romana, ma non vennero meno i rapporti politici e culturali con l’Impero, con cui per oltre due secoli ebbero una frontiera comune lungo il medio Danubio e la Sava.
Il legame con Bisanzio si fece particolarmente intenso nell’Undicesimo Secolo, come attestano indirettamente anche la presenza alla corte ungherese di corone inviate in dono da Costantinopoli con un atto politico-simbolico che, secondo la mentalità del tempo, voleva significare la dipendenza gerarchica del sovrano ungherese dall’imperatore.
La prima di queste, la corona di Costantino Nono Monomaco (di cui sono state trovate nell’Ottocento alcuen placche smaltate), fu verosimilmente donata al re Andrea Primo (1046-1060), mentre la seconda (che costituisce la parte inferiore della “santa corona di Ungheria”) venne probabilmente inviata in dono di Michele Settimo al re Géza verso il 1074.
Lo stesso re sposò poi la nipote di Niceforo Botaniate e, più tardi (nel 1104), Piroska, figlia del re Ladislao Primo, andò in sposa a Giovanni Comneno diventando così imperatrice di Bisanzio.
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I rapporti con Venezia, che erano stati il cardine della politica paterna, subirono una crisi destinata a suscitare un conflitto con la tradizionale alleata.
Per tutto il regno di Alessio Primo Venezia era stata in netto vantaggio sia rispetto ai commercianti bizantini che alle altre città marinare italiane.
La sua posizione di forza non venne scossa dal trattato del 1111 con Pisa, alla quale Alessio Primo concesse privilegi commerciali inferiori a quelli ottenuti dai veneziani; al momento, i genovesi restavano ancora esclusi da benefici del genere.
Le cose però cambiarono bruscamente subito dopo l’avvento al potere di Giovanni Comneno.
Un’ambasceria veneziana giunse a Costantinopoli nel 1119 per ottenere il rinnovo del precedente trattato, ma si vide opporre un rifiuto dall’imperatore.
Non è del tutto chiaro perché Giovanni Secondo abbia adottato tale decisione, ma è probabile che su di essa abbiano pesato fattori di ordine politico, come la diminuita importanza dell’aiuto navale degli alleati, o anche il comportamento arrogante dei veneziani che li rendeva particolarmente sgraditi ai suoi sudditi.
L’iniziativa del Comneno fu rovinosa per Venezia, ma inizialmente non si ebbe alcuna reazione e soltanto nel 1122 la Repubblica iniziò a fare rappresaglie navali in territorio orientale.
La flotta bizantina non era in grado di far fronte agli attacchi e, nel corso di quattro anni, i veneziani agirono indisturbati ottenendo una serie di successi, sufficienti a spingere alla capitolazione l'imperatore.
Giovanni Comneno fece sapere al doge che era pronto a rinnovare il trattato e nell’agosto 1126 gli ambasciatori della città lagunare conclusero a Costantinopoli un nuovo accordo che rinnovò ed estese i privilegi concessi da Alessio Primo.
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Manuele Primo Comneno (1143-1180), figlio di Giovanni, fu designato espressamente dal padre a succedergli in violazione dei principio di anzianità (prima di lui infatti sarebbe dovuto venire il fratello Isacco) per le non comuni capacità politiche e militari di cui aveva dato prova.
Manuele Comneno fu un sovrano del tutto nuovo per Bisanzio: egli amava infatti le usanze occidentali e le introdusse a corte, modificando profondamente la mentalità e le tradizioni della sua gente.
Si trattava, d’altronde, anche di un’inevitabile conseguenza delle crociate, in seguito alle quali Bisanzio era uscita dalla chiusura all’Occidente, per secoli caratteristica della sua civiltà.
Manuele Comneno ebbe assai vivo il senso dell’universalità dell’Impero e cercò di riportarlo all’antico splendore sia con le armi sia con un’abile e instancabile attività diplomatica, che lo condusse a inserirsi nelle vicende politiche delle più importanti potenze del tempo.
Questi progetti finirono per tradursi in un’ultima fase espansionistica, ma vennero drammaticamente resi vani verso la fine del regno dal repentino crollo dell’intera costruzione politica degli anni precedenti, seguito da una nuova e questa volta irreversibile fase di decadenza.
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Guglielmo Primo procedette quindi alla riconquista del territorio italiano e, nella primavera del 1158, venne concluso un trattato, con la mediazione del papa, in forza del quale i bizantini abbandonarono la penisola.
L’impresa non fu soltanto un insuccesso militare, ma ebbe anche pesanti conseguenze politiche: creò infatti un contrasto insanabile fra l’imperatore di Bisanzio e il collega germanico e condusse a una frattura nelle relazioni con Venezia.
Il timore di una riaffermata presenza bizantina in Italia aveva spinto infatti la repubblica a concludere un trattato con Guglielmo Primo nel 1154 e, al momenti delle ostilità, Venezia restò neutrale.
Per aggirare l’ostacolo, Manuele Comneno si rivolse a Genova nel 1155, gettando le basi di un accordo, ma la diplomazia normanna vanificò la sua opera l’anno successivo ottenendo che anche questa città restasse al di fuori del conflitto.
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La precarietà del rapporto con Venezia, i cui accordi con Bisanzio erano soltanto compromessi provvisori, e il cambiamento della situazione politica in Occidente segnarono l’inizio della fine per Alessio Terzo Angelo.
Dopo la morte di Enrico Sesto l’Impero occidentale si era di fatto disgregato nella lotta civile che contrapponeva Filippo di Svevia a Ottone di Brunswick, senza quindi poter più condurre una propria politica in Italia, dove si impose la forte personalità di papa Innocenzo Terzo, salito al trono di Pietro nel 1198.
Innocenzo Terzo riprese con decisione il progetto di crociata, abbandonato dopo la fine ingloriosa della terza spedizione e le sue aspirazioni spirituali vennero a coincidere con quelle puramente politiche di un’altra forte personalità, il doge veneziano Enrico Dandolo, intenzionato a riaffermare con altrettanta determinazione la supremazia veneziana nell’Impero di Bisanzio.
La conseguenza di questa situazione fu la quarta crociata, al cui conclusione anomala finì per portare a una rapida dissoluzione dell’Impero di Bisanzio, che nel 1204 fu conquistato senza sforzo dagli occidentali.
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Cap. 8. La quarta crociata e l’Impero latino, 1204-1261

La quarta crociata, o “crociata dei veneziani”, venne bandita nel 1198 da papa Innocenzo Terzo; il suo invito fu raccolto dapprima dalla feudalità francese e fiamminga, alla quale si unirono in seguito i signor i tedeschi e dell’Italia settentrionale.
Questa volta non presero parte alla spedizione re o imperatori, ma soltanto feudatari di diversa importanza; capo riconosciuto ne fu il conte Tibaldo di Champagne, che però morì nel 1201 e venne sostituito dal marchese Bonifacio di Monferrato.
I partecipanti si accordarono per raggiungere l’Egitto via mare e, per procurarsi una flotta adeguata, si rivolsero a Venezia.
Furono avviate trattative con la Repubblica e, nell’aprile del 1201, venne concluso un trattato in forza del quale Venezia avrebbe preso parte all’impresa offrendo le navi e i viveri necessari per un anno contro il pagamento di una forte somma di denaro.
In più i veneziani avrebbero fornito una scorta di cinquanta galere, a condizione di ricevere in cambio metà delle conquiste future.
Come data del raduno a Venezia fu stabilito il giorno di San Giovanni, cioè il 29 giugno 1202.
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In questo modo era caduta la capitale dell’Impero romano di Oriente, dopo essere inviolata per secoli.
I vincitori dilagarono indisturbati e, per tre giorni, Costantinopoli fu abbandonata a un saccheggio indiscriminato che aggiunse altre devastazioni a quelle causate dagli incendi sviluppatisi nel costo dell’assedio.
Vennero profanate le chiese, per asportarne i tesori e le reliquie, violati i palazzi e le dimore private e la furia dei conquistatori ai abbatté indiscriminatamente sulle persone e le cose, distruggendo fra l’altro una grande quantità di opere d’arte.
Non si risparmiarono neppure le tombe imperiali, che furono aperte per prelevare gli ornamenti dei cadaveri.
I crociati distrussero per lo più senza alcun criterio, per impossessarsi delle ricchezze, mentre da parte veneziana si ebbe maggiore discernimento e le principali opere d’arte furono salvate per essere trasferite a Venezia, dove ancora sono in gran parte visibili.
Qualche tempo dopo, passata la furia del saccheggio, si provvide a creare un imperatore latino e alla spartizione dell’Impero seguendo i criteri fissati dal trattato di marzo.
Terminava così, sulle ceneri di Costantinopoli, l’età aurea delle crociate, dando vita a un Impero latino in Oriente che sarebbe sopravvissuto fino al 1261, quando la città venne ripresa dai bizantini.
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Il trattato del marzo 1204 costituì una sorta di carta costituzionale dell’Impero latino e, quando Costantinopoli fu presa, servì per la formazione del nuovo organismo statale istituito dai vincitori.
Venne costituito uno Stato di carattere eminentemente feudale e in primo luogo fu eletto un imperatore latino: a questo scopo, si riunì una commissione formata da sei veneziani e sei crociati, che scelse il conte Baldovino di Fiandra, sul quale fecero convergere i voti i veneziani verosimilmente per evitare che si imponesse la forte personalità di Bonifacio di Monferrato.
Subito dopo venne istituito un patriarca latino di Costantinopoli, nella persona del veneziano Tommaso Morosino.
Il trattato di marzo prevedeva infatti di affidare il patriarcato alla parte dalla quale non fosse stato scelto l’imperatore.
Si mise mano infine alla spartizione dell’Impero: il sovrano latino ne ottenne un quarto (costituito dalla sua porzione di Costantinopoli, dalla Tracia, da parte dell’Asia Minore e da alcune isole egee) e il resto andò diviso in parti uguali fra veneziani e cavalieri crociati.
La spartizione aveva tuttavia un valore in gran parte teorico dato che, quando fu completata (nel settembre dello stesso 1204), la provincia bizantina doveva ancora essere sottomessa, a eccezione dei territori di Macedonia e di Tracia, conquistati da Baldovino di Fiandra con uan breve campagna estiva.
Anche quando, in seguito, la sottomissione ebbe luogo, non sempre le assegnazioni fatte sulla carta coincisero con le acquisizioni effettive sia per gli accordi occasionalmente intervenuti fra i vincitori, che modificarono in alcuni casi le zone di influenza, sia anche a motivo della resistenza dell’elemento greco che spesso impedì ai latini di sottomettere alcune regioni.
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Giovanni Vatatze raddoppiò l’estensione del suo Stato e lo condusse a una notevole fioritura economica, mentre l’Impero latino continuava a sopravvivere, sia pure privo di ogni energia, in pratica, soltanto perché sostenuto dalla flotta veneziana, con la quale le forze nicene non erano in grado di confrontarsi a motivo della superiorità tecnica di quest’ultima.
Lo stato di cronica debolezza dell’Impero latino fu aggravato da una pesante crisi finanziaria.
Baldovino Secondo, sul trono dal 1228, trascorse lunghi anni in Occidente, vendendo i possedimenti aviti a Costantinopoli.
Una dopo l’altra vennero anche cedute le reliquie più preziose e giunsero così a Parigi la corona di spine e altre reliquie della Passione, per accogliere le quali re Luigi il Santo fece costruire la Sainte-Chapelle.
A causa del continuo bisogno di denaro, infine, il sovrano finì per dare in pegno ai mercanti veneziani il figlio Filippo e a vendere il piombo che ricopriva i tetti dei suoi palazzi.
Ogni sforzo fu però inutile e l’Occidente abbandonò Costantinopoli latina al suo destino, con la sola eccezione dei veneziani che fino all’ultimo cercarono di preservarla.
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Cap. 9. L’età dei Paleologi, 1261-1453

L’epoca dei Paleologi rappresenta l’ultima fase della storia di Bisanzio.
L’Impero ricostruito nel 1261 riuscì a sopravvivere per circa due secoli, anche se riducendosi progressivamente nell’estensione, in preda a un continuo processo di disfacimento dopo il tentativo fatto da Michele Ottavo per riportarlo alle dimensioni di potenza internazionale.
L’opera di erosione del territorio residuo venne attuata dai tradizionali nemici balcanici e orientali, che approfittarono della debolezza di Bisanzio per espandersi, nonché dalle Repubbliche marinare di Genova e di Venezia, la cui ipoteca sul secondo impero si fece sempre più pesante.
Il colpo definitivo fu tuttavia assestato dai turchi ottomani, la stirpe guerriera che iniziò a imporsi nel Quattordicesimo secolo, al cui incontenibile potenza finì per travolgere ciò che restava di Bisanzio e di gran parte dei possedimenti occidentali costituitisi dopo la quarta crociata, espandendosi poi anche ai danni degli Stati balcanici tradizionalmente nemici dell’Impero.
La crisi politica dell’epoca paleologa ebbe anche pesanti ripercussioni sul punto interno, che si fecero drammaticamente avvertire nel corso del Trecento, con un generale impoverimento della popolazione, eccezion fatta per una classe ristretta di grandi proprietari terrieri, passato in gran parte in mano alle repubbliche marinare italiane.
In stridente contrasto con la decadenza di Bisanzio, tuttavia, la cultura letteraria e la produzione artistica ebbero un periodo di rigogliosa fioritura.
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I cambiamenti intervenuti nella situazione italiana misero un pesante ipoteca sui progetti di Michele Ottavo.
L’eliminazione del dominio svevo in Italia meridionale (nel 1266) e l’avvento al trono di Sicilia di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, diedero infatti nuovo impulso ai piani espansionistici dell’Occidente ai danni di Bisanzio.
Intenzionato a conquistare l’Impero, Carlo d’Angiò si assicurò l’appoggio papale e, in forza di accordi diplomatici che ne facevano l’alleato del deposto sovrano latino, rivendicò il diritto alla sovranità su Costantinopoli, iniziando nello stesso tempo i preparativi per una grande spedizione militare.
Privo delle forze necessarie per contrastarlo, Michele Ottavo cercò di ritardare l’impresa e, parallelamente, di giocare la carte diplomatica nell’unione religiosa con Roma, che avrebbe tolto la spinta propagandistica per l’attacco alla scismatica Bisanzio.
La sua diplomazia convinse il re di Francia, Luigi Nono, a portare con sé il fratello nella crociata di Tunisi nel 1270 e l’anno successivo vennero avviati i contatti con Roma, resi possibili dall’elezione del papa italiano Gregorio Decimo, ben disposto nei confronti di Costantinopoli e nello  stesso tempo avverso alla politica angioina.
Le trattative andarono a buon fine: nel 1274 fu convocato un Concilio a Lione dove il dissidio fra le due chiese venne formalmente ricomposto con la proclamazione dell’unione religiosa e i delegati bizantini giurarono di accettare la fede romana nonché il primato di Roma.
I vantaggi politici furono immediati: Carlo d’Angiò dovette rinunciare ai piani di conquista e Michele Ottavo poté avviare una controffensiva su vari fronti.
L’unione ebbe però gravi contraccolpi interni a Bisanzio per l’opposizione pressoché compatta del clero, del monachesimo e di buona parte della popolazione, che spinsero Michele Ottavo a mettere in atto pesanti persecuzioni dei dissidenti.
La fazione ecclesiastica contraria all’unione trovò espressione nel movimento degli arseniti (così detto dal patriarca di Costantinopoli Arsenio, deposto nel 1266 da Michele Ottavo), che si oppose con vigore alla politica imperiale.
L’unione non fu duratura neppure in Occidente e con l’avvento al seggio papale nel 1281 del francese Martino Quarto, strumento di Carlo d’Angiò, si torno alla rottura piena: il papa condannò Michele Ottavo come scismatico e l’Angiò (che già nel 1280 aveva attaccato senza successo l’Albania imperiale) poté riprendere i suoi piani di conquista, promuovendo una coalizione antibizantina formata dall’erede al trono latino Filippo di Courtenay, Venezia, Tessaglia (che nel 1271 si era staccata dall’Epiro), Serbia e Bulgaria.
I serbi e il despota di Tessaglia irruppero in Macedonia nel 1282 e l’Angiò, con l’aiuto navale di Venezia, si apprestò a dare il colpo definitivo al nemico, ma la situazione fu salvata all’ultimo momento dalla rivolta dei Vespri siciliani, scoppiata a Palermo nel marzo del 1282, alla quale non fu estranea la diplomazia di Costantinopoli.
A seguito di questa rivolta, infatti, al Sicilia si liberò dal dominio francese e il tentativo dell’Angiò di rientrarne in possesso fu ostacolato dalla potenza rivale degli aragonesi, con cui si accese un violento conflitto (destinato a trascinarsi fino al 1302 oltrepassando la vita stessa dei primi protagonisti) a seguito del quale naufragò ogni progetto di spedizione in Oriente.
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La rinuncia al mantenimento di una forza militare e la linea politica adottata da Andronico Secondo ebbero un pesante contraccolpo sull’Impero.
La potenza ancora esistente sotto il predecessore subì un rapido processo di contrazione, avviando Bisanzio a divenire un piccolo Stato incapace di esprimere una propria politica estera e preda di una sempre più accentuata disgregazione interna.
La moneta andò soggetta a una forte svalutazione e nello stesso tempo si diffuse in modo sempre più massiccio la grande proprietà fondiaria, inutilmente contrastata da un tentativo imperiale di aumentare l’imposizione fiscale ai ricchi.
Sui mercati prevalsero le monete d’oro delle repubbliche italiane, portando come conseguenza un forte rincaro dei prezzi e un generale impoverimento, mentre la pronoia si consolidò con l’affermazione all’interno di questo sistema di uan classe privilegiate di feudatari, così da accentuare il divario con il resto della popolazione impoverita.
Analogamente disastrose furono le ripercussioni interne della politica seguita nei confronti delle repubbliche marinare, la cui alleanza o neutralità gravò ulteriormente sull’erario imperiale con una serie di concessioni o privilegi per mantenerne l’amicizia.
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L’Asia Minore turca aveva subito un processo di ridefinizione territoriale tra il Tredicesimo e il Quattordicesimo Secolo.
Il sultanato selgiuchide di Rum, giunto all’apogeo nei primi anni del Duecento, era stato travolto dall’invasione mongola subendo uan disastrosa sconfitta campale nel 1243, a seguito della quale si era frazionato in una serie di piccoli emirati più o meno indipendenti e soggetti al controllo dei mongoli.
Con il declino della potenza mongola, verso l’inizio del Quattordicesimo secolo, acquistò un’importanza sempre crescente l’emirato costituito dagli ottomani (o osmanili) nel territorio dell’antica Bitinia.
Si trattava di uan tribù turca arrivata fra le ultime in Asia Minore, che aveva avuto come suo primo capo Ertogul, cui era poi succeduto il figlio Osman (1281-1326), il vero fondatore della dinastia ottomana.
A lui è legato il nome stesso del suo popolo, che fu chiamato Osmanli e venne poi conosciuto in Occidente come “Ottomani”.
Gli Ottomani si mostrarono subito una stirpe guerriera e, fra Tre e Quattrocento, misero in atto una inarrestabile espansione territoriale destinata a riunificare le genti turche e a assestare un colpo mortale all’Impero di Bisanzio.
Pag. 170-1

L’Impero uscì stremato dal nuovo conflitto civile e subì ulteriori perdite territoriali.
I genovesi ripresero Chio, Stefano Dusan conquistò la Macedonia, eccezion fatta per Tessalonica, , e subito dopo l’Epiro e la Tessaglia.
Il territorio in mano a Costantinopoli si ridusse alla Tracia, le isole dell’Egeo settentrionale, Tessalonica isolata all’interno delle conquiste arabe e una parte del Peloponneso.
Bisanzio subì inoltre un tracollo economico e finanziario a seguito delle devastazioni apportate dal passaggio degli eserciti di Cantacuzeno e dei suoi rivali, e a questo, come ulteriormente negativo, si accompagnò nel 1347 la diffusione della grande epidemia di peste che poi avrebbe raggiunto l’intera Europa.
La situazione era disastrosa, d’altronde, già all’inizio del conflitto quando Anna di Savoia aveva impegnato a Venezia i gioielli della corona per ottenere un prestito con cui far fronte alle spese di guerra.
L’idea del degrado è data pienamente dal fatto che alla corte, un tempo splendida, si usava ora soltanto vasellame di piombo e di terracotta.
Il grande Impero di Bisanzio si era ridotto all’ombra dell’antica potenza, ma sarebbe tenacemente sopravvissuto ancora per un secolo.
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La Crociata di Nicopoli rappresentò uno sforzo serio compiuto dalle potenze occidentali per arrestare l’avanzata turca e venne promossa essenzialmente per la difesa dell’Ungheria cattolica.
L’iniziativa du presa da Sigismondo re di Ungheria, l’unico Stato balcanico che ancora disponeva delle risorse necessarie per poter condurre operazioni militari di ampio respiro, che fece appello a tutti i sovrani d’Europa per un’impresa destinata a salvare la cristianità.
Il suo invito fu raccolto: si mossero due papi (Bonifacio Nono e Benedetto Tredicesimo ad Avignone) e venne costituita una grande armata di circa centomila uomini il cui grosso era formato dagli ungheresi, ma che comprendeva anche migliaia di uomini variamente affluiti da Francia, Germania, Valacchia, Italia, Spagna, Inghilterra, Polonia e Boemia.
I genovesi di Lesbo e di Chio e i cavalieri di Rodi si assunsero il compito di presidiare la foce del Danubio e le coste del mar Nero, mentre Venezia finì per superare le esitazioni iniziali (determinate dal proposito di avviare una trattativa bizantino-turca) inviando una piccola flotta nei Dardanelli da cui fu infranto il blocco navale dei turchi.
L’esercito crociato si concentrò a Buda per ricongiungersi ai veneziani nella capitale e, nell’estate del 1396, superò il Danubio proseguendo verso Nicopoli, che fu posta sotto assedio.
Il 25 settembre però le forze cristiane furono disastrosamente sconfitte da Bayazid.
Il re Sigismondo riuscì a mettersi in salvo con la fuga, ma molti combattenti occidentali perirono sul campo o furono fatti prigionieri.
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La crisi dell’Impero ottomano conseguente alla disfatta del 1402 portò ad alcuni anni di calma, segnati anche dalla fioritura culturale di Mistrà a opera del despota Teodoro Secondo Paleologo e dell’umanista Giorgio Gemisto Pletone, uno dei più fecondi pensatori del tempo.
Si ebbe a Mistrà una paradossale rifioritura dell’ellenismo, in aperto contrasto con lo sfascio generale del mondo bizantino.
La Morea, nella prima metà del Quattrocento, divenne il vivaio della grecità e mostrò anche una considerevole vitalità politica, riuscendo a sottomettere tutto il Peloponneso, a eccezione delle colonie veneziane di Corone, Modone, Argo e Nauplia.
Nel 1432, infatti, venne assoggettato il principato latino di Acaia e terminò così la contesa franco-bizantina per il possesso del Peloponneso, che era iniziata al tempo di Michele Ottavo.
Per meglio proteggere la Morea, Manuele Paleologo fece poi costruire l’Hexamilion, un forte bastione difensivo lungo tutto l’istmo di Corinto.
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La crociata svoltasi fra il 1443 e 1444, comunemente nota come crociata di Varna, fu inizialmente coronata da un promettente successo.
L’appello del papa per la spedizione trovò un’accoglienza favorevole e nella parte meridionale dell’Ungheria si raccolse un esercito guidato dal re Ladislao Terzo, dal voivoda di Transilvania Giovanni Corvino Hunyadi, dal despota serbo Giorgio Brankovic, che era stato cacciato dal suo paese dai turchi; a questo si aggiunsero poi altri rinforzi guidati dal legato papale, il cardinale Giuliano Cesarini.
L’esercito crociato, composto da circa 25000 uomini cui si unirono lungo il percorso più di 6000 serbi, superò il Danubio all’inizio dell’ottobre 1443 e si addentrò fino in Bulgaria e, di qui, in Tracia ottenendo una serie di brillanti vittorie sui nemici.
Le operazioni militari vennero sospese nell’inverno ma la situazione continuava a essere favorevole ai crociati: Murad Secondo, impegnato a domare una rivolta in Asia Minore, si trovò in difficoltà, anche perché contemporaneamente l’Albania era insorta e le truppe del despota bizantino di Morea, Costantino Paleologo, erano passate all’offensiva nella Grecia centrale.
Il sultano fece perciò proposte di tregua e nel giugno 1444 si accordò per un armistizio di dieci anni che alla fine venne respinto dai cristiani, con l’eccezione del despota di Serbia, ritiratosi dall’impresa.
Le forze crociate ripresero la marcia in direzione del mar Nero, dove prevedevano di imbarcarsi sulla flotta veneziana a Varna e raggiungere Costantinopoli.
Le operazioni navali e terrestri, però, furono male coordinate: i veneziani ritardarono il loro arrivo e, nello stesso tempo, non riuscirono a impedire a Murad Secondo di traghettare al di là del Bosforo un forte  contingente di truppe asiatiche.
Il 10 novembre 1444 le forze turche, pari a circa il triplo di quelle nemiche, affrontarono i crociati in prossimità di Varna, sulla costa del mar Nero.
I cristiani combatterono con eroica determinazione, ma alla fine furono sbaragliati lasciando fr ai morti il re Ladislao e il cardinal Cesarini; i superstiti si sbandarono e soltanto pochi riuscirono a salvarsi.
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La disfatta di Varna determinò la fine di Bisanzio.
Nel 1448 morì Giovanni Ottavo Paleologo e, in assenza di eredi diretti, il suo posto fu preso dal fratello e despota di Morea Costantino Undicesimo Paleologo (1448-1453) che fu incoronato a Mistrà e qualche tempo più tardi ragiunse Costantinopoli su una nave veneziana.
Le operazioni militari condotte in Grecia da Costantino Paleologo erano proseguite anche dopo la sconfitta dei crociati, ma nel 1446 Murad Secondo troncò ogni velleità di rivincita irrompendo nella regione, superò le difese dell’istmo ricostruite dal despota e si addentrò in Morea devastandola completamente per poi ritirarsi con sessantamila prigionieri dopo aver imposto il riconoscimento della sua sovranità.
La potenza ottomana era ormai incoronabile e, dopo la sconfitta di Hunyadi, era rimasto in armi nei Balcani soltanto l’albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg, che si era ritirato sulle montagne dell’Albania per proseguire la lotta.
La sorte di ciò che restava dell’Impero era ormai segnata, ma l’epilogo si sarebbe avuto soltanto con l’avvento al potere nel 1451 del giovane ed energico sultano Maometto Secondo, che diede un forte impulso all’espansionismo turco portando il suo Stato a una potenza non ancora raggiunta dai predecessori.
Maometto Secondo il Conquistatore (come fu chiamato dai contemporanei) decise in primo luogo di farla finita con quanto restava dell’Impero.
Le residue sopravvivenze bizantine rappresentavano un ostacolo per i suoi piani di dominio e Costantinopoli, in particolare, era un assurdo ricordo di una potenza ormai scomparsa, pericolosamente incuneata però nell’Impero ottomano.
Maometto Secondo preparò con cura l’accerchiamento della città imperiale, che con le sue forti mura rappresentava ancora un ostacolo formidabile.
Prese dapprima una serie di iniziative volte a intercettare l’arrivo di qualsiasi aiuto esterno, poi fece costruire nel punto più stretto del Bosforo il castello di Rumir-Hisar, che si aggiunse alla fortezza di Anadolu Hisar fatta edificare da Bayazid sulla sponda asiatica e dotata di un imponente spiegamento di artiglieria in grado di impedire a chiunque la navigazione.
Quando l’accerchiamento fu completato, ebbe inizio l’assedio vero e proprio nei primi giorni di aprile del 1453.
Maometto Secondo schierò di fronte a Costantinopoli un’armata imponente, forte a quanto pare di circa centocinquantamila uomini, ma soprattutto ricorse in modo massiccio all’artiglieria, che si sarebbe rivelata determinante per la caduta della città.
Per suo conto, un fonditore ungherese di nome Urban realizzò ad Adrianopoli un cannone di proporzioni gigantesche, che venne trasportato in due mesi con un tiro di sessanta buoi fin sotto le mura della capitale assediata.
Alla grande quantità di combattenti turchi e ai mezzi tecnologicamente all’avanguardia si contrapponevano un’artiglieria antiquata e un nucleo di difensori formato da circa settemila uomini, composto da bizantini e settecento mercenari genovesi guidati da Giovanni Giustiniani Longo, cui venne affidato dal sovrano il comando delle operazioni difensive.
Pag. 184-85

Gli ottomani iniziarono l’assedio della città il 12 aprile con un bombardamento diurno e notturno delle mura terrestri che durò per una settimana.
Il 18 aprile Maometto Secondo tentò un attacco notturno andato a vuoto e, subito dopo, lo scontro si spostò sul mare nel tentativo di forzare l’ingresso al Corno d’Oro che era stato chiuso con uan grossa catena.
Anche questa operazione non ebbe l’esito sperato, per la resistenza dei cristiani, e il sultano decise di trasportare via terra le navi facendole trainare fin sulla cima di una collina antistante per poi farle scendere nel porto e, qui, prendere alle spalle la flottiglia che difendeva la catena.
L’operazione fu eseguita con successo il 22 aprile e alcuen decine di navi turche entrarono così nel porto di Costantinopoli; tuttavia non condusse ai risultati sperati, dato che le imbarcazioni turche alla fine si trovarono intrappolate ed esposte agli attacchi nemici.
Maometto Secondo intensificò di conseguenza l’assedio, con due tentativi di penetrare in città attraverso brecce aperte nelle mura, il 7 e il 12 maggio, che vennero ugualmente respinti dagli assediati.
Fu inoltre aumentato il bombardamento, aprendo grossi squarci nelle mura e vennero fatti altri inutili assalti diretti alle difese cittadine.
Il 26 maggio Maometto Secondo si risolse a tentare l’attacco finale eseguendo i necessari preparativi.
Il 28, nella città ormai presaga della fine, si svolsero grandi processioni e una cerimonia religiosa in Santa Sofia, alla quale presero parte l’imperatore con i suoi dignitari e i comandanti del presidio.
L’assalto iniziò dopo le tre del mattino del 29 maggio e si concentrò in prossimità della porta di San Romano, che era il punto più debole della difesa.
La prima ondata, composta da reparti irregolari, fu respinta dopo due ore di combattimenti e lo stesso avvenne per un secondo assalto di truppe anatoliche.
Verso  l’alba il sultano fece scendere in campo le truppe scelte (i giannizzeri) e queste alla fine riuscirono a penetrare dentro le mura.
Il Longo, ferito, abbandonò la posizione gettando il panico fra i difensori, che si sbandarono, e Costantino Undicesimo morì combattendo nella disperata difesa della sua capitale ormai invasa dai nemici.
Alcuni superstiti riuscirono a fuggire facendo salpare fortunosamente dal porto un certo numero di navi veneziane, cretesi e genovesi, che raggiunsero il Bosforo e di qui proseguirono verso la salvezza mentre Costantinopoli venne brutalmente messa a sacco dai vincitori per tre giorni.
Pag. 185-86

Ancora una volta le potenze occidentali non accorsero in difesa di Costantinopoli, malgrado gli appelli disperati di Costantino Undicesimo e i pericoli connessi alla perdita della città, che avrebbe offerto ai turchi una posizione strategica di prim’ordine per proseguire il loro attacco al mondo cristiano.
La flotta veneziana inviata in soccorso degli assediati partì con incredibile ritardo e non arrivò mai sul teatro operativo, perché fu preceduta dalla notizia della caduta di Costantinopoli in mano turca.
Nell’inutile tentativo di ottenere l’aiuto dell’Occidente, l’imperatore bizantino aveva fatto proclamare di nuovo l’unione religiosa in Santa Sofia (12 dicembre 1452), suscitando l’indignata reazione dei suoi sudditi, in grande maggioranza determinati a sopportare il dominio turco piuttosto che la soggezione a Roma.
Poco più tardi caddero in mano ottomana anche i residui frammenti dell’Impero: la Morea ne 1460 e Trebisonda l’anno successivo.
Molti bizantini fuggirono riparando soprattutto in Italia e, fra questi, un buon numero di eruditi che contribuirono alla diffusione in Occidente della cultura greca.
Il Ducato di Atene, residuo della conquista latina, fu ugualmente nel 1456, mentre alcune delle colonie genovesi e veneziane costituite nel corpo dell’Impero avrebbero resistito più o meno a lungo alla marea turca.
Con la conquista di Costantinopoli, a ogni modo, finiva la storia di Bisanzio, ma la sua tradizione fu continuata attraverso la cultura greca, che nel corso del Quattrocento si affermò decisamente in Occidente, e la Chiesa ortodossa che ne raccolse l’eredità.
Pag. 186

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Lo scisma di Fozio: storia e leggenda / F. Dvornik. – Roma, 1953
Storia delle crociate / S. Runciman. – Einaudi, 1966
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Bisanzio e il Rinascimento: umanisti greci a Venezia e la diffusione del greco in Occidente, 1440-1535 / D. J. Geanakoplos. – Roma, 1967
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Il tardo Impero romano / A. H. M. Jones. – Milano, 1973-81
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Introduzione

Chi erano i “normanni”?
In tedesco tale denominazione si riferisce tradizionalmente tanto ai vichinghi – quindi agli abitanti della Scandinavia in un’epoca compresa tra la fine dell’8. secolo e la metà dell’11. – quanto ai loro discendenti che nel 10. secolo si stabilirono nel nord della Francia, adottando il cristianesimo e una lingua romanza (antico francese) e dando alla regione che occuparono il nome di Normandia.
Il duplice uso linguistico tedesco affonda le sue radici nella terminologia degli autori franchi d’età carolingia i quali appellarono “uomini del nord” i vichinghi che nel 9. secolo rendevano insicure le coste.
In inglese e in francese, ma anche nella ricerca storica, si distingue invece fra vichinghi scandinavi e abitanti della Normandia, ovvero i normanni.
D’ora in avanti si seguirà tale uso.
Nell’11. secolo un gruppo di abitanti della Normandia salpò per lidi lontani con conseguenze storiche di vasta portata: quando nell’anno 1066 il duca normanno Guglielmo, grazie alla vittoria nella battaglia di Hastings, ottenne la corona reale inglese, l’Inghilterra allentò i legami politici e culturali con la Scandinavia e si fece più prossima alla Francia.
All’incirca nello stesso periodo altri cavalieri normanni si diressero a sud conquistando gran parte dell’Italia meridionale.
Nel 1130 un loro discendente, Ruggero 2. – figlio di Ruggero 1. d'Altavilla (Hauteville) -, riunì in un nuovo regno il Mezzogiorno continentale e la Sicilia, per lungo tempo soggetti rispettivamente alla dominazione bizantina e a quella araba.
Con ciò il sud Italia entrò a far parte della cristianità latina occidentale.
Durante la prima crociata (1098) Boemondo 1., un cugino di Ruggero 2., creò un principato normanno nell’allora siriana Antiochia (oggi Antakya, Turchia).
Nel corso del 12. secolo i normanni fondarono dunque tre regni: la monarchia di Sicilia, la monarchia d’Inghilterra e il principato di Antiochia; ciò ha fatto sì che storici del 19. e del 20. secolo abbiano attribuito loro un particolare talento nell’istituzione di nuovi “Stati”.
Dal punto di vista inglese, i normanni del Medioevo anticiparono il moderno impero britannico:

intorno al 1100 i normanni avevano costituito uan sorta di Commonwealth con una loro diretta egemonia territoriale che si estendeva su di una lunga catena di Stati, dalla marca gallese lungo i fiumi Severn e Dee, attraverso la Normandia, l’Italia meridionale e la Sicilia, fino ad Antiochia e al fiume Oronte.
A ciò si aggiungano la partecipazione normanna alla liberazione della Spagna dalla dominazione islamica (reconquista) (…) e la campagna militare contro l’Impero bizantino, condotta attraverso l’Adriatico (Brown)

Con la fine del 20. secolo, l’unificazione politica dell’Europa ha fatto apparire i normanni del Medioevo sotto una nuova luce.
Ora essi venivano salutati come “popolo d’Europa”: questo il titolo di una mostra organizzata a Roma (Palazzo Venezia) nel 1994.
I normanni – così si legge nel catalogo della mostra -, grazie ai contatti creati fra il nord e il sud dell’Europa, avrebbero dato un importante contributo alla formazione di una coscienza europea.
La loro propensione all’assimilazione e all’integrazione di popoli e culture differenti rappresenterebbe un possibile modello per la creazione di una nuova identità europea, multiculturale e priva di barriere etniche (Marin).
I normanni giocarono un ruolo non secondario anche nella storia del Medioevo tedesco.
Nella cosiddetta lotta per le investiture, i papi poterono affermare l’indipendenza della Chiesa romana dall’Impero romano-germanico solo grazie all’appoggio militare offerto loro dai normanni stanziati nel sud Italia.
Nel regno di Sicilia, creato da Ruggero 2., il papato trovò infatti un importante sostegno; ogni tentativo imperiale di assoggettare il giovane regno si rivelò infruttuoso.
Alla fine Federico Barbarossa si decise a concludere una pace con i normanni dando in sposo il figlio e suo successore Enrico 6. a Costanza in Sicilia.
Quando, nel 1189, il re Guglielmo 2. di Sicilia, nipote di Costanza, morì senza figli, lei ne ereditò il regno che in tal modo venne associato all’Impero svevo.
Federico 2., figlio di Costanza ed Enrico 6., regnò su un territorio che si estendeva dal Mare del Nord al Mediterraneo.
Tuttavia la resistenza del papato, insofferente nei confronti di una situazione che avvertiva come una sorta di accerchiamento territoriale, portò infine al tramonto degli svevi (1268).
La storia dei normanni è piena di metamorfosi: i pirati scandinavi sarebbero diventati cavalieri normanni; il duca di Normandia Guglielmo il bastardo si sarebbe trasformato in Guglielmo il Conquistatore, re d’Inghilterra; in Italia, i figli di un piccolo signore si Normandia (Tancredi di Altavilla) sarebbero stati conti e duchi, e i nipoti di costoro principi e re.
Altre avventure normanne furono meno fortunate e non lasciarono traccia.
Il libro si apre con una descrizione delle origini dei normanni e della Normandia (cap. 1.), prosegue con al conquista dell’Inghilterra e le sue conseguenze (cap. 2.) e si sofferma infine sull’espansione normanna nel bacino del Mediterraneo (cap. 3.).
Accanto agli eventi politici e alle loro principali conseguenze vengono presi in esame anche i processi di acculturazione e integrazione, di stretta attualità in un mondo, come quello attuale, sempre più globalizzato e caratterizzato da migrazioni e contatti oltre che da conflitti fra religioni e culture differenti: che condotta assunsero i migranti-conquistatori normanni nel loro nuovo ambiente?
Coem reagirono gli autoctoni alla lingua, alla religione e alla cultura dei nuovi arrivati normanni?
Gli storici moderni hanno spiegato il successo dei normanni soprattutto con la loro capacità di adattamento.
Ma come ebbe luogo l’integrazione dei migranti normanni?
Quali conseguenze essa ebbe per la loro identità?
L’importanza di tali interrogativi, indubbiamente do non facile soluzione, ha suggerito di dedicare ad essi le considerazioni conclusive di questo volume.
Pag. 7-9

Cap. 1. La nascita di una regione e di un popolo

La Normandia prende il suo nome dai vichinghi (“uomini del nord”) che nei secoli 9. e 10. Si stabilirono fra la Senna e la Loira in un territorio che sarebbe diventato appunto il ducato di Normandia.
Ad eccezione del mare del Nord, tale regione era priva di confini naturali.
Incerti erano il confine occidentale con la Bretagna e quello orientale con la Piccardia, controverse le frontiere meridionali con le contee del Maine e del Perche.
Dal punto di vista politico la regione apparteneva al regno dei franchi occidentali, risultato dalla divisione dell’impero romano-franco fondato da Carlo magno (morto nell’814).
Una delle ragioni del crollo dell’impero carolingio furono proprio le incursioni dei vichinghi che, a partire dalla fine dell’8. secolo, avevano colpito l’intera Europa.
Pag. 11

Siamo così giunti alla non semplice questione della cosiddetta etnogenesi dei normanni.
In senso etnico, con popoli si intende una comunità di individui che condivide lingua, cultura e origini.
Nel 19. secolo si concepivano i popoli come unità naturali, come comunità biologiche con origine comune; ciò poté condurre a quelle teorie etnico-razziali che nel 20. secolo furono fatte proprie dal nazionalsocialismo.
Oggi gli storici concordano nel ritenere che i popoli non sono entità univocamente definibili, ma piuttosto costruzioni, comunità immaginarie fondate sulla rivendicazione di caratteristiche attraverso cui tali comunità si autodefiniscono.
In un’età contrassegnata da processi di migrazione e integrazione come fu l’alto Medioevo, le storie di celebri antenati, i cosiddetti miti d’origine, dovettero sicuramente contribuire alla creazione dell’identità concreta di un popolo.
Pag. 15

Gli scandinavi divennero il popolo dei normanni allorché, insediatisi stabilmente nella Francia settentrionale,  si fusero con i nativi – discendenti da galli, romani, bretoni e franchi – acquisendone lingua e religione; il fatto poi, che i nuovi arrivati fossero soprattutto uomini agevolò l’assimilazione dei discendenti.
L’etnogenesi dei normanni e la creazione della Normandia come regione coinvolsero numerose generazioni e giunsero a compimento intorno all’anno 1000, quando per la prima volta compare la denominazione di Normandia.
Pag. 16

La scelta del cristianesimo greco-ortodosso da parte di Vladimir – che sulle prime non deve aver escluso neanche una conversione all’islam – fu un evento storico di portata universale.
La fantasia degli storici moderni ha provato a immaginare cosa sarebbe accaduti se i rus’ avessero abbracciato l’islam: se la dottrina del Profeta si fosse diffusa presso di loro si sarebbe verificato un accerchiamento della Mitteleuropa cristiana da sud, est e perfino da nord
Pag. 17

Così come il padre, anche Riccardo 1. fu chiamato “principe dei normanni” dal cronista Flodoardo di Reims; tuttavia, in un primo momenti pare che egli si sia accontentato del titolo di comitale o di quello di margraviale, tant’è che ottenne il più prestigioso titolo di duca solo dopo che la corona dei franchi occidentali, nell’anno 987, passò definitivamente dai carolingi ai robertiningi (così chiamati per il già citato Roberto, margravio di Neustria e padrino di battesimo di Rollone) in seguito detti, per Ugo Capeto (987-996), capetingi, la dinastia che regnò in Francia fino al 1848.
Non è possibile dire con esattezza quando ciò sia accaduto; i più antichi documenti in cui il titolo di conte è riferito a Riccardo 1. sono dei falsi d’età posteriore.
Il primo documento autentico a noi giunto in cui si menziona un “duca di Normandia” risale all’anno 1006, quando Riccardo 2. (996-1026) era già succeduto al padre Riccardo 1.
Il fatto però che a quel tempo non esistesse alcuna definizione esatta dei titoli di conte, margravio, principe e duca, fa ritenere plausibile alla ricerca storica che già verso la fine del 10. secolo egli utilizzasse occasionalmente il titolo di duca.
Pag. 19-20

La romanizzazione dei normanni che seguì alla loro cristianizzazione ebbe inizio nel settore orientale del ducato già intorno alla metà del 10. secolo, mentre in quello occidentale, dove gli scandinavi continuarono ad arrivare fino al 966 circa, tardò di qualche decennio.
La presenza di uno scaldo (poeta e scrittore) scandinavo alla corte ducale di Rouen è attestata per l’ultima volta nel maggio del 1021.
Se le prime generazioni di normanni erano ancora bilingui, le successive parlavano solamente l’antico francese.
Pag. 22

I primi duchi di Normandia

Rollone (conte)    911-927/33 ca.
Guglielmo Lungaspada (conte/margravio)    927 ca.-942
Riccardo 1.    942-996
Riccardo 2.    996-1026
Riccardo 3.    1026-1027
Roberto 1.     1027-1035
Guglielmo il Conquistatore (dal 1066 anche re d’Inghilterra)        1035-1087

Cap. 2. Oltre la Manica

L’anno 1066 è di cruciale importanza per la storia inglese. La battaglia di Hastings, in cui re Aroldo del Wessex perse la vita e il trono, segna la fine dell’era anglosassone (5. -11. secc.).
A partire dal normanno Guglielmo il Conquistatore il paese fu retto da sovrani di origine francese.
Con Enrico 2., nel 1154, saliva sul trono d’Inghilterra la dinastia plantageneta, nativa dell’Angiò, che per via matrimoniale aveva acquisito il ducato d’Aquitania (nel sud della Francia).
Ciò determinò una situazione ricca di sviluppi futuri: solo il re d’Inghilterra si ritrovava ora a controllare un territorio pari ai due terzi della Francia, il signore feudale di questo immenso dominio rimaneva comunque il sovrano francese.
Tale stato di cose avrebbe generato continue tensioni fra le monarchie di Francia e Inghilterra che sarebbero poi sfociate nella cosiddetta guerra dei Cent’anni (1337-1453 ca.); alla fine, i re inglesi avrebbero perso praticamente ogni loro possedimento in terraferma.
Pag. 29

Il nuovo re normanno volle fortemente che l’intera popolazione lo riconoscesse quale legittimo erede dei sovrani anglosassoni: durante la cerimonia di incoronazione nell’abazia di Westminster egli si fece acclamare tanto dagli anglosassoni quanto dai normanni nelle rispettive lingue.
Strumento di legittimazione dovette essere anche il già citato arazzo di Bayeux dove la sconfitta e la morte di Aroldo vennero rappresentate come castigo divino per non aver osservato il giuramento di riconoscere Guglielmo come l’erede scelto da re Edoardo.
Naturalmente gli anglosassoni vedevano la cosa in modo diverso, ma come spesso accade nella storia a imporsi fu la versione dei vincitori.
Pag. 37

Dal lungo regno di Enrico 1. (1100-1135) la posizione della monarchia anglo-normanna uscì rafforzata grazie all’introduzione di importanti riforme in materia di diritto e amministrazione.
Il ricorso alla scrittura si fece sempre più frequente: si è calcolato che la cancelleria regia rilasciasse circa 4500 documenti all’anno, cioè un numero di gran lunga superiore a quello di altre monarchie del tempo.
Secondo l’esempio normanno, Enrico fece istituire presso la corte inglese una tesoreria, detta exchequer, che sarebbe poi divenuta una sorta di erario centrale.
Si trattava di un ufficio inconsueto per quei tempi, comparabile, per livello, solo col suo omologo del regno “normanno” di Sicilia, quest’ultimo però ispirato a modelli arabi.
Il nome exchequer deriva dal latino scaccarium (scacchiera): gli sceriffi, amministratori delle terre del re, tenevano il conto di entrate e uscite disponendo su di un panno con motivo a scacchiera dei gettoni di conto.
Il risultato di tali conteggi veniva annotato per iscritto su rotoli di pergamena, i cosiddetti pipe rolls: per la prima volta nella storia d’Europa diveniva chiaro il potere del denaro.
Pag. 43

La guerra civile per la successione di Enrico 1., durata più di tre lustri, portò a un considerevole indebolimento della corona e a un rafforzamento della nobiltà e della Chiesa.
E’ indicativo al riguardo il fatto che in questi anni il numero dei ducati inglesi passò da sei a ventidue.
Eppure i problemi della monarchia anglo-normanna erano iniziati già con la successione di Guglielmo 1. e avevano costituito un fardello per i suoi figli Guglielmo 2. ed Enrico 1. succedutigli sul trono inglese.
Con mezzi diplomatici e militari, nonché con riforme amministrative, nel corso dei suoi trentacinque anni di regno Enrico 1. era però riuscito a rafforzare la monarchia e a darle prestigio in Europa.
Pag. 47

Mentre nei primi decenni successivi alla conquista dell’Inghilterra era ancora possibile distinguere chiaramente i franci (normanni) dagli angli (anglosassoni/inglesi), nella prima metà del 12. secolo  tale distinzione divenne sempre più difficile poiché molti dei conquistatori avevano sposato donne del luogo.
Il fatto che a quel tempo, presso la nobiltà, accanto all’inglese si parlasse soprattutto il francese, laddove negli strati medi e bassi della società l’unica lingua era l’inglese, fece sì che gli etnonimi passassero a indicare categorie sociali: i normanni erano i membri del ceto dominante discendente dai conquistatori, gli inglesi del resto della popolazione.
Solo sotto Enrico 2. si sviluppò gradualmente un’autonoma coscienza collettiva inglese che includeva tutti gli strati sociali e gli elementi normanni arretrarono a favore dell’influenza plantageneto-angioina.
Sotto la nuova dinastia regnante, originaria della regione francese dell’Angiò, la Normandia giocò solo un ruolo secondario.
Pag. 48

I re normanni d’Inghilterra

Guglielmo 1. il Conquistatore           1066-1087
Guglielmo 2. Rufus                             1087-1100
Enrico 1. Beauclerc                             1100-1135
Stefano di Blois                                   1135-1154

In tal modo si chiarisce il significato del complesso titolo di Enrico 2.: rex Anglorum, dux Normannorum et Aquitanorum et comes Andegavorum (re degli anglosassoni, duca dei normanni e degli aquitani e conte degli angioini).
Diversamente da quanto tale titolo lascerebbe presumere, al primo posto nei favori di Enrico 2., che si considerava anzitutto signore dell’Angiò, era per l’appunto l’Angiò e non certo l’Inghilterra.
La dinastia plantageneta da egli fondata traeva il nome – introdotto per la prima volta nel 1460 – dal ramo di ginestra (planta genista)  che aveva per stemma.
L’idea che con Enrico 2. Si fosse insediata uan nuova dinastia nacque solo più tardi sulla base di considerazioni fatte a posteriori.
Enrico stesso, in qualità di figlio di Matilde e dunque di pronipote del normanno Guglielmo il Conquistatore, si considerava il legittimo prosecutore della casa reale anglo-normanna.
Pag. 49

Nel corso di un banchetto, il sovrano inglese chiese irato se non vi fosse nessuno capace di liberarlo dal molesto chierico.
Alcuni cavalieri del suo seguito presero tale dichiarazione più seriamente di quanto il re avesse immaginato; probabilmente egli aveva solo voluto sfogare la propria rabbia.
Tale fraintendimento ebbe conseguenze fatali: i cavalieri, convinti di agire per volere di Enrico, il 29 dicembre del 1170 uccisero Becket nella cattedrale di Canterbury.
Pag. 51

Le difficoltà non trovavano però la soluzione e così Enrico, nel 1182, decise di mettere in chiaro le cose: egli pose alle dipendenze dell’erede al trono i fratelli più giovani i quali avrebbero anche dovuto riconoscerlo quale loro signore feudale.
Con ciò costoro avrebbero perso il legame feudale diretto con il re di Francia e quindi la loro parità di rango.
Riccardo Cuor di Leone protestò energicamente e si oppose senza mezzi termini.
Il principe ereditario – che comunque none ra stato ancora chiamato dal padre a condividere il potere – aderì alla rivolta che trovò il sostegno di Filippo 2. di Francia (1180-1223).
Fu solo la repentina scomparsa di Enrico il Giovane l’11 giugno del 1183 a salvare il vecchio re.
La situazione si infiammò nuovamente quando questi si rifiutò di nominare uso successore Riccardo Cuor di Leone, pregandolo inoltre di consegnare l’Aquitania al fratello minore Giovanni Senzaterra.
Alla fine Enrico 2. fu costretto a riconoscere la sovranità del re di Francia, alleato di Riccardo, sui propri possedimenti continentali (1189).
Pag. 53

L’Impero plantageneto alla fine si dissolse non per l’inadeguatezza di sovrani come Riccardo Cuor di Leone o Giovanni Senzaterra, bensì per problemi strutturali: il suo territorio, che si estendeva dall’Irlanda ai Pirenei, era troppo vasto ed eterogeneo per i limitati strumenti della sovranità medievale.
Esso mancava inoltre di un centro, di un’aristocrazia angioina in grado di integrarsi, di un proprio nome e di una coscienza “statale”.
Negli anni del regno di Enrico 2. la tradizione anglo-normanna fu ancora presente e i legami personali e culturali fra Francia e Inghilterra si consolidarono.
Parallelamente, in Inghilterra andò avanti il processo di assimilazione fra le famiglie di origine normanna e quelle locali.
Intorno al 1178 Richard FitzNigel scriveva che a vausa dei tanti matrimoni misti celebrati nei ceti medi e alti era assai difficile distinguere gli anglici dai normanni.
Era sorta una nuova identità inglese in cui erano confluite la tradizione normanna e quella anglosassone.
In tale processo di integrazione svolsero un ruolo di primo piano le affinità culturali, la comune religione, nonché la forza coesiva della Chiesa allineata con Roma.
Sotto Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senzaterra si rafforzò la consapevolezza di una specifica identità inglese (englishness); l’elemento normanno era a quel punto solo una reminiscenza storica.
Decisivo per il definitivo dissolvimento dell’unione normanno-inglese – iniziata nel 1066 – fu non solo il passaggio dalla Normandia sotto il diretto controllo del re di Francia nel 1204, ma anche, e soprattutto, il divieto di possedere beni fondiari al di là della Manica che nello stesso anno Giovanni impose alla nobiltà inglese.
Con tale misura egli reagiva a un’analoga disposizione di Filippo 2. in base alla quale tutti i nobili normanni residenti in Inghilterra che desideravano conservare i propri beni in patria avrebbero dovuto farvi ritorno.
Ciò rappresentò la fine di quella classe dirigente transfrontaliera che era stata la nobiltà anglo-normanna.
Il cordone ombelicale tra Normandia e Inghilterra era dunque reciso: da allora in poi il canale della Manica piuttosto che unire avrebbe diviso.
Se con l’inserimento nei domini della corona francese la Normandia perse il suo status, di dicato, essa tuttavia conservò la propria identità ragionale.
Inoltre, a differenza di altri territori dell’Angevin Empire – come le contee di Angiò, Maine e Poitou che andarono spesso a costituire la dote dei figli minori dei re di Francia -, nei secoli successivi la regione rimase sotto il diretto controllo della monarchia e sino alla Rivoluzione francese (1789), grazie ad antichi privilegi nell’amministrazione della finanza e della giustizia, mantenne una posizione speciale.
Il conflitto tra i nativi anglosassoni e i conquistatori normanni fornì la materia al romanzo storico Ivanhoe di Walter Scott (1820): al tempo della crociata di Riccardo Cuor di Leone, il valoroso cavaliere anglosassone Wilfred di Ivanhoe combatte contro gli oppressori normanni.
Nella sua lotta trova il sostegno di un bandito, anch’esso anglosassone, di nome Robin di Locksley (Robin Hood).
Soprattutto attraverso le sue riduzioni cinematografiche, la mescolanza di finzione letteraria, saga e fatti storici presente nel romanzo di Scott ha contribuito a formare l’immagine del Medioevo presso un vasto pubblico.
Pag. 55-56

I primi re plantageneti d’Inghilterra

Enrico 2.                                1154-1189
Riccardo 1. Cuor di Leone  1189-1199
Giovanni Senzaterra           1199-1216

Cap. 3. Il fascino del Sud

Il sud Italia stesso presentava un quadro politico decisamente confuso, tant’è che tre potenze ne rivendicavano il dominio: i sovrani tedeschi, che si consideravano gli eredi degli imperatori romani d’Occidente; gli imperatori bizantini, che non riconoscevano tali pretese ritenendosi gli unici eredi di Roma, i papi, che si richiamavano alla celebre donazione di Costantino da cui facevano discendere una supremazia papale sul Mezzogiorno.
Nessuno di loro era comunque in grado di imporsi.
Nel 6. secolo i longobardi, fino ad allora stanziati a nord delle Alpi, avevano conquistato gran parte dell’Italia: solo alcune aree costiere e il sud della penisola erano rimasti sotto il dominio di Bisanzio.
Nell’anno 774 il re franco Carlo Magno aveva assoggettato il regno longobardo con la capitale Pavia e lo aveva associato al regno dei franchi.
Solo il meridionale ducato longobardo di Benevento era riuscito a preservare la propria autonomia riconoscendo, nel 787, la sovranità di Carlo; in seguito esso si scisse nei tre principati di Benevento, Capua e Salerno.
Nella tarda età carolingia, lungo il litorale campano si erano costituite piccole città-Stato, ufficialmente denominate ducati – Gaeta, Napoli, Amalfi e Sorrento -, che sebbene riconoscessero la sovranità degli imperatori bizantini erano di fatto indipendenti.
Puglia e Calabria erano invece province bizantine come la Sicilia, che però nei secoli 9. e 19. fu conquistata dagli arabi.
Tuttavia i confini politici non sempre corrispondevano a quelli culturali e religiosi.
Le genti della Campania e della Puglia settentrionale e centrale parlavano una lingua romanza e sentivano di appartenere al cristianesimo romano-cattolico; al contrario, le popolazioni della Puglia meridionale e della Calabria erano in prevalenza  di lingua greca e celebravano una liturgia di rito ortodosso.
Nell’Ovest e nel Sud della Sicilia vivevano soprattutto immigrati arabi e berberi, nonché autoctoni che avevano accolto la lingua araba e l’islam; nel Nord-Est dell’isola gran parte della popolazione aveva invece preservato la lingua greca e il cristianesimo ortodosso.
Inoltre, in tutto il Mezzogiorno, soprattutto nelle città, erano presenti rilevanti comunità ebraiche.
I normanni irruppero in questo mosaico di genti, culture e religioni e nel giro di un secolo lo assoggettarono al loro controllo.
Pag. 59-60

Intorno al 1050 egli riuscì a conquistare la fiducia di un suo conterraneo di nome Gerardo, che si era stabilito a Buonalbergo nei dintorni di Benevento, il quale gli dette in sposa la zia Alberada e mise a sua disposizione 200 cavalieri.
Con ciò ebbe inizio la folgorante ascesa di Roberto il Guiscardo il quale, dopo essere divenuto in breve tempo l’uomo più potente del Mezzogiorno, sul finire della sua esistenza osò persino muovere guerra all’Impero bizantino.
Pag. 63

I figli di Tancredi di Hauteville (Altavilla)

Dal primo matrimonio (con Muriella):

Guglielmo Braccio di Ferro, conte di Puglia (m.1046)

Dragone, conte di Puglia (m. 1051)

Umfredo, conte di Puglia (m. 1057)

Goffredo, conte di Capitanata (m. 1063)

Serlone (erede dei beni paterni di Normandia)

Dal secondo matrimonio (con Fresenda)

Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, Calabria e Sicilia (m. 1085)

Malgerio, conte di Capitanata (m. prima del 1059)

Guglielmo, conte di Principato (m. 1180 ca.)

Alfredo (non menzionato in Italia)

Uberto (non menzionato in Italia)

Tancredi (non menzionato in Italia)

Ruggero 1., conte di Sicilia (m. 1101)

La conquista della Puglia si concluse con la prese di Bari che, nella primavera del 1071, capitolò dopo quasi tre anni di assedio.
Per la popolazione locale inizialmente cambiò ben poco: anziché rispondere all’imperatore bizantino essa si ritrovava ora alle dipendenze dal duca normanno.
Nella presa del capoluogo pugliese il Guiscardo poté contare sulla collaborazione del minore dei suoi fratelli, Ruggero, a quel tempo impegnato nella conquista della Sicilia.
In cambio Roberto successivamente lo aiutò nella presa di Palermo che avvenne nel gennaio del 1072.
Pag. 66

In questa difficile situazione Michele 7. Ducas (1071-78) – proclamato imperatore di Bisanzio dopo l’imprigionamento di Romano 4. – propose un’alleanza matrimoniale a Roberto il Guiscardo.
Il normanno accettò l’offerta solo nel 1074, allorché parve che la posizione di Michele fosse consolidata.
Olimpia, la figlia di Roberto che dopo il suo arrivo a Bisanzio (1076) prese il nome di Elena, fu promessa in sposa a Costantino, figlio dell’imperatore ancora in fasce.
Grazie a ciò il Guiscardo stabiliva un’unione familiare con la casa imperiale bizantina, la qual cosa contribuiva ad accrescere il suo prestigio personale.
Pag. 66-67

Il bilancio delle imprese di Roberto il Guiscardo risulta contrastante.
Inizialmente vi furono importanti successi coem la sua pressoché straordinaria ascesa da immigrato normanno privo di mezzi a conte di Puglia e infine a duca dell’intero sud Italia dal cui aiuto dipendevano i papi.
Inoltre egli riuscì a conquistare le province, fino ad allora bizantine, di Puglia e Calabria; il suo dominio fu però costantemente minacciato dalle sollevazioni dei signori normanni che, in quelle regioni, avevano accumulato beni e potere.
Verso la fine della sua vita – probabilmente nel convincimento che l’Impero bizantino fosse prossimo al crollo – attaccando le province balcaniche il duca normanno sfidò l’imperatore Alessio 1. che come prevedibile oppose una tenace resistenza.
Le rivolte pugliesi, sovvenzionate col denaro bizantino, alla fine costrinsero il Guiscardo a fare ritorno in Italia dove egli per di più dovette accorrere in soccorso di papa Giovanni 7., assediato a Roma.
La morte del quasi settantenne condottiero nel corso della sua ultima, poco promettente campagna militare contro Bisanzio mostra chiaramente che questi  fu un carismatico capo militare ma non un accorto politico.
Pag. 72

Per la maggioranza musulmana della Sicilia inizialmente cambiò poco.
La presa delle principali città era avvenuta solo grazie a trattative in cui alle popolazioni si era concessa la conservazione tanto della libertà religiosa, quanto dell’autonomia amministrativa.
Agli islamici toccava ora pagare quel testatico (arabo jizya) che sotto la dominazione musulmana era stato versato da ebrei e cristiani: conseguenza di ciò fu un loro declassamento sociale.
Ruggero 1. affidò la riscossione delle imposte a cristiani greci di Sicilia che avevano padronanza della lingua araba.
Sebbene il conte tollerasse la fede della popolazione islamica, allo stesso tempo favorì l’immigrazione di cristiani greci dalla Calabria e soprattutto, da altre parti d’Italia, di cristiani latini che dal punto di vista linguistico e culturale erano più affini ai normanni.
Con la (ri)fondazione di sedi vescovili latine a Palermo, Troina, Catania, Siracusa, Agrigento e Mazara, il conte creò le premesse per una graduale latinizzazione o, per meglio dire, romanizzazione dell’isola in seguito alla quale, nel corso del 12. secolo, diminuirono le componenti araba e greca della popolazione.
Nella struttura sociale della Sicilia non intervennero per il momento particolari cambiamenti ad eccezione di due fenomeni: da un lato, un ristretto gruppo di normanni si era impadronito della maggior parte della terra; dall’altro, numerosi intellettuali islamici, non disposti a vivere sotto il dominio dei cristiani, all’isola preferirono il Maghreb e la Spagna araba.
Pag. 74-75

Antiochia normanna, con la sua popolazione multiculturale in cui dominavano la religione cristiana e le lingue greca e araba, giocò un ruolo a lungo sottovalutato nel transfer culturale arabo-occidentale: qui, probabilmente attorno al 1120, il matematico inglese Adelardo di Bath – che aveva già visitato la Sicilia – imparò l’arabo ed acquisì le prime nozioni di scienze naturali arabe, prima di fare ritorno in patria.
Un altro dotto occidentale, che per  analoghi motivi in quel torno di tempo (intorno al 1125/27) si recò ad Antiochia, decise perfino di restarvi.
Si tratta di Stefano di Pisa (noto anche come Stefano d’Antiochia) che dall’arabo tradusse in latino opere di medicina, astronomia e matematica e le trasmise all’Europa.
Diversamente da quanto finora supposto, non fu Leonardo Fibonacci a importare in Europa, introno al 1200, le cifre arabo-indiane (e le operazioni di calcolo grazie ad esse più semplici), bensì Stefano, già oltre cinquant’anni prima.
Degno di nota è infine l’immagine della pacifica convivenza tra cristiani e musulmani di Antiochia che emerge dall’opera del poeta siriani Ibn al-Qaysarani (m. 1153).
Pag. 91

Dopo aver duramente punito i suoi avversari dell’Italia meridionale, Ruggero s’impegnò a dotare il nuovo regno di una struttura centralizzata.
Fece pertanto redigere da giuristi di scuola bolognese un corpo di leggi che in larga misura si basava sul diritto romano antico da poco riscoperto.
In esso si sottolineava la posizione straordinaria del sovrano che, a differenza dei monarchi europei del tempo, non doveva riservare ai principi alcun riguardo: le discussioni in merito alle sue scelte erano considerate un sacrilegio, le insurrezioni, delitto di lesa maestà da punirsi con la morte.
Non si dovrebbero più definire Assise di Ariano le costituzioni di Ruggero promulgate introno al 1140, poiché il concetto di assise (leggi) nasce assai più tardi e l’opinione della ricerca più datata secondo cui esse erano state proclamate ad Ariano (presso Avellino, ad est di Napoli) si è rivelata infondata.
Pag. 96-97

Dopo aver duramente punito i suoi avversari dell’Italia meridionale, Ruggero s’impegnò a dotare il nuovo regno di una struttura centralizzata.
Fece pertanto redigere da giuristi di scuola bolognese un corpo di leggi che in larga misura si basava sul diritto romano antico da poco riscoperto.
In esso si sottolineava la posizione straordinaria del sovrano che, a differenza dei monarchi europei del tempo, non doveva riservare ai principi alcun riguardo: le discussioni in merito alle sue scelte erano considerate un sacrilegio, le insurrezioni, delitto di lesa maestà da punirsi con la morte.
Non si dovrebbero più definire Assise di Ariano le costituzioni di Ruggero promulgate intorno al 1140, poiché il concetto di assise (leggi) nasce assai più tardi e l’opinione della ricerca più datata secondo cui esse erano state proclamate ad Ariano (presso Avellino, ad est di Napoli), si è rivelata infondata.
Pag. 96-97

Che il regno fondato da Ruggero avesse acquisito solide basi lo dimostrano gli eventi successivi alla morte di Guglielmo 1. (1166).
Per il suo successore Guglielmo 2., al tempo dodicenne, esercitò la reggenza la madre Margherita finché questi non raggiunse la maggiore età nel 11171.
Il temuto attacco di Federico Barbarossa al regno non si verificò perché lo Svevo era impegnato nel conflitto con le città lombarde e con papa Alessandro 3.
Quando infine il Barbarossa prese atto di non poter avere il meglio sui suoi avversari italiani con mezzi militari,  raggiunse un accordo col papa e col re di Sicilia nella pace di Venezia (1177) e con la Lega lombarda nella pace di Costanza (1183).
Si apriva ora la via ad un’alleanza matrimoniale svevo-siciliana: Enrico 6., figlio ed erede del Barbarossa, nel 1186 sposò infatti Costanza, figlia postuma di Ruggero 2., che Guglielmo 2. aveva designato erede al trono nel caso in cui fosse morto senza figli.
Sembrava improbabile che tale eventualità potesse effettivamente realizzarsi, data la giovane età del re di Sicilia e della sua consorte.
Pag. 100

Solo tre anni più tardi Enrico 6. poté entrare a Palermo e farsi incoronare re di Sicilia.
Egli dovette tale successo ad una circostanza a lui favorevole: qualche mese prima erano morti Tancredi e suo figlio Ruggero, quest’ultimo associato al trono e incoronato re di Sicilia nel 1192, e sposo della principessa bizantina Irene.
Guglielmo 3. – il figlio minorenne di Tancredi per il quale la madre Sibilla aveva esercitato la reggenza – fu fatto arrestare da Enrico 6. che, dopo averlo reso inadatto al governo con l’accecamento e l’evirazione, lo fece condurre in un castello del Vorarlberg (Austria) dove morì pochi anni dopo.
Pag. 101

I re “normanni” di Sicilia

Ruggero 2.                            1130-1154

Guglielmo 1. (il Malo)        1154-1166

Guglielmo 2. (il Buono)      1166-1189

Tancredi di Lecce                1190-1194

Guglielmo 3.                        1194

Per esprimere il loro dominio, i re di Sicilia ricorrevano a simboli arabi, bizantini e latino-occidentali.
Così, sul modello dei califfi fatimidi d’Egitto, Ruggero 2. esibiva un parasole quale insegna del potere; nelle udienze indossava un mantello adorno di immagini e caratteri arabi che più tardi, sotto Enrico 6., sarebbe passato agli Svevi e che oggi è custodito nella viennese Holfburg.
In ambiente greco egli si presentava in foggia di imperatore bizantino, come appare nei mosaici della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio di Palermo, fondata da Giorgio di Antiochia; nella basilica latina di San Nicola di Bari veniva rappresentato piuttosto secondo l’immagine di un sovrano occidentale che meglio si adattava al pubblico locale.
Pag. 103

Se consideriamo il regno di Sicilia, che a nord si estendeva fino a Montecassino, nella sua ampiezza complessiva, è possibile riscontrare la dominanza della cultura latina, che sempre più relegava ai margini le altre culture.
Verso la fine del 12. secolo diventano dunque sempre più rare le personalità in gradi di parlare più lingue: un personaggio come Eugenio da Palermo (m- 1202), che traduceva dall’arabo in greco, sua lingua madre, ma anche direttamente in latino, rappresentava ora un’eccezione.
Pag. 105

La storiografia ritiene che una sorta di sentimento nazionale siciliano si sia sviluppato solo nel 1282, durante la rivolta contro la dinastia degli Angiò succeduta agli svevi (i cosiddetti Vespri siciliani).
Il valore dei normanni per la storia italiana risiede nel fatto che grazie ad essi le regioni del Meridione, che fino ad allora guardavano a Bisanzio, e la Sicilia araba furono integrate nella sfera culturale latino-occidentale, alla quale appartengono tuttora.
Pag. 106

Conclusioni: Migrazione, integrazione e identità

Le migrazioni sono un fenomeno costante della storia umana.
La fase di transizione dall’antichità al Medioevo fu contrassegnata dall’immigrazione di genti germaniche nell’area del Mediterraneo: così, solo per citare due esempi,  sotto Genserico (m. 477) giunsero nell’Africa romana circa 80000 vandali, mentre, come già menzionato, nel 6. Secolo si insediarono in Italia dai 100000 ai 150000 longobardi.
Per tale fenomeno, in Germania si è impiegato da lungo tempo il concetto di migrazione dei popoli (tedesco Völkereanderung).
Oggi si preferisce parlare di migrazione di masse (Massenmigration), poiché i popoli di cui parlano gli storici medievali non erano entità etniche chiuse bensì ampi gruppi che grazie all’assimilazione di altri gruppi mutavano di continuo.
Nel caso delle migrazioni normanne dell’11. e dell’inizio del 12. secolo, la situazione si presenta in termini differenti: nel sud Italia, in Inghilterra e ad Antiochia i conquistatori normanni erano, al confronto della popolazione locale, solo una piccola minoranza; ciò vale in misura anche maggiore per quei tentativi non riusciti di creare dominazioni normanne in Spagna e in Anatolia, di cui si è parlato.
Solo in Inghilterra, facilmente raggiungibile dalla vicina Normandia, i conquistatori furono seguiti da coloni (probabilmente da 8000 a 10000).
Membri di famiglie normanne emigrarono tanto in Inghilterra quanto e in Italia e nel Vicino Oriente.
Dalla famiglia Grandmesnil, espressione della nobiltà della regione di Falaise (a sud di Caen), Ugo, un fratello del menzionato abate Roberto di Saint-Evroult, fuggito intorno al 1060 alla volta dell’Italia, prese parte alla conquista dell’Inghilterra e ottenne ampi possedimenti nella regione di Leicester.
Suo figlio maggiore, Ivo, perse tali beni in seguito a uno scontro con il re Guglielmo 2. e partì per la Terrasanta, dove morì nel 1102.
Il fratello di Ivo, Guglielmo (m. 1114), verso il 1075/80 emigrò nel Mezzogiorno, dove sposò una figlia di Roberto il Guiscardo e ricevette terre in Calabria; però, quando partecipò a una rivolta contro il suocero, questi lo costrinse all’esilio.
Guglielmo, a cui in seguito fu consentito di far ritorno in Calabria da Bisanzio, dovette accettare un ridimensionamento dei suoi possedimenti.
Non tutti i migranti normanni partivano di propria iniziativa: Ugo Bunel, figlio di Roberto di Igé, nel 1077 assassinò la contessa Mabel di Belleme e in seguito a ciò lasciò con i fratelli la Normandia per sottrarsi alla pena.
Fuggì inizialmente nel sud Italia, poi in Sicilia e da ultimo a Bisanzio.
Poiché anche lì non si sentiva al sicuro dalla vendetta dei parenti della defunta contessa – così riporta il cronista Orderico Vitale – il normanno cercò rifugio presso gli infedeli (presumibilmente i Selgiuchidi).
Nei vent’anni che trascorse presso di loro, egli familiarizzò con i costumi e la lingua dei suoi ospiti.
Nel 1099 Ugo si alleò con i crociati che assediavano Gerusalemme e divenne di grande utilità per il duca normanno Roberto, grazie alla sua conoscenza della tecnica bellica musulmana.
Come si posero le popolazioni locali nei confronti degli immigrati e conquistatori normanni?
Per rispondere a tale domanda è opportuno distinguere tra l’Inghilterra e le regioni mediterranee.
Nel primo caso, di fronte agli invasori che si apprestavano a conquistare un regno già esistente si trovava una popolazione relativamente omogenea sotto il profilo culturale, il cui ceto dominante fu poi spodestato quasi del tutto.
La conseguenza fu un atteggiamento ostile che perdurò per più decenni da parte degli autoctoni, i quali dovettero assistere al modo in cui i conquistatori si spartivano le posizioni di comando nello Stato e nella Chiesa.
Un elemento divisivo fu inizialmente la lingua francese dei conquistatori e degli immigrati normanni; con effetto unificante operarono invece la comune religione cristiano-latina e le affinità culturali fra Normandia e Inghilterra, che si fondavano tanto sulle comuni radici scandinave quanto sui loro contatti di vicinato esistenti da lungo tempo.
Nelle regioni del Mediterraneo la situazione era più complessa: dall’area settentrionale del Mezzogiorno (Campania e nord della Puglia) caratterizzata dalla cultura latina, nella prima metà dell’11. secolo si levarono rimostranze nei confronti di gruppi di cavalieri normanni immigrati che saccheggiavano i beni ecclesiastici e commettevano violenze nei confronti della popolazione civile.
Tali proteste cessarono però allorché i normanni, trasformatisi da immigrati in conquistatori, vennero legittimati dall’investitura papale (1059) e a loro volta si impegnarono a proteggere la Chiesa e la popolazione.
Anche nell’estrema propaggine del sud Italia di cultura greca (Calabria, sud della Puglia e parte della Basilicata) la piccola minoranza dei signori normanni si intese presto con la popolazione locale, sostenendo i monasteri greco-ortodossi e sostituendo i vescovi greci con vescovi latini solo quando ciò non provocava alcuna opposizione.
Diversa situazione si presentava in Sicilia, dove solo la minoranza cristiana accolse i conquistatori a braccia aperte, mentre la maggioranza musulmana oppose resistenza.
I normanni, anche in questo ambiente culturale estraneo a loro, procedettero in modo pragmatico e consentirono ai siciliani musulmani di conservare la loro religione e alle città uan certa autonomia amministrativa.
Tuttavia, numerosi musulmani, soprattutto delle classi elevate, non accettarono di vivere sotto il dominio dell’infedele ed emigrarono nel Maghreb o nella Spagna moresca.
Nell’Antiochia conquistata da Beomondo la popolazione cittadina, per lo più composta da cristiani greci, siriani e armeni, guardava al ristretto ceto dominante franco-normanno come ai liberatori dalla dominazione dei Selgiuchidi.
Conflitti sorsero solo a seguito della creazione di una nuova organizzazione ecclesiastica con al vertice un patriarca latino, la quale provocò la resistenza del clero ortodosso legato a Bisanzio.
Però, considerata la molteplicità già esistente di confessioni cristiane, il cambiamento del vertice politico ed ecclesiastico probabilmente fu poco percepito dalla maggioranza della popolazione.
L’integrazione di migranti è un problema che, a partire dalla fine del 20. secolo, ha assunto nuova attualità.
Se e come integrare e assimilare gli immigrati dipende da fattori diversi: dal loro numero, dalla loro composizione (gruppi di famiglie o singoli individui), dalla loro posizione sociale, dalla loro cultura e religione, così come dalle loro modalità di insediamento, in grossi gruppi o frammentariamente in piccole unità.
Tale processo, nel quale un effetto fortemente integrativo deriva dai matrimoni misti, viene influenzato altresì dalla volontà di integrarsi dell’immigrato e dalla reazione degli autoctoni e delle istituzioni che consapevolmente o inconsapevolmente incentivano l’immigrazione.
Ciò è dimostrato dagli esempi da noi menzionati nei capitoli precedenti: i vichinghi, che si stabilirono nel nord della Francia, erano disposti ad integrarsi nel regno franco cristiano, accettandone la religione e la lingua; matrimoni misti potevano precedere e facilitare tale passo, ma anche esserne semplicemente la conseguenza.
I sovrani franchi favorirono l’integrazione al fine di rendere sicuro il confine settentrionale del loro regno.
L’esito fu l’etnogenesi dei normanni, nonché la nascita di un nuovo popolo che, pur abbandonando la religione e la lingua dei suoi avi, coltivò la memoria delle radici scandinave, grazie alla quale si distingueva dagli altri franchi/francesi.
Nell’integrazione e creazione di un’identità specificamente normanna, un ruolo importante giocò, come abbiamo visto, la Chiesa latina.
Stesso discorso vale per l’integrazione dei normanni in Inghilterra e nel sud Italia.
Come già detto, in Inghilterra la comune religione e l’affinità culturale facilitarono le relazioni tra conquistatori e popolazione locale.
Il normanno-francese sostituì l’anglosassone/antico inglese nella lingua scritta, non però in quella parlata.
La conseguenza fu che la letteratura e la documentazione amministrativa furono redatte solo in latino, come già accadeva, e/o in francese.
D’altro canto, a partire dalla fine del 12. secolo, anche per la nobiltà l’inglese divenne la lingua madre, mentre il francese rimase solo coem seconda lingua.
Il ritorno in letteratura dell’uso dell’inglese – che aveva subito significative influenze del francese ma solo nel lessico – data prima del 14. secolo.
Il fatto a prima vista sorprendente che in Inghilterra i conquistatori avessero assunto nella quotidianità la lingua dei conquistati dipese non soltanto dal loro essere una minoranza.
Importante fu che i normanni, nella Chiesa inglese, riuscirono a occupare con chierici provenienti dalla Francia solamente le posizioni di primaria importanza.
Nel clero autoctono, numericamente preminente, la memoria del passato anglosassone rimase viva, in ciò giocando un ruolo non trascurabile la venerazione dei santi inglesi e la grande diffusione della Storia ecclesiastica degli Angli di Beda il Venerabile (m. 735).
Inoltre, i re normanni d’Inghilterra non mancavano di enfatizzare la continuità con la precedente casa regnante anglosassone, cui li legavano rapporti di parentela.
Così, i discendenti dei conquistatori normanni, a partire dalla seconda metà del 12. secolo, iniziarono a considerarsi inglesi.
Anche nella parte settentrionale del sud Italia, appartenente alla sfera culturale latina, i normanni riuscirono, grazie ai matrimoni, ad integrarsi in poche generazioni.
Qui, all’inizio del 12. secolo, l’alta nobiltà era dominata da discendenti di immigrati e conquistatori normanni; al contrario, nella media e piccola nobiltà, numerose famiglie di origine longobarda erano riuscite a difendere il loro status.
Nel sud della Puglia e in Calabria, contrassegnate dalla cultura bizantina, l’integrazione dei normanni procedette in modo decisamente più lento.
Grazie all’espansione verso nord del regno di Sicilia – fino ai confini del futuro Stato pontificio – compiuta presso Ruggero 2., l’elemento latino divenne però sempre più forte mentre persero d’importanza la cultura greca e quella araba.
Si può presumere che tanto in Inghilterra quanto nel sud Italia il processo di integrazione sia durato al massimo cent’anni, la qual cosa concorda con el acquisizioni, secondo cui gli immigrati, di regole, vengono assimilati e integrati nel nuovo ambiente al più tardi entro la quarta generazione.
In particolari condizioni, tale processo può svolgersi anche più rapidamente:  nel principato crociato di Antiochia la ristretta élite normanna già nel 1119 era stata a tal punto decimata dalla disastrosa disfatta del “Campo di sangue”, che i pochi normanni superstiti si integrarono in campi brevi nell’aristocrazia francese residente in Terra santa, che subentrava nelle posizioni liberatesi ad Antiochia.
E quanto fortemente tale aristocrazia crociata fosse influenzata dalla cultura orientale già nel 1127 lo si è visto al principio di queste considerazioni conclusive nelle parole di Fulcherio di Chartres.
La ricerca ritiene che il prezzo per la disponibilità e la capacità dei normanni di integrarsi in nuovi contesti stranieri sia stata la perdita della loro identità normanna in favore di una nuova: da normanni essi divennero inglesi e italiani del sud.
Tale approccio presuppone però un concetto di identità statico e trascura che – a prescindere dal fatto che le identità, come le culture e i popoli, sono in continua evoluzione – vi sono anche identità multiple e mobili (shifting identities).
Così, tra i contadini siciliani del 12. secolo ritroviamo musulmani con nomi greco-cristiani e cristiani con nomi arabo-musulmani, come Mohammed (Mercalfe).
E giacché non vi sono testimonianze che Ruggero 2., pur essendo figlio di un immigrato normanno, si considerasse a sua volta normanno, in ultima analisi è poco opportuno parlare di un regno normanno di Sicilia come si fa d’abitudine.
Infatti, quei documenti di Ruggero che parlano di “nostri normanni” sono tarde falsificazioni e pertanto non rappresentano alcun indizio di cui sia possibile desumere un’identità “normanna” del re di Sicilia.
Per concludere, rimane da chiarire la questione del perché i normanni, pur essendo dappertutto in minoranza, in Inghilterra e nel sud Italia ebbero successo, mentre in altri luoghi no.
Sicuramente contarono il loro spirito di adattamento, il loro pragmatismo e la loro capacità militare; a ciò si aggiunga che in Inghilterra e nel sud Italia essi erano sì una minoranza, ma non tanto esigua come ad Antiochia o nei falliti tentativi di dominio in Anatolia e a Tarragona.
Pure il caso giocò il suo ruolo, cosa che diviene particolarmente evidente per quel che riguarda Antiochia, dove l’elemento normanno perse rapidamente di valore a causa delle pesanti perdite subite nella già menzionata sconfitta del 1119, a soli vent’anni dalla creazione del principato.
La conquista del sud Italia e della Sicilia, come pure la successiva creazione e il consolidamento del regno di Sicilia, furono dovuti a una serie di circostanze favorevoli: l’Impero bizantino e quello romano-germanico erano alle prese con problemi che non consentivano loro di opporti ai conquistatori normanni; le forze islamiche erano troppo divise e occupate dalla lotta contro i crociati per poter pensare a una riconquista della Sicilia; il papato, attraversato da violente crisi, aveva bisogno dell’appoggio militare dei normanni.
Con la loro espansione in Inghilterra e con le conquiste nel sud, i normanni, nell’11. e nel 12. secolo, modificarono la carta politica e il profilo culturale dell’Europa.
Altri conquistatori ed avventurieri normanni, che non lasciarono tracce profonde, sono però interessate in qualità di uomini di frontiera tra Oriente e Occidente.
Il durevole successo dei normanni nel nord e nel sud dell’Europa si spiega dunque, come abbiamo visto, con la loro capacità di adattarsi ad ambienti geograficamente, politicamente e culturalmente differenti e di integrarsi in essi.

Cronologia

876 ca.                   Il vichingo Rollone si insedia nella regione della bassa Senna
890 ca.                   Rollone sposa Poppa, figlia del conte Berengario di Bayeux
911                         Accordo di Sainte-Claire-sur-Epte tra re Carlo 3. e Rollone
927-942 ca.           Guglielmo Lungaspada, conte/margravio di Normandia
942-996                Riccardo 1. Duca di Normandia
996-1026              Riccardo 2. Duca di Normandia
1000 ca.                Primi normanni nell’Italia meridionale
1002                      Etelredo 2. re d’Inghilterra (978-1016) sposa Emma, figlia di Riccardo 1.
1016                      Emma sposa Canuto, re d’Inghilterra e Danimarca
1026-1027            Riccardo 3. Duca di Normandia
1027-1035            Roberto 1. Duca di Normandia
1035-1087            Guglielmo il Conquistatore duca di Normandia
1038                      L’imperatore Corrado 2. assegna ai normanni Rainolfo  e Dragone le contee di Aversa e Puglia
1041                      Edoardo, figlio di Etelredo e di Emma, viene associato al trono inglese
1053                      Battaglia di Civitate: vittoria normanna sull’esercito di papa Leone 9.
1059                      Papa Niccolò 2. concede a Riccardo, conte di Aversa, il principato di Capua e a Roberto il Guiscardo il ducato di Puglia, Calabria e Sicilia
1066 gennaio       Morte di re Edoardo ed elezione di Aroldo del Wessex a re d’Inghilterra
1066 ottobre        Battaglia di Hastings: vittoria di Guglielmo il Conquistatore su Aroldo
1066-1087            Guglielmo (1.) il Conquistatore re d’Inghilterra
1087-1100            Guglielmo 2. Rufus re d’Inghilterra
1098                      Beomondo 1., figlio di Roberto il Guiscardo, fonda il principato di Antiochia
1100-1135            Enrico 1. Beauclerc re d’Inghilterra
1112                      Ruggero 2. Conte di Sicilia, dal 1127 duca di Puglia, Calabria e Sicilia
1126-1130            Beomondo 2. principe di Antiochia
1129-1155            Roberto Burdet principe di Tarragona
1130                      Ruggero 2. re di Sicilia (unificazione politica dell’Italia meridionale e della Sicilia)
1135-1154            Stefano di Blois re d’Inghilterra
1154-1189            Enrico 2. Plantageneto re d’Inghilterra
1154-1166            Guglielmo 1. (il Malo) re di Sicilia
1166-1189            Guglielmo 2. (il Buono) re di Sicilia
1186                      Nozze tra Costanza di Sicilia ed Enrico 6, figlio di Federico 1. Barbarossa
1189-1199            Riccardo Cuor di Leone re d’Inghilterra
1190-1194            Tancredi re di Sicilia
1194-1197            Enrico 6. (di Svevia), imperatore romano-germanico, re di Sicilia
1198-1250            Federico 2. Re di Sicilia (dal 1220 imperatore romano-germanico)
1199-1216            Giovanni Senzaterra re d’Inghilterra

Bibliografia

La Sicilia e i normanni: le fonti del mito / G. M. Cantarella. – Patron, 1989
Quei maledetti normanni: cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno / E. Cuozzo. – Guida, 1989
I normanni in Italia: cronache di conquista e del regno / P. Delogu. – Liguori, 1984
I normanni: popolo d’europa, 1030-1200 / a cura di M. D’Onofrio. – Marsilio, 1994
Mezzogiorno normanno-svevo: monasteri e castelli, ebrei e musulmani / H. Houben. – Liguori, 1996
Ruggero 2. di Sicilia: un sovrano tra Oriente e Occidente / H. Houben. – Laterza, 1999
Normanni tra nord e sud: immigrazione e acculturazione nel Medioevo / H. Houben. – Di Renzo, 2003
I caratteri originari della conquista normanna: diversità e identità nel mezzogiorno, 1030-1130 / a cura di R. Licinio e F. Violante. – Adda, 2006
Nascita di un regno: poteri signorili, istituzioni feudali e strutture sociali nel Mezzogiorno normanno, 1130-1194 / R. Licinio. – Adda, 2008
La vita quotidiana nell’Italia meridionale al tempo dei normanni / J.-M. Martin. – Rizzoli, 1997
I normanni in Italia / D. Matthew. – Laterza, 1997

 

Cap. 1. La nascita della stirpe

La nascita della stirpe dei longobardi come quella di tutte le tribù barbare dell’epoca antica e altomedievale, è avvolta nelle nebbie di un passato remoto sul quale non esistono sufficienti fonti storiche che siano in grado di far luce in misura adeguata.
La cultura dei barbari era orale e quindi dall’interno di quel mondo non sono giunte a noi, perché non furono prodotte, testimonianze scritte se non in tarda età, dopo l’acculturazione delle diverse etnie a contatto con la civiltà romano-cristiana.
Dal canto loro, gli autori romani trascurarono quelle genti finché esse non entrarono in contatto con l’impero e comunque non furono in genere interessati a fornirne precise e particolareggiate descrizioni e a raccontarne la storia.
La genesi delle varie tribù barbare è dunque taciuta o, in alcuni casi, ricostruita a posteriori in maniera approssimativa quando non addirittura fantastica.
Pag. 7

Cap. 2. Dalla Scandinavia alla Pannonia

Durante il successivo regno di Vacone i longobardi sottomisero gli svevi che erano insediati nelle province della Valeria e della Pannonia 1. (cioè in gran parte dell’odierna Ungheria) e strinsero importanti alleanze con diverse stirpi attraverso al politica matrimoniale del loro monarca, che sposò prima la figlia del re dei turingi, poi quella del re dei gepidi, infine quella del re degli eruli.
In questo modo essi si assicurarono rispettivamente la protezione del confine settentrionale del loro dominio, di quello a est, e la possibilità di inglobare nel proprio esercito gli eruli sopravvissuti alla guerra.
Infine, Vacone fece sposare due sue figlie con dei principi franchi, alleandosi quindi anche con questa fortissima tribù occidentale, e strinse accordi con Bisanzio.
Insomma, durante il quasi trentennale regno di Vacone (all’incirca dal 510 al 540) i longobardi riuscirono a consolidare una grande dominazione che andava dalla Boemia all’Ungheria e che era ben inserita nel quadro geopolitico internazionale.
Pag. 16-17

Cap. 3. L’invasione dell’Italia

Nella primavera del 569 (o l’anno precedente secondo altri calcoli) i longobardi fecero irruzione in una penisola italiana che scontava ancora le conseguenze della terribile guerra che per quasi vent’anni, dal 535, aveva opposto l’Impero bizantino, retto allora da Giustiniano, al  regno dei goti, e che si era chiusa con la disfatta di quest’ultimo.
Il lungo conflitto aveva sconvolto molte regioni, soprattutto al centro-sud, con un crollo demografico che si accompagnava allo spopolamento di vaste aree, alla rovina di numerose città e di molte infrastrutture ereditate dall’epoca romano-imperiale (a cominciare dal sistema stradale), alla crisi delle attività economiche e produttive.
Inoltre, il reintegro dell’Italia nell’Impero, in sostituzione del dominio dei goti, non era stato accolto con favore da tutta la popolazione indigena, che avvertiva i militari e i funzionari imperiali, provenienti dall’Oriente, come stranieri (malgrado agissero nel nome di Roma) e che mal tollerava l’opprimente pressione fiscale imposta dalle autorità a un paese dissanguato dagli eventi bellici.
Pag. 19

Sfondato il confine, occupato il Friuli, i guerrieri di Alboino subito dopo dilagarono per il Veneto, quindi, nel giro di tre anni, entrarono in Lombardia, si spinsero fino al Piemonte e, oltrepassato il Po, fecero irruzione in Emilia e in Toscana.
Nelle loro mani caddero molte delle più importanti città dell’Italia settentrionale, comprese le due sedi di residenza predilette da Teodorico, cioè Verona e Pavia, e la vecchia capitale tardoimperiale, Milano.
La presa di possesso del territorio avvenne però in maniera disorganica.
Diverse tra le più salde piazzeforti tenute dai bizantini furono aggirate dai longobardi, anziché prese d’assalto,  per non sfiancarsi in assedi prolungati e difficili da sostenere (anche per le limitate capacità poliorcetiche dei barbari); inoltre, fu debole l’effettivo coordinamento politico-militare delle operazioni da parte del re, poiché i guerrieri si muovevano in bande ciascuna delle quali sottostava al comando del proprio capo, chiamato dalla fonti col termine latino di dux (duca), desunto dal lessico militare tardoromano.
Pag. 21

Al termine di questo periodo di governo ducale, che fu particolarmente turbolento con un aumento dei saccheggi a danno dei romani, la consapevolezza che un assetto politico-istituzionale frantumato, e con strategie discordi, esponeva a grandi rischi di fronte ai tentativi dei bizantini di riconquistare almeno una parte dei territori occupati dai longobardi convince i duchi a creare re il figlio di Clefi, Autari.
Per rendere più solido il potere di una base economica, un patrimonio del re,  cedendogli ciascuno la metà dei propri beni: per tutto il regno, da allora, si ebbe all’interno di ogni ducato proprietà fiscali regie, denominate curtes, rette da ufficiali di fiducia del monarca, i gastaldi.
Ad aumentare i timori dei longobardi, tanto da convincerli a darsi di nuovo una guida unitaria, fu anche l’accordo stipulato in quel periodo dall’impero con i franchi, loro tradizionali nemici, i quali nel 584 effettuarono scorrerie al di qua delle Alpi.
Pag. 23

A fronte di un simile quadro generale, la preoccupazione di Autari (584-590) e poi del suo successore Agilulfo (591-615) fu quella di garantire quanto più possibile uniformità territoriale al regno, rafforzandone i confini esterni, riassorbendo le diverse enclaves imperiali che sopravvivevano al suo interno e sottomettendo con patti o con la forza delle armi i duchi refrattari all’autorità del monarca (come, tra gli altri, quelli di Treviso, Verona, Bergamo, Trento, Cividale).
Allo stesso tempo ci si sforzò di contenere i franchi, tramite accordi diretti o alleandosi in funzione anti franca con altre stirpi transalpine, coem quella dei bavari.
Per questo motivo Autari sposò la principessa bavara Teodolinda, che, una volta rimasta vedova, scelse come nuovo marito il duca di Torino Agilulfo, trasferendogli la dignità regia.
Pag. 24-25

Nell’autunno del 593 Agilulfo, spingendo la propria incisiva azione militare fino alle regioni dell’Italia centrale, giunse alle porte di Roma e mise sotto assedio la città.
Questa, mal  difesa dalle truppe bizantine,  da tempo sentiva stringere attorno a sé la morsa longobarda, rappresentata non solo dall’avanzata del re, ma soprattutto dalle ripetute scorrerie dei più vicini duchi di Spoleto e di Benevento.
Nell’emergenza la tutela della popolazione romana fu assunta dal pontefice, che allora era Gregorio magno.
Costui si era fatto carico delle diverse incombenze ormai trascurate dai funzionari imperiali, comprese la cura degli approvvigionamenti e perfino l’organizzazione della difesa delle mura urbane, non solo per la città di cui era vescovo, ma anche per diversi altri centri dell’Italia centrale e meridionale, come, ad esempio, Nepi o Napoli, consapevole della responsabilità verso il gregge di fedeli a lui affidato che discendeva dal suo ufficio pastorale in quanto vescovo e metropolita.
Si trattava di una condotta da lungo tempo divenuta familiare ai vescovi dell’Occidente, i quali,  di fronte alla progressiva disgregazione dell’ordinamento imperiale, avevano dovuto surrogare le magistrature dello Stato, spesso mettendo a frutto l’educazione che avevano ricevuta provenendo essi stessi in larga misura da famiglie aristocratiche e talora, come nel caso di Gregorio Magno, avendo maturato esperienze di funzionario civile prima di abbracciare la carriera ecclesiastica.
Gregorio cercò sempre di collaborare con gli ufficiali imperiali, ma di fronte all’inerzia di questi none sitò a prendere iniziative autonome, avviando trattative con i longobardi e attirandosi perciò i rimproveri dell’esarca e dell’imperatore, che lo accusarono di ingenuità o addirittura di intelligenza con il nemico.
Per tutta la durata del suo pontificato egli insistette sulla necessità di un accordo di pace generale tra l’Impero da una parte e il Regno e i due ducati di Spoleto e Benevento dall’altra, proponendosi quale mediatore e garante delle tregue, che rimasero sempre di precaria tenuta.
Pag. 26-27

Per i piccoli proprietari e per i contadini lo stanziamento dei longobardi, anche se non fu certo indolore, ebbe probabilmente conseguenze meno gravi sulle loro condizioni di vita, sebbene la matrice delle fonti scritte, prodotte tutte dalle élite, renda assai complicata ogni concreta valutazione di simili aspetti.
I contadini videro semplicemente nuovi padroni barbari sostituirsi ai vecchi padroni romani, mentre i piccoli proprietari versarono ad altri destinatari i canoni e le prestazioni che già dovevano al fisco imperiale, il quale era forse più meticoloso e opprimente nell’esazione di quanto non lo fossero i nuovi venuti.
Alcune lettere di Gregorio magno fanno cenno del fatto che molte famiglie di contadini preferivano rifugiarsi presso i longobardi piuttosto che sostenere il peso delle imposizioni fiscali richieste dall’impero, che le costringevano a vendere i propri figli per sopravvivere.
Lo stesso papa scriveva anche ad Agilulfo per ricordargli coem fosse nel suo interesse risparmiare la vita dei contadini, del cui lavoro gli stessi longobardi traevano giovamento.
Insomma, una volta attenuatasi la violenza diffusa dei primi tempi, l’esistenza quotidiana di questi ceti dovette riassestarsi su livelli non troppo difformi da quelli dal passato e quindi la loro condizione complessiva non dovette peggiorare.
Nelle città, poi, la popolazione romana, rappresentata e organizzata dal proprio vescovo, e depositaria di saperi e capacità tecniche ed economiche che i longobardi non possedevano, ebbe forse uan capacità ancor maggiore di contrattare con i nuovi dominatori i termini della forzata convivenza.
Abbandonata da tempo la vecchia immagine storiografica, in larga misura ottocentesca, di una popolazione romana asservita dai padroni longobardi e ridotta a uan massa indistinta dai padroni longobardi e ridotta a una massa indistinta di schiavi schiacciata sotto il tallone di un “occupante” straniero, la valutazione oggi generalmente condivisa in ambito scientifico dei rapporti tra le due componenti etniche del regno restituisce un quadro più articolato, in cui la condizione dei romani, oltre che meno cupa nel suo insieme, appare diversificata per contesti sociali, di luogo di residenza (con una dicotomia fra città e campagna) e forse anche doganali.
Nella cultura dei longobardi, l’uomo libero dotato di pienezza di diritti e di capacità politica era soltanto l’exercitalis, o arimanno, vale a dire il maschio adulto in grado di portare le armi, membro dell’assemblea tribale, il thinx o gairerhinx, autentica sede del potere.
I soggetti liberi longobardi che non portavano le armi, coem le donne o i minori, si trovavano in una condizione di detentori di diritti affievoliti, dovendo sottostare alla protezione di un maschio adulto, che interveniva al loro fianco, o per loro conto, nei vari negozi giuridici.
Pag. 31-33

Se longobardi e romani rimasero all’inizio separati, sui piani sociale, giuridico (ciascuno dei due gruppi si regolava secondo il proprio diritto), e talora anche insediativo, la prolungata convivenza e lo stesso scarso numero complessivo dei longobardi favorirono un processo di avvicinamento reciproco che non fu nemmeno tanto lento.
La contiguità fu forte soprattutto nelle città: qui i longobardi si stabilirono nei vecchi edifici romani, installando nei palazzi pubblici la propria amministrazione locale, a cominciare dalla sede del duca, mentre i guerrieri con le loro famiglie trovarono dimora nelle case esistenti, dapprima in quartieri e loro riservati, dai quali potevano controllare tutto lo spazio urbano, e poi, con il tempo, in modo più distribuito, mischiandosi con gli autoctoni.
Tra la popolazione urbana i longobardi erano una piccola minoranza: di fronte a sé avevano la maggioranza romana, organizzata dal vescovo e dal clero cattolico e depositaria di una cultura più adatta a una vita stanziale e cittadina.
I barbari erano inoltre indotti a ricorrere quotidianamente ai servizi degli artigiani e dei mercanti romani.
In simili condizioni era difficile pensare che una minoranza militarizzata, anche se detentrice del potere politico e del monopolio delle armi, potesse conservare a lungo la propria separatezza, senza fare eventualmente ricorso a misure coercitive, quale, per esempio, una legislazione che ostacolasse espressamente gli scambi tra i due gruppi (come avevamo fatto invece i goti),
Di simili iniziative non si riscontra traccia e ben presto si ebbero, tra l’altro, matrimoni misti.
Una spinta determinante alla graduale fusione etnica all’interno del regno tra longobardi e romani, che accelerò i processi di avvicinamento testé accennati, fu costituita dalla conversione dei primi al cattolicesimo, completatasi nel corso del secolo 7. e ufficialmente sancita, al vertice, dal ripudio dell’arianesimo da parte di re Ariperto nel 653.
Tale evoluzione è confermata anche dall’abbandono, proprio alla fine del secolo 7., dell’uso di seppellire con il corredo funerario, a riprova che era stato ormai superato ogni residuo retaggio pagano della stirpe, del resto funzionale a un assetto sociale e a un’identità di gruppo che si erano completamente trasformati.
L’avvenuta fusione è misurabile pure tramite l’analisi di altri elementi, quali la commistione dei nomi propri, con i longobardi che ne adottarono di romani e cristiani e i romani che ne impiegarono a loro volta germanici, o la condivisione della medesima lingua: nell’8. secolo il longobardo sembra essere scomparso dall’uso.
Nello stesso secolo, al tempo di re quali Liutprando, su cui si tornerà, il superamento delle barriere, non solo culturali ma anche giuridiche, appariva ormai definitivamente compiuto e l’intera società del regno mostrava di avere acquisito una fisionomia del tutto nuova.
Pag. 34-36

Cap. 4. Forme di insediamento e organizzazione del territorio

La gens Langobardorum che scese in Italia era organizzata come un esercito in marcia, cioè in distaccamenti militari di exercitales-arimanni, verosimilmente legati fra loro anche da vincoli di parentela e subordinati a un capo (il dux) al quale giuravano fedeltà e ai cui ordini combattevano.
Il termine fara è stato a lungo interpretato da molti studiosi come un equivalente di Sippe, che designava il gruppo parentale germanico, anche sulla scorta di una testimonianza di Paolo Diacono che traduceva la parola longobarda  come “generatio vel linea”.
In realtà il vocabolo sembra doversi ricondurre piuttosto a faran, o fahren, equivalente del latino expeditio, e va inteso quindi come indicante, etimologicamente, un distaccamento militare che si separava dal corpo della gens per partecipare a una spedizione.
Per alcuni tale struttura, disegnata su assetti tradizionali, era stata ulteriormente elaborata dai longobardi in occasione della loro militanza nell’esercito imperiale in veste di foederati e fu assunta in modo naturale nel momento della grande impresa Italia.
Pag. 37

Concettualmente la dimora del longobardo, detta con termine latino curtis, costituiva un’unità soggetta alla potestà indiscussa del capo famiglia ed era coperta da una fortissima immunità giuridica, per cui la violazione del suo recinto da parte di estranei rappresentava un reato di straordinaria gravità, punito con la massima durezza.
Chi vi faceva ingresso senza essere autorizzato e senza un valido motivo poteva essere ucciso legittimamente dai residenti.
Pag. 38

Un esempio, tra i diversi possibili, di come l’impressione fornita da un testo scritto abbia generato un’interpretazione imprecisa può essere fornito dalla vicenda di Padova, uan città di primaria importanza nel Veneto romano, che secondo Paolo Diacono sarebbe stata distrutta dalle fondamenta dal re Agilulfo, con conseguente fuga in massa dei suoi abitanti.
In realtà la fonte impiegava nella circostanza una terminologia convenzionale, letterariamente rappresentativa della violenza di un’aggressione di barbari, parlando di un centro urbano divorato dalle fiamme e “raso al suolo” per ordine del re; un esito smentito invece da differenti riscontri, dal lato archeologico alla consapevolezza che non molto tempo dopo Padova riacquistò un ruolo di primo piano negli equilibri regionali, recuperando in fretta abitanti e funzioni, come non sarebbe stato possibile se le sue strutture fossero state rovinosamente distrutte.
Più in generale, per i secoli dell’alto Medioevo, e anche al di là della sola epoca longobarda, viene ora sottoposto a revisione il concetto stesso di decadenza urbana, che si dimostra troppo palesemente condizionato dai modelli di raffronto, storici o ideali, di volta in volta assunti, soprattutto quello della città antica.
Per l’età altomedievale si preferisce adesso parlare di fenomeni di ridefinizione degli spazi urbani in ragione delle mutate esigenze  abitative del tempo, anche per il forte calo demografico complessivo, con il verificarsi di fenomeni di selezione, di trasferimento di funzioni, di cambio d’uso delle varie superfici e costruzioni, che non appaiono più interpretabili come casi di semplice abbandono e di regresso.
Il confronto sistematico fra le testimonianze scritte e quelle archeologiche, inoltre, denuncia la difficoltà, e al contempo la necessità, di utilizzare dati per loro natura disomogenei, che spostano continuamente l’analisi per il tema qui considerato dal piano delle rappresentazioni culturali e dei modi di sentire e descrivere a quello delle concrete strutture materiali e della loro evidenza oggettiva.
Pag. 40

Con l’avanzare del processo di romanizzazione e di cristianizzazione, che iniziò molto presto, già nel secolo 7. le tombe longobarde risultano indistinguibili con sicurezza da quelle della popolazione romana (l’unico indicatore certo resta l’eventuale presenza di armi), fino alla totale scomparsa dei corredi, come detto, alla fine del secolo.
Pag. 41

In ogni caso, la sovrapposizione dei diversi indicatori permette di tracciare una carta che mostra una maggiore densità insediativa per il regno lungo tutta la valle del Po, nella valle dell’Adige, strategicamente rilevante, in Friuli e nei territori di particolari ducati quelli di Verona, Trento, Brescia, Reggio Emilia, Torino.
Al di fuori del regno, siti importanti si trovano nei ducati di Spoleto (Castel Trosino, Nocera Umbra) e id Benevento.
Pag. 42

Cap. 5. La costruzione del regno

Durante Il regno di Agilulfo (591-615) e della sua consorte Teodolinda si ebbe un primo consapevole, anche se faticoso, tentativo da parte dei monarchi longobardi di connotare il proprio potere in termini che trascendessero la sola tradizione della stirpe, facendo ricorso pure al bagaglio concettuale e lessicale proprio del modello ellenistico-cristiano della sovranità imperiale.
La ricerca di moduli teorici e “propagandistici” estranei ai valori radicati nella storia e nel mito della gens Langobardorum rispondeva a una duplice esigenza: per un verso quella di emanciparsi, quanto più possibile, dal condizionamento posto dall’assemblea del populus-exercitus, cioè in sostanza dall’aristocrazia di stirpe, depositaria di ogni fonte del potere; dall’altra parte quella di superare una caratterizzazione solo etnica dell’autorità regia, alla ricerca, piuttosto, di una sua definizione territoriale, capace di renderla accettabile anche dai sudditi romani.
Così, ad esempio, nella corona del tesoro del duomo di Monza appariva inciso il titolo di rex totius Italiae anziché quello di rex Langobardorum e il figlio ed erede di Agilulfo, Adaloaldo, venne battezzato nella chiesa di San Giovanni a Monza e poi incoronato all’interno del circo di Milano con uan cerimonia dal forte simbolismo d’imitazione imperiale, dato che il circo nella tradizione romana (e così pure a Bisanzio) si configurava come luogo non solo di spettacoli e gare ma anche di espressione di una specifica comunicazione politica, celebrando l’incontro ritualizzato fra il princeps che compariva nella tribuna a lui riservata tra i simboli del potere e il popolo acclamante assiso sugli spalti.
L’avvicinamento ai romani durante l’età di Agilulfo, nello sforzo di definire su basi più ampie e solide l’autorità regia, si manifestò pure nella ricerca della collaborazione di consiglieri romani, che restano, come detto, poco individuabili, eccetto l’ecclesiastico Secondo di Non, padre spirituale di Teodolinda.
Pag. 45-46

Lo sviluppo della monarchia longobarda nel corso di tutto il secolo 7. fu segnato da un processo di graduale, seppur contrastato, consolidamento della potestas del re, che avvenne attraverso strumenti quali un più sicuro controllo militare del territorio, all’interno e verso l’esterno, l’accentuazione della tendenza all’ereditarietà della carica in senso dinastico (comunque mai raggiunta), in sostituzione dell’antica consuetudine dell’idoneità personale, tramite conquista militare del potere o legittimazione mediante il matrimonio con la vedova o una figlia del predecessore, l’incremento del patrimonio regio, potenziato anche dalle misure di legge che rendevano il fisco regio destinatario  di una quota rilevante delle composizioni, cioè delle somme di indennizzo previste per una vasta serie di reati.
Pag. 48

Tuttavia, se simili coloriture letterarie condizionano il modo di raccontare una vicenda, dando spazio anche a elaborazioni di fantasia, non escludono alcuni elementi concreti: in primo luogo il fatto che durante i due secoli di vita del regno longobardo in Italia le lotte di palazzo, combattute entro la corte, e la costituzione violenta di un re in carica con un nuovo monarca non furono certo rare; inoltre, l’impressione che l’insistenza su una siffatta maniera di rappresentare i conflitti a corte rispondesse a una percezione diffusa, condivisa da chi scriveva e dal pubblico dei lettori, di quali fossero i modi e i luoghi di espressione della lotta politica.
La corte, insomma, era vista non solo come la struttura di sostegno e la sede d’esercizio dell’autorità del re, ma anche come il principale teatro dello scontro per il potere.
Pag. 57

Gli anni di governo del re Rotari (636-652) costituirono un momento di particolare significato nell’opera di consolidamento territoriale e politico del regno.
Innanzitutto egli dimostrò di saper imporre con la forza la disciplina ai duchi più irrequieti; inoltre, si rese protagonista della campagna militare contro i bizantini più impegnativa e fortunata dai tempi di Agilulfo, strappando territori all’impero sia a ovest, con la conquista della costa ligure, sia a est, dove l’avanzata nel cuore del Veneto respinse gli imperiali nella regione entro il solo ambito lagunare, scacciandoli dalla terraferma.
In seguito alle operazioni condotte da Rotari trovò uan sistemazione più netta e stabile l’assetto geopolitico della penisola italiana, già delineatosi nei suoi tratti essenziali all’indomani dell’invasione.
A circa settantacinque anni da questa, l’Italia risultava sostanzialmente bipartita in modo più omogeneo fra la dominazione longobarda e quella imperiale, con la prima che si estendeva su quasi tutto il nord e la Toscana (cioè il regno propriamente inteso), oltre ai ducati autonomi di Spoleto e di Benevento, e la seconda che comprendeva, da nord a sud, le lagune venetiche, Ravenna e la regione esarcale, la Pentapoli (nelle odierne Marche) con il corridoio di castelli appenninici che portava a Roma e la porzione del Mezzogiorno esterna al ducato beneventano (vale a dire, tratti delle coste campana, con Napoli e Amalfi, e pugliese, specie nel Salento, la Calabria meridionale e la Sicilia).
Rispetto all’epoca ostrogota, durante la quale l’intero territorio della penisola aveva conosciuto un governo unitario, così come era accaduto già in età romana, con i longobardi si verificò uan frantumazione politica che era destinata a incrementarsi e a perpetuarsi fino al risorgimento e all’unità nazionale sotto i Savoia nel 19. secolo.
Va tuttavia tenuto presente che i confini tra le regioni longobarde e quelle imperiali, in ambiti quali quello veneto, quello emiliano-romagnolo, quello umbro-marchigiano-laziale, una volta superate le contingenze di emergenza militare ebbero un carattere di sostanziale permeabilità, lasciando ampio spazio alle frequentazioni tra gli uomini delle due parti e ai flussi di merci e di modelli culturali.
Come emerge sempre più dalle ricerche in corso sull’argomento, le frontiere dell’Italia altomedievale non funzionarono affatto quali barriere capaci di separare in modo rigido le dominazioni diverse, ma figurarono piuttosto come fasce di territorio fluide e indeterminate, anche per la scarsa capacità di un loro controllo puntuale, anche per la scarsa capacità di un loro controllo puntuale, aperte agli scambi e pronte, in taluni casi, a proporsi addirittura come tessuto connettivo tra realtà politicamente distinte ma socialmente ed economicamente assai vicine.
Le fonti serbano traccia, per esempio, di patti, nell’area veneta, che consentivano agli allevatori di ciascuno die due lati del confine di attraversarlo per portare su pascoli migliori le proprie bestie.
I rapporti economici attraverso la frontiera vennero proibiti per legge solo durante la guerra, come fece Astolfo in concomitanza con la sua campagna militare contro l’esarcato.
Tutto ciò non significa che non ci fosse affatto lo scrupolo di proteggere il confine da ingressi indesiderati: le leggi prescrivevano che chi entrava in Italia dal regno dei franchi per recarsi in pellegrinaggio a Roma, lungo l’itinerario della futura via Francigena, doveva munirsi di un lasciapassare da mostrare a ogni richiesta lungo il cammino.
Chi violava la frontiera per spiare, o chi faceva entrare le spie da oltre confine, era colpito da durissime sanzioni.
Particolarmente tutelati erano i delicatissimi valichi alpini, porta d’accesso all’Italia per ogni invasore passato e futuro (longobardi inclusi).
Lungo la catena alpina i longobardi riutilizzarono il sistema di chiuse già introdotto dai romani e sfruttato dai romani e sfruttato dai goti, che aveva il compito di serrare le vie d’accesso sui passi montani, controllando gli ingressi e, in caso di invasione, cercando di rallentare l’avanzata del nemico dando il tempo agli eserciti stanziati nella pianura retrostante di preparare le difese.
Fu proprio violando una chiusa alpina nella Val di Susa che Carlo magno nel 774 penetrò nel regno, fino a prendere Pavia.
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Le leggi raccolte nell’Editto si applicarono inizialmente ai soli longobardi, mentre i romani del regno continuarono a regolarsi secondo il proprio diritto.
Si può immaginare che, come con gli ostrogoti, particolarmente delicate dovessero risultare le cause miste, sempre più frequenti nel corso del tempo con l’incremento dei rapporti tra i due gruppi etnici, incerte nella loro risoluzione ed esposte a possibili arbitrii da parte della stirpe dominante.
L’ingresso dei romani nell’esercito e di conseguenza nel ceto dirigente, concomitante con la ridefinizione su base non più etnica dell’intera società del regno, condusse però nel secolo 8. all'estensione della validità dell’Editto anche ai romani, con carattere territoriale.
Ciò non significò peraltro l’uniformità giuridica piena, dal momento che continuarono a coesistere nel territorio del regno altri sistemi normativi, tra cui quello romano, che restava il diritto del clero.
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A partire dal 666 si verificò pure l’ultimo deciso tentativo da parte bizantina di rientrare in possesso di almeno una parte dei territori italiani occupati dai longobardi, allorquando lo stesso imperatore Costanzo 2. sbarcò in Puglia e mise sotto assedio Benevento.
Le scarse risorse militari e finanziarie su sui il princeps poteva contare e le pronta reazione del re Grimoaldo, che scese subito nel suo ex ducato alla testa di un forte esercito, costrinsero Costante a riparare dapprima a Napoli, poi a Roma e infine a Siracusa, dove fu assassinato da un uomo del suo seguito nel 668.
Il fallimento del tentativo di Costante confermò come per l’Impero fosse ormai impossibile sperare di riprendersi le regioni perdute in Italia, dovendo accontentarsi piuttosto solo di puntellare i residui possessi, sparsi dal nord al sud specie lungo le coste, che a loro volta si governavano con crescenti margini di autonomia da Costantinopoli.
Un ulteriore fattore della politica dei re longobardi del 7. secolo fu la loro ricerca di un nuovo atteggiamento nei riguardi della chiesa cattolica, non solo, com’è comprensibile, da parte dei monarchi che abbracciarono il cattolicesimo nella seconda metà del secolo, quali Ariperto (653-661), Pertarito (671-688), ma perfino a opera di alcuni loro predecessori ariani, come Arioaldo (625-636).
Una simile attenzione si rese concreta nel susseguirsi di fondazioni di nuove chiese e monasteri per iniziativa regia, oltre che nella protezione loro accordata, fino alla sconfessione ufficiale dell’arianesimo con Ariperto, che guadagnò ai re longobardi la piena solidarietà delle istituzioni episcopali e monastiche, prospettando nuove forme di collaborazione istituzionale.
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Cap. 6. L’ottavo secolo: apogeo e rovina

L’ottavo secolo fu decisivo nel perfezionare i diversi processi di trasformazione della società longobarda e di consolidamento delle istituzioni del regno che erano in atto da tempo, giungendo alla definizione di assetti inediti e originali.
Contemporaneamente, un repentino mutamento del quadro politico generale, in termini di buona misura imprevedibili, ebbe quale esito una brusca svolta, l’alleanza in funzione anti longobarda tra il papato e il regno dei franchi, che portò infine, nel 774, alla conquista del regnum Langobardorum da parte del franco Carlo.
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Lo sforzo di consolidamento del potere regio nel corso del secolo ottavo si espresse, in larga misura, oltre che in termini di elaborazione concettuale e nel nuovo rapporto con la chiesa, per mezzo di un’opera che mirava al contempo a creare strutture burocratiche più efficienti e centralizzate e a disciplinare, con la forza o con altri mezzi di controllo politico, le solite spinte centrifughe locali, mai sopite.
Il palazzo di Pavia venne sempre più concepito come un centro amministrativo e id governo, secondo il modello romano, nel quale operavano uffici di cancelleria progressivamente strutturati, che facevano ricorso alla documentazione scritta in precedenza assai poco utilizzata dai longobardi.
Ora le carte venivano prodotte, conservate e sfruttate in misura crescente, anche come prova nei processi.
I vari ufficiali pubblici, centrali o periferici, tendevano ad avere profili definiti e mansioni precise, anche se non è certo possibile pensare a una gerarchia ordinata che rispecchiasse il rigore di quella romano-imperiale o bizantina.
Malgrado l’indiscutibile volontà ordinatrice della monarchia e l’immagine di una qualche coerenza che emerge soprattutto dalle fonti normative, la verifica delle situazioni concrete che si può realizzare attraverso i documenti mostra, al contrario, un quadro ricco di asimmetrie, sovrapposizioni, buchi e apparenti contraddizioni, che non costituiscono un’anomalia rispetto a una piramide ben ordinata che è solo immaginaria (e che costituirebbe un anacronismo, per le condizioni dell’epoca), ma che denunciano piuttosto l’inevitabile natura sperimentale di realizzazioni graduali e non da tutti condivise.
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Simili forme di controllo rimanevano, però, pur sempre deboli, consentendo alle aristocrazie locali di continuare a perseguire le proprie strategie, con sufficiente libertà d’azione e spiccata empiria, giocando sugli equilibri politici generali in continua evoluzione, con il crescente ruolo svolto, accanto all’impero, dal papato; e mantenendo come obiettivo di fondo la salvaguardia dei propri interessi personali e della propria identità.
Esemplare risulta al riguardo, tra gli altri casi, la condotta tenuta nell’ultimo, convulso, trentennio di vita del regno longobardo in Italia dai beneventani e dagli spoletini, che alternativamente si collocarono al fianco dei re pavesi oppure fecero riferimento, all’opposto, al nascente asse franco-pontificio.
In uan tale prospettiva non deve sorprendere quindi se, mentre nel 756 i longobardi di Benevento avevano preso parte all’assedio di Roma insieme con il re Astolfo, appena due anni più tardi venivano presentati, nelle parole rivolte dal papa Paolo 1. al re franco Pipino, quali ottimi alleati su cui poter contare contro Pavia, tanto da lamentare l’aggressione contro Benevento compiuta dal nuovo re Desiderio, che aveva imposto al vertice del ducato un proprio fedele.
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Le emergenze per Bisanzio erano allora costituite piuttosto dal dilagare in oriente degli arabi, accelerato dal collasso dell’Impero sassanide avvenuto nel secolo precedente, e dalla pressione nei Balcani di bulgari e slavi, che portavano una minaccia diretta alla stessa capitale.
Per queste ragioni l’investimento di risorse finanziarie e militari in Italia dovette necessariamente essere ridotto al minimo, lasciando l’incombenza di fronteggiare i longobardi alle realtà bizantine locali, le quali, da parte loro, pur se continuavano a riconoscersi politicamente nell’impero, avvertivano ormai in maniera evidente tutta la propria lontananza dal cuore dello stesso e vivevano in uno stato di sempre più spinta autonomia di fatto.
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Il crollo dell’esarcato, rimuovendo l’estremo cuneo imperiale nel cuore dell’Italia longobarda, lasciò campo aperto a evoluzioni ulteriori dagli esiti potenzialmente ancor più radicali: il regno aveva ora l’opportunità di estendersi a tutta la penisola, inglobando al proprio interno la stessa Roma.
Agli occhi dei papi non rappresentavano affatto garanzie rassicuranti al fede cattolica dei re longobardi e la loro pretesa di proporsi addirittura quali difensori della chiesa.
La soddisfazione per le cessioni al patrimonio di San Pietro effettuate da Ariperto e da Liutprando non bilanciava, nel racconto del Liber Pontificalis romano, l’angoscia per lo stringersi del cappio longobardo attorno a Roma, con uno stillicidio di occupazioni di città e di castelli.
Viva era la memoria di come Liutprando, nella sua campagna contro Spoleto e Benevento, avesse potuto agevolmente accamparsi nella piana compresa tra il Tevere, il Vaticano e Monte Mario, minacciando i romani e venendo placato solo dall’intervento del papa, in conformità con il solito paradigma introdotto da Leone con Attila e rinnovato da Gregorio Magno con Agilulfo.
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Di fronte alla crescente minaccia longobarda, constatata la debolezza di Bisanzio con cui si era oltretutto in urto sul culto delle icone, ai papi non era rimasto allora che cercare l’aiuto dell’unico interlocutore presente sulla scena che apparisse in grado di soccorrerli in maniera efficace; vale a dire il regno dei franchi, nel quale il maestro di palazzo di Austrasia Pipino il Breve aveva da poco soppiantato la dinastia dei Merovingi.
Da costui, a Ponthion, si era recato personalmente il papa Stefano 2., nel 754, per sollecitare un intervento dei franchi in Italia, allo scopo di strappare ai longobardi tutti i territori già appartenuti all’esarcato e di affidarli alla chiesa di Roma, che si proponeva ormai come la sostituta dell’impero in Italia nella rappresentanza e nella tutela delle popolazioni romane.
Quest’ultimo attributo rivestiva a quest’epoca un’accezione meramente politica, cioè identificava coloro che abitavano province già imperiali da poco occupate dai longobardi, come l’esarcato e la Pentapoli, per contro al regno longobardo propriamente inteso, e non aveva dunque più alcuna connotazione etnica, dal momento che, coem si è detto, gli stessi “longobardi” del tempo erano in realtà un ceto dirigente etnicamente misto.
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Peraltro, a differenza di quanto era occorso in Italia con la breve parentesi ostrogota, con i longobardi si ebbe la genesi di una nuova società e di una nuova cultura, almeno in un’assai ampia porzione del paese.
La conclusione del regno longobardo non ebbe un carattere di inevitabilità nei modi in cui si svolse, ma scaturì piuttosto dalla combinazione di fattori contingenti, per il precipitare di fenomeni di larga scala che andavano maturando da tempo ma che conobbero d’un tratto accelerazioni improvvise e svolte imprevedibili.
Si combinarono insieme, nel giro di pochi decenni, l’impossibilità per il papato di superare l’antica diffidenza politica e la sostanziale estraneità culturale verso i longobardi, malgrado la loro conversione al cattolicesimo, il definitivo disimpegno dall’Italia dell’Impero bizantino, che si accompagnava al processo di crescente divaricazione politica e culturale fra le sue province italiche e il suo baricentro greco-orientale, l’improvvisa saldatura d’interessi fra Roma e la dinastia franca dei Pipinidi, bisognosa a sua volta della legittimazione dei pontefici per giustificare la propria presa del potere violenta a danno dei Merovingi.
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Le diverse parti della penisola italiana si trovarono dunque sottoposte, in seguito all’avvento dei franchi, a dominazioni politiche distinte, con il nord assorbito nella sfera carolingia e il sud ripartito fra longobardi e bizantini (prima dell’ulteriore sopraggiungere degli arabi in Sicilia), venendo così a far riferimento ad ambiti anche culturali distinti.
Tutto ciò, comunque, non impedì affatto gli scambi e gli incroci di esperienze e modelli istituzionali, sociali, economici e culturali di diversa matrice, a formare un quadro d’insieme particolarmente ricco e fertile.
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Cap. 7. Il Ducato di Spoleto

Se in momenti del genere non mancarono motivi di contrasto tra i papi e i duchi di Spoleto, è anche vero, a riprova dell’estrema fluidità degli schieramenti in campo, che nello stesso giro di anni gli spoletini intervennero in armi al Ponte Salario, con altri longobardi delle regioni limitrofe e a fianco dei cittadini romani, per difendere il papa Gregorio Secondo dal tentativo di cattura messo in atto dalle forze imperiali, decise a costringerlo ad accettare i decreti iconoclastici.
E, da qualche tempo dopo , lo stesso Transamondo, cioè colui che aveva aggredito Gallese, e che aveva giurato fedeltà al re Liutprando attorno al 729, riparò a Roma, ponendosi sotto la protezione del  pontefice Gregorio Terzo e del duca di Roma Stefano, quando Liutprando marciò su Spoleto per imporre al vertice dei ducato un proprio uomo, do nome Ilderico.
Pag. 90-91

Nel momento del collasso del regno dei longobardi e della sua conquista per mano del franco Carlo, mentre il duca di Benevento Arechi si autoproclamava erede della tradizione politica autonoma dei longobardi assumendo il titolo di princeps e garantendo l’indipendenza della sua gente, le aristocrazie spoletine, preoccupate piuttosto di salvaguardare la propria egemonia sociale e politica locale, non trovarono altra soluzione che quella di individuare nel papato romano il proprio termine di riferimento e di garanzia.
Si trattò di una scelta che, se in buona sostanza, risultava priva di alternative in quella specifica contingenza, era tutt’altro che nuova nella condotta dei longobardi di Spoleto, i quali a più riprese nel corso del secolo ottavo si erano rivolti a Roma quando avevano voluto controbilanciare la montante pressione dei re di Pavia, in un gioco di equilibri sempre precari, ridefiniti volta per volta.
Alla fine del 775 Ildeprando di Spoleto  si sganciò dall’alta protezione del papa, che pure egli stesso aveva ricercato, per subordinarsi direttamente alla potestà del nuovo dominatore Carlo.
I missi del re franco ricevettero i sacramenta del duca longobardo.
Solo nel 781 il papa avrebbe formalmente rinunciato a Spoleto in cambio di una porzione della Sabina, il cosiddetto patrimonium Sabinense, il cui scorporo danneggiò non poco sul piano economico diversi individui eminenti del ducato spoletino, che vi avevano loro proprietà.
Nel 779 Liutprando si recò di persona da Carlo a Vircinianum (Verzenay, vicino a Reims) per ribadire la propria fedeltà al sovrano.
Con questo atto il vecchio ducato longobardo di Spoleto cessò la propria esistenza autonoma, sempre difesa in passato con tenacia e a ogni costo, seppur con fortune alterne, di fronte ai re longobardi di Pavia, per sottomettersi al potere dei franchi e inserirsi nel nuovo ordine politico e istituzionale carolingio.
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Cap. 8. La “Langobardia” meridionale

Con Grimoaldo si ebbe forse un’opportunità di più piena integrazione territoriale di tutta l’Italia longobarda, compresi cioè i due ducati autonomi di Spoleto e di Benevento, ma essa non venne colta e svanì del tutto con la sua morte per un incidente di caccia e l’ascesa al trono dell’esule Pertarito.
In questa vicenda si espressero ancora una volta i cronici antagonismo tra i diversi schieramenti dell’aristocrazia, un blocco friulano legato a Benevento da una parte e uno occidentale (sostenitore di Pertarito), lungo l’asse Pavia-Asti, dall’altra, che sempre impedirono un assetto per davvero unitario del potere longobardo e un pieno rafforzamento in senso dinastico della carica regia.
Tra la fine del secolo settimo e gli anni Trenta dell’ottavo alcuni duchi di Benevento, Romualdo 1., Gisulfo 1. e Romualdo 2., aumentarono la superficie del ducato conquistandosi Brindisi e Taranto, sottoponendo quindi alla propria autorità quasi tutta la Puglia, e avanzando nel Lazio, fino alla valle del Liri.
Da questo momenti i bizantini si accontentarono di difendere il poco che loro rimaneva (Napoli e le costiere sorrentina e amalfitana, il Salento, la Calabria meridionale) e non costituirono più una minaccia per i duchi, i quali dovettero piuttosto guardarsi dalle pretese dei vari re longobardi, a cominciare da Liutprando e fino a Desiderio, di portare Benevento sotto il loro diretto controllo.
Pag. 96-97

Contro la nuova realtà longobarda del Mezzogiorno si appuntò subito l’ostilità dei pontefici, che stimolarono Carlo magno a condurre una spedizione al sud nel 786/787.
Arechi si asserragliò subito a Salerno e convinse il franco a ritirarsi dopo averne riconosciuto la sovranità e avergli concesso un tributo e dato in ostaggio il proprio figlio di nome Grimoaldo.
Allo stesso tempo però Arechi riallacciò i rapporti con Costantinopoli, cui promise fedeltà: s’inaugurò allora una lunga stagione in cui Benevento per salvaguardare la propria indipendenza dovette giocare costantemente su due sponde, barcamenandosi tra i due grandi imperi con spregiudicato pragmatismo.
Pag. 99

Una nuova fase della vicenda storica della Longobardia meridionale, ormai tripartita fra Benevento, Salerno e Capua, si aprì in seguito alla morte di Ludovico 2., nell’975, e all’affievolirsi dell’ascendente carolingio sul mezzogiorno d’Italia, dopo anni di assidua presenza e pure di collaborazione con i longobardi in funzione anti saracena.
Gli arabi erano diventati un problema per l’Italia meridionale almeno dalla metà del 9. secolo, quando, dopo aver militato come mercenari per i principi longobardi in lotta fra loro, avevano preso ad agire in proprio, razziando diffusamente e anche conquistando una città dell’importanza di Bari, che era stata ordinata in emirato.
Ludovico 2. aveva condotto diverse spedizioni anti saracene nel Mezzogiorno, con il sostegno dei longobardi, anche se alla fine, entrato in urto con loro, era stato tenuto prigioniero per quaranta giorni a Benevento.
Il vuoto politico lasciato nel sud dai Carolingi nell’ultimo quarto del 9. secolo fu colmato da Bisanzio, cui allora soprattutto le città pugliesi si rivolsero per essere protette dalla costante minaccia araba.
Tra l’881 e l’883 i saraceni avevano razziato anche i due grandi monasteri di San Vincenzo al Volturno e Montecassino.
La flotta di Costantinopoli riuscì allora a riprendere il controllo di numerosi centri costieri in Puglia (tra cui Taranto) e in Calabria, mentre truppe di terra dell’impero aiutarono Guaimario 1. di Salerno contro la roccaforte di Agropoli.
Pag. 102-3

Nella seconda metà del 10. Secolo, un mutamento del quadro internazionale, con l’affermazione in Occidente della dinastia imperiale ottoniana, e il conseguente ennesimo riposizionarsi dei longobardi meridionali a fianco degli imperatori germanici e contro Bisanzio, coincise con al massima espansione dell’egemonia capuana sull’intero Mezzogiorno longobardo, grazie all’azione di Pandolfo Capodiferro (961-981).
Resosi longa manus di Ottone nell’Italia del sud, Pandolfo compattò sotto il proprio controllo tutta la Langobardia, non solo acquisendo Salerno, ma anche limitando l’influenza dei pontefici romani tramite la creazione delle metropoli ecclesiastiche di Capua e di Benevento.
Le chiede del Mezzogiorno, prima incardinate direttamente alla Sede di Roma, trovarono ora un termine di riferimento negli episcopati che coincidevano con le città principesche e che erano magari retti da congiunti del principe stesso (come Giovanni, fratello di Pandolfo, imposto come presule di Capua).
Dopo che Ottone ebbe concesso al fedelissimo Pandolfo anche il ducato di Spoleto (che rimase ai capuani-beneventani fino al 982) e la marca di Camerino, il longobardo si trovò a essere il signore più potente di tutta l’Italia centro-meridionale.
Peraltro nemmeno l’energica opera accentratrice di Pandolfo, abile nello sfruttare la congiuntura internazionale a proprio favore, riuscì a contrastare le spinte autonomistiche dal tempo in atto e negli anni 981-982 anche i principati tornarono a separarsi.
Con la sua morte, infatti, la sua vasta creazione politico-territoriale unitaria andò in frantumi: sia a Salerno sia a Benevento i suoi eredi designati furono cacciati e sostituiti da esponenti locali e la stessa Spoleto fu consegnata a Transamondo 3., il figlio del conte di Chieti.
Pag. 104-5

La vera novità del quadro italo-meridionale del tempo era tuttavia data dalla comparsa sulla scena di un protagonista destinato ben presto a far saltare ogni equilibrio e a provocare la rovina finale dei longobardi.
Dalla fine del 10. secolo cavalieri normanni erano stati reclutati dai vari principi longobardi per essere impiegati come mercenari nelle incessanti guerre intestine ai due principati e al ducato capuano e contro i bizantini.
I normanni avevano combattuto al soldo di tutti ma avevano poi assunto iniziative autonome, consapevoli sia delle grandi ricchezze e quindi delle opportunità di bottino che il Mezzogiorno, malgrado tutto, offriva sia della debolezza militare e politica dei loro stessi reclutatori.
Soprattutto dopo la vittoria da loro riportata sugli eserciti del papa a Civitate nel 1053 e l’immediatamente successiva alleanza con la chiesa di Roma, ai normanni si offriva l’opportunità di procedere alla conquista di un sud che, dissanguato dalle ripetute guerre e indebolito dalla frammentazione politica, appariva ormai alla loro mercé.
Capua cadde nelle loro mani nel 1057, quando ottenne il controllo della città il conte normanno Riccardo di Aversa.
A Benevento nel 1053 il principe Landolfo 6. si sottomise al papa Gregorio 7., portando a definitiva realizzazione un orientamento già delineatosi da almeno un ventennio.
La città, originaria sede del ducato longobardo e cuore dell’intera Langobardia meridionale, passò così sotto il dominio diretto della chiesa di Roma, che la governò tramite rettori scelti tra il patriziato locale.
L’ultima a cedere fu Salerno, difesa fino al 1076 da Gisulfo 2., ma infine, rimasta ormai isolata, costretta ad arrendersi nelle mani di Roberto il Guiscardo, che l’affidò al figlio, il duca Ruggero Borsa
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Cap. 9. I longobardi nella storia d’Italia

Il periodo della storia d’Italia compreso tra la fine dell’Impero romano d’Occidente nel 476 e la conquista delle regioni centro-settentrionali della penisola già appartenute al Regno dei longobardi a opera di Carlo Magno nel 774 ha tradizionalmente goduto nel suo complesso di un limitato interesse storiografico e di una valutazione nella sostanza negativa, in quanto bollato come un’epoca non solo di generale declino nei diversi campi delle istituzioni, dell’economia, delle strutture sociali, della cultura, rispetto al precedente della Roma imperiale, ma anche di arretratezza in confronto alle posteriori e più significative realizzazioni originali del Medioevo italiano, dalla civiltà comunale fino allo splendore dell’Umanesimo e del Rinascimento.
L’arco cronologico che comprese il breve governo del capo barbaro Odoacre, il regno dei goti fondato da Teodorico l’Amalo e il più lungo regno dei longobardi (cioè, in totale, dall’anno 476 all’anno 774), con la minima parentesi della restaurazione del potere imperiale per iniziativa di Giustiniano tra il 554 e il 568, destinata a perpetrarsi in seguito solo in alcune regioni della penisola, è stato, insomma, a lungo ridotto a cupo intervallo nel fluire della storia patria, a una vera e propria “epoca buia”, esito dell’”assassinio” della civiltà romana per mano dei barbari invasori, incapaci di costruirne uan nuova e di lasciare alcuna eredità significativa ai secoli successivi.
Solo una volta superato tale diaframma la vicenda storica della penisola avrebbe ripreso a scorrere verso nuovi brillanti risultati, frutto anche della riscoperta dell’eredità classica in età umanistica.
Una simile lettura dell’alto Medioevo “barbarico” dell’Italia è stata innanzitutto influenzata, in misura determinante, dal pregiudizio circa l’indiscussa eccellenza dell’antichità romana, in senso quasi più assoluto che storicamente  determinato, spesso considerata quale fondamento della tradizione italiana più autentica.
Basti pensare, a questo proposito, all’esaltazione della  classicità romana compiuta dal fascismo, pronto a indicare una pretesa linea di continuità diretta, perfino in termini razziali, fra gli antichi romani e gli italiani del secolo 20. e fra la politica, estera e interna, della Roma imperiale e quella del regime di Mussolini.
Inoltre, la riluttanza a formulare un giudizio obiettivo, scientifico, sull’età delle dominazioni barbare è stata conseguenza anche della singolare capacità di quei secoli di prestarsi a letture impropriamente attualizzanti: immediata è risultata infatti la creazione di un parallelismo più o meno consapevole tra l’”assoggettamento” degli italici dei secoli 5.-8. a stirpi “germaniche” quali quelle dei goti o dei longobardi e la subordinazione politica di buona parte dell’Italia agli austriaci nel secolo 19. o all’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale.
In questo quadro d’insieme, il periodo longobardo, con tutte le complicazioni che presentò (il rapporto fra un’etnia immigrata dominante e una maggioranza romana politicamente subordinata, la bipartizione politica della penisola tra le regioni occupate dai nuovi arrivati e quelle rimaste all’impero, dopo lunghi secoli di unità, l’assunzione di un ruolo politico da parte del papato,  a difesa dei valori della romanità cristiana), da sempre si è prestato a deformazioni di prospettiva e di giudizio.
Ben nota è la lettura che ne è stata fatta durante il Risorgimento negli ambienti cattolico-liberali antiasburgici, immortalata in letteratura dalla tragedia di Alessandro Manzoni Adelchi, ambientata per l’appunto nell’Italia longobarda: l’asserita, ma in realtà inesistente, schiavitù dei romani sotto il giogo degli “occupanti” longobardi simboleggiava la sottomissione degli italiani del 19. secolo al potere della casa d’Asburgo.
Analogamente, in pieno Novecento gli echi della drammatica occupazione tedesca hanno indotto molti storici a respingere il contributo alla costruzione dell’identità italiana di un “popolo giovane” quale poteva essere etichettato quello longobardo sulla scia della repulsione per le teorie razziste del nazismo.
Non sono mancate nel tempo anche forme di rivalutazione della vicenda longobarda che rappresentarono attualizzazioni di segno opposto rispetto a quelle elencate in precedenza, ma che pure risultano altrettanto criticamente infondate.
Così Niccolò Machiavelli poté scorgere nella fine del regno dei longobardi per iniziativa dei papi e dei loro alleati franchi l’”occasione mancata” di una possibile unificazione politica della penisola sotto i re longobardi, nonché il primo episodio della per lui biasimevole prassi, costante nella storia d’Italia, di far intervenire gli stranieri (qui, i franchi) nella contesa politica nazionale.
Dal canto loro, gli illuministi dimostrarono di apprezzare molto l’azione da loro attribuita ai longobardi contro la chiesa (o, meglio, contro il papato) e le sue ingerenze temporali.
Insomma, siano stati visti come i potenziali artefici di un regno “italiano” unitario e i paladini di un’opposizione alla “prepotenza” pontificia, oppure, al contrario, come un corpo estraneo rispetto all’identità nazionale, mai assimilato e infine rimosso proprio dalla chiesa,  vera custode della tradizione romano-cristiana, e comunque percepiti sempre come rozzi al cospetto di una civiltà incomparabilmente superiore, i longobardi hanno di rado beneficiato di un’analisi che non fosse condizionata da tesi precostituite.
Le eccezioni in passato sono state scarse e si possono osservare soprattutto nel grande sforzo storiografico compiuto dal pioniere della longobardistica italiana, Gian Piero Bognetti, di proiettare la vicenda longobarda su uno sfondo più ampio della sola storia nazionale, quale incontro di civiltà su dimensioni europeo-mediterranee.
Oggi sul piano della ricerca scientifica l’attenzione per i secoli “barbari” della storia d’Italia appare più viva ed è contraddistinta da nuovi approcci epistemologici e metodologici, in gran parte interdisciplinari, coinvolgendo anche diversi studiosi stranieri (mentre gli altomedievalisti italiani restano nel complesso pochi).
A tutto questo concorrono sia una prospettiva più generalmente europea della ricerca, capace di scavalcare nello studio del passato i confini geopolitici attuali emancipandosi dalla pura storia nazionale, sia un miglior incrocio di fonti di natura diversa e di differenti specialismi.
Appare soprattutto importante la propensione ad adottare una nuova periodizzazione capace di abbattere lo steccato convenzionale tra l’età classica e il Medioevo, per considerare piuttosto una lunga epoca di transizione fra il mondo antico e quello medievale in cui le trasformazioni, le persistenze, le radicali innovazioni vengono ricostruite e valutate sui tempi lunghi, al di fuori degli stereotipi del tipo “continuità/decadenza”.
Con approcci di tal genere si svuotano di significato le vecchie classificazioni e convenzioni e si può rinnovare in profondità la ricerca, recuperando al grande fluire della storia d’Italia anche l’esperienza longobarda, senza pregiudizi di sorta.
Negli ultimi decenni in Italia uan rinnovata attenzione per i longobardi sembra testimoniata anche dal buon successo riportato presso un pubblico più vasto di quello dei soli specialisti di diverse mostre e iniziative loro dedicate, spesso anche con realizzazioni su scala locale e di piccola entità, o con espliciti fini didattici e divulgativi, a cominciare dalla grande mostra tenutasi in Friuli, tra Cividale e Passariano, nel 1990.
In questo fenomeno talora giocano anche, accanto alle più serie motivazioni scientifiche, facili mode pseudo-culturali o perfino qualche strumentalizzazione politica, per esempio quando si vogliono individuare asserite componenti “germaniche” delle regioni dell’Italia settentrionale per contro a quelle “romane” del centro-sud nel tentativo di contrapporre un’area settentrionale sviluppata perché parte integrante dell’Europa continentale, anche in forza di tali sue pretese radici etniche, a una meridionale, “naturalmente” appartenente a un contesto mediterraneo più arretrato.
Qualche volta la dicotomia fra origini “longobarde” e “romano-bizantine” si esprime anche nel gioco della contrapposizione di campanile, per esempio tra l’Emilia “longobarda” e la Romagna “esarcale”, o, al sud, tra le “longobardissime” Benevento e Salerno e la “bizantina” Napoli.
Contro le perduranti tendenze a una qualche distorsione (o banalizzazione) dei dati storici appare auspicabile non solo l’ulteriore intensificarsi della ricerca scientifica (con il sistematico incrocio tra il dato archeologico e le fonti scritte) ma anche un’opera di corretta divulgazione storica da parte degli studiosi professionisti, secondo un modello soprattutto anglosassone che in Italia è assai poco seguito.
A smentire ogni sovrastima del peso e della distribuzione delle componenti  etniche “germaniche” nella miscela dell’Italia odierna, basti poi rammentare, in primo luogo, come le stirpi barbare immigrate nella penisola, anche se acquisirono il predominio politico come i goti e i longobardi, costituirono pur sempre un’infima minoranza quantitativa rispetto alla massa della popolazione romana.
Inoltre, se il regno longobardo propriamente inteso occupò le regioni del centro-nord, si deve tener conto del fatto che, dopo l’avvento dei franco-Carolingi nel 774,  la tradizione politica longobarda autonoma continuò fino all’11. secolo nell’Italia meridionale, che fu quindi in una sua larga porzione longobarda per un totale di oltre quattrocento anni, il doppio del nord.
Ma soprattutto non va mai scordato che le istituzioni e la cultura dell’Italia longobarda ebbero un carattere non certo “etnicamente” puro e distintivo, ma al contrario misto, ibridato, con componenti diverse che non rimasero giustapposte ma si influenzarono a vicenda, adottando di volta in volta le soluzioni più adatte al mutare degli equilibri complessivi e alle esigenze di una società in perenne trasformazione.
Le più tradizionali letture dell’esperienza dei longobardi in Italia hanno in genere posto l’accento sulla drastica rottura degli assetti tardoromani prodotta dall’invasione di questa stirpe.
In qualche modo riecheggiando le testimonianze delle fonti del tempo, molti studiosi hanno insistito a loro volta sulla particolare estraneità culturale dei longobardi rispetto ai valori della civitas romana, sulla radicale disarticolazione dal oro causata degli ordinamenti sia civili sia ecclesiastici dei territori conquistati,  sulla rapacità dei loro saccheggi, sulle persecuzioni a danno dei romani, o almeno dei loro ceti dirigenti, e sull’esclusione di questi ultimi della vita politica del nuovo regno.
Con forza è stata marcata al contrapposizione fra gli ordinamenti delle regioni prese dai longobardi e di quelle conservate delle regioni prese dai longobardi e di quelle conservate dall’Impero.
Oggi, invece, l’interpretazione appare assai più articolata e delimitata semmai ai primi tempi dell’invasione gli effetti di più accentuato stravolgimento dei quadri tradizionali e l’antagonismo dell’exercitus barbaro invasore nei confronti della popolazione romana.
Per il resto del percorso storico del regno longobardo in Italia, attraverso tutto il 7. secolo e per quasi due terzi dell’8., si privilegia piuttosto l’individuazione di un processo di progressiva, anche se lenta e non priva di contrasti, acculturazione romano-cattolica della gens Langobardorum e di adattamento dei suoi istituti originari, che portò alla trasformazione degli stessi e a una sostanziale fusione etnico-culturale con l’elemento romano, fino a formare, come detto, una società del tutto nuova e significativa in sé.
Questa, se rimase travolta al nord dall’imposizione del dominio carolingio, fu libera di completare  le proprie dinamiche evolutive nella Langobardia meridionale, che si offre pertanto all’attenzione del ricercatori quale campo d’indagine particolarmente interessante e fertile.
I Longobardi devono essere recuperati alla storia d’Italia, e di tutta l’Italia, a pieno e giusto titolo, senza forzature e con rigore scientifico.
E il lascito, contenuto rispetto ad altre esperienze ma non irrilevante, da loro trasmesso alla multiforme identità del nostro paese ha trovato proprio di recente un’importante sanzione nel riconoscimento da parte dell’Unesco del sito seriale I Longobardi in Italia: i luoghi del potere, 568-774 d. C., con il correlato Centro di studi longobardi a Milano, che raccoglie e tutela sette luoghi (Cividale del Friuli, Brescia, Castelseprio, Spoleto, Campello sul Clitunno, Benevento, Monte Sant’Angelo), in cui la presenza di monumenti longobardi ancora integri continua a tramandare la memoria di quella antica stirpe e della sua vicenda italiana.
Pag. 107-112

Bibliografia

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Langobardia: i longobardi in Italia / T. Indelli. – 2013
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I longobardi e la guerra: da Alboino alla battaglia sulla Livenza, secc. 6.-8. – 2004
I “magistri commacini”: mito e realtà del Medioevo lombardo. – 2009
I longobardi / / a cura di G. C. Menis. – 1990
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I longobardi del sud / a cura di G. Roma. – 2010







 


Bisanzio e l’Occidente medievale di Giorgio Ravegnani

Premessa

La storia di Bisanzio a tutt’oggi non ha il posto di rilievo che meriterebbe nella vicenda del Medioevo.
I bizantini e l’Impero bizantino in realtà non sono mai esistiti se non come categoria storiografica: si trattava infatti della metà orientale dell’Impero romano, che di questo fu parte inscindibile fino a quando i destini delle due parti non iniziarono a separarsi, con un Occidente destinato a crollare sotto i barbari e un Oriente che al contrario sopravvisse per molti secoli ancora.
Bisanzio non fu una realtà astratta e un cosmo a sé stante, inseritosi chi sa come nella storia; ereditò al contrario tutto quanto era romano, senza soluzione di continuità, e lo conservò gelosamente nel corso del tempo, sia pure con gli adattamenti che il trascorrere di questo talvolta richiedeva.
I suoi sovrani si definivano imperatori romani e romani erano chiamati i loro sudditi, che rifuggivano altre designazioni, come greci o elleni, considerate dispregiative, e men che mai utilizzarono quella per loro inesistente di bizantini, valida al massimo per gli abitanti di Bisanzio, l’antica città greca che dal tempo di Costantino 1. prese il nome di Costantinopoli.
Altro pregiudizio da sfatare è che Bisanzio sia stato un mondo chiuso, anche nella ripetitiva ritualità delle sue cerimonie, lontano dall’Occidente e refrattario a qualsiasi contatto con questo.
In realtà la più che millenaria storia dell’Impero di Bisanzio ha continui punti di contatto con quella dell’Occidente, di cui molto spesso è parte integrante.
I bizantini furono presenti come dominatori soprattutto in Italia, dove restarono per più di cinque secoli, dapprima in possesso dell’intera regione, poi di parte di questa a seguito dell’invasione longobarda della penisola e infine del Meridione, in cui diedero vita a una brillante civiltà, fino a quando nell’11. secolo i normanni li cacciarono.
La memoria della loro presenza in Italia non è certo ampia come quella di Roma; non mancano tuttavia testimonianze dirette o indirette, visibili soprattutto in campo artistico, come per esempio nei celebri mosaici di Ravenna, che ne sono l’attestazione più alta.
Una volta terminato il dominio diretto, i rapporti con l’Occidente non vennero mai meno, anche se furono per lo più di natura conflittuale, come i ripetuti attacchi normanni all’impero o le crociate, che ebbero come corollario una sorda ostilità dell’Occidente nei confronti di Bisanzio.
Diverso fu almeno in parte il caso di Venezia, città nata sotto il dominio di Costantinopoli e che con questa mantenne un rapporto particolare, per lo più di collaborazione, fino almeno al 12. secolo, subendone fortemente l’influsso in diversi campi.
Nel 1204, con la quarta crociata, si raggiunse l’apice dell’ostilità occidentale all’Impero di Oriente: veneziani e  cavalieri crociati, anziché dirigersi in Terra Santa, si impossessarono infatti di Costantinopoli, che fu messa a sacco, e di parte del territorio da questa dipendente.
Si formò così un Impero latino con sede nella capitale e sorsero nello stesso tempo, in Grecia e altrove, altri Stati latini che sostituirono la precedente dominazione; a questi si affiancò un dominio marittimo veneziano destinato almeno in parte a durare per parecchio tempo.
Si trattò innegabilmente di un atto di dubbia moralità, poiché Bisanzio, ancorché scismatica, era pur sempre una città cristiana; ma era discutibile anche sotto il profilo politico, perché la spedizione crociata, benedetta dal papa per andare a liberare i luoghi santi, si rovesciò al contrario su uno Stato che con gli infedeli nulla aveva a che fare.
La città imperiale venne riconquistata nel 1261 dagli esuli bizantini, che ricostruiscono così il loro impero sia pure fortemente diminuito nel territorio e minacciato dalle potenze occidentali in cerca di rivincita.
Le due vicende storiche di Oriente e Occidente continuarono, come era avvenuto in precedenza, a interferire una con l’altra, mostrandosi una volta in più come inscindibili.
Particolarmente attive in Levante divennero le repubbliche marinare di Genova e Venezia, che perseguivano le loro ambizioni di dominio per lo più ai danni di Costantinopoli, con cui erano sia alleate sia nemiche, a seconda delle contingenze del momento.
L’atteggiamento ostile dimostrato a più riprese andò però esaurendosi nel Trecento quando l’Occidente, e soprattutto Venezia, divennero più accondiscendenti nei confronti di Costantinopoli, considerata un avamposto della cristianità contro la montante marea dei turchi ottomani.
Vennero di conseguenza forniti aiuti militari, sia pure insufficienti e sporadici, ma le discordie degli Stati europei e la potenza dei turchi condussero fatalmente alla caduta dell’Impero, nonostante i disperati tentativi fatti dagli ultimi sovrani per tenerlo in vita, e questo alla fine cadde nel 1453 quando il sultano Maometto 2. si impossessò di Costantinopoli, mettendo così fine alla secolare successione di governanti romani.

Cap. 1 L’età di Giustiniano

La fine dell’Occidente romano

La caduta dell’Impero romano di Occidente, convenzionalmente datata al 476, è un avvenimento che ha impressionato più gli storici moderni di chi lo visse di persona.
Non ne sappiamo in realtà molto, perché le fonti per l’epoca sono assenti o reticenti, ma vi sono buoni motivi per credere che l’evento abbia lasciato abbastanza indifferenti i contemporanei.
Di quello che era stato l’Impero di Roma era infatti rimasta la sola penisola italiana, insieme a qualche altro frammento di territorio e da un ventennio i sovrani si succedevano senza di fatto governare quasi più nulla.
Morto Valentiniano 3. nel 455, l’ultimo esponente della dinastia teodosiana, il trono era stato conteso infatti da avventurieri di varia origine, non all’altezza del ruolo e per di più condizionati dai reali detentori del potere, ossia i generali barbari.
Subito dopo Valentiniano divenne imperatore un losco personaggio di nome Petronio Massimo, un senatore romano, che riuscì a comprare il favore dei soldati di stanza a Roma.
Insediatosi il 17 marzo del 455, finì ingloriosamente la sua esistenza un mese e mezzo più tardi quando i vandali provenienti dall’Africa, approfittando del vuoto di potere che si era creato, andarono ad assediare Roma.
Di fronte al pericolo incombente, l’imperatore non seppe pensare di meglio che fuggire: salì a cavallo e tentò di allontanarsi, ma gli andò male perché fu riconosciuto e ucciso dalla folla inferocita, che ne fece a pezzi il cadavere gettandolo nel Tevere.
Pag. 11

La deposizione di Romolo Augustolo è comunemente ritenuta la fine dell’Impero d’Occidente, anche se questa da alcuni è posticipata al 480, quando Giulio Nepote venne assassinato in Dalmazia.
Ma a ben guardare significò soltanto l’interruzione della successione imperiale: Odoacre, salito al potere con la forza come altri suoi predecessori, avrebbe potuto nominare un sovrano prestanome ma non lo fece, forse perché riteneva conclusa la vicenda imperiale o, perché la presenza di un sovrano poteva suscitare come in passato guerre civili pericolose per il proprio personale potere.
Per quanto a noi possa sembrare strano, inoltre, nella mentalità dei contemporanei l’impero continuava a esistere nella persona di Zenone, all’ombra della cui autorità il generale barbaro si limitava a esercitare un’autorità delegata.
Gli stessi contemporanei non avvertirono la frattura e il cambio di governo passò sotto silenzio fino al secolo successivo quando, sull’onda della riconquista giustinianea, gli storici iniziarono a rimarcarla.
Il comes Marcellino, autore di un Chronicon che giunge fino al 354, è per esempio molto preciso in merito: “l’impero romano – egli scrive infatti – perì con questo Augustolo e da quel momento in poi Roma sarebbe stata governata dai goti”.
Pag. 16

Teodorico governò l’Italia come re degli ostrogoti e questa sua qualifica fu riconosciuta da Costantinopoli: l’imperatore Anastasio 1. nel 497 gli trasmise le insegne imperiali che Odoacre aveva inviato a Zenone, ma ciò nonostante egli non pensò a fregiarsi del titolo di Augusto.
Il suo lungo governo fu, a giudizio di molti storici, un periodo felice per l’Italia: si mantenne nei principi stabiliti da Odoacre di rispetto della romanità e attuò nello stesso tempo una proficua collaborazione con l’aristocrazia senatoria.
Promosse inoltre importanti opere pubbliche, come il palazzo o al basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna e numerose altre ancora, che diedero lustro al suo governo.
Ma l’idillio con i romani era destinato a interrompersi bruscamente quando, dopo la morte di Anastasio 1., nel 518 salì al trono Giustino 1., un anziano generale illirico sotto il quale cominciò ad avvertirsi un nuovo orientamento politico.
La conduzione della cosa pubblica, sotto Giustino 1., di fatto faceva capo al nipote Flaviano Sabbazio, che aveva assunto il nome di Giustiniano dopo essere stato adottato dallo zio.
Giustino 1, che a differenza del predecessore era un cristiano di fede ortodossa, prese provvedimenti contro il culto ariano professato da Teodorico e dai suoi goti, come dalla maggior parte dei popoli germanici.
Teodorico, già sospettoso dell’attivismo di Giustiniano e dell’aristocrazia senatoria, in cui vedeva potenziali alleati di Costantinopoli, perse letteralmente la testa, a causa forse anche dell’età ormai avanzata, e rovinò con errori madornali la politica di sostanziale moderazione seguita fino a quel momento.
Il re adottò provvedimenti contro il culto cattolico e molti romani eminenti vennero arrestati o uccisi.
Pag. 17-18

La riconquista giustinianea

Giustino 1. morì il 1. agosto del 527, quattro mesi dopo aver associato al trono Giustiniano il quale, investito da lui del rango di augusto, gli subentrò quindi automaticamente secondo la prassi costituzionale del tempo.
Giustiniano come lo zio proveniva da una modesta famiglia dell’Illirico, ma diversamente da lui, che era analfabeta, aveva studiato, soprattutto diritto e religione, per prepararsi al governo dello Stato.
Era allora un uomo brillante di quarantacinque anni, già sposato con la famosa Teodora, nonostante lo scandalo che aveva suscitato a corte l’unione del principe ereditario con un’autrice.
La figura di questo sovrano è una delle più controverse della storia e l’attività che esercitò al servizio dell’impero ebbe sicuramente del prodigioso.
Giustiniano cercò di rinnovare e, nello stesso tempo, di rafforzare lo Stato con una serie di provvedimenti e di riforme che datano per lo più ai primi anni del regno.
Si impegnò inoltre in un ambizioso programma di riconquista dei territori appartenuti all’ex Impero di Occidente, recuperandone circa un terzo con lunghi anni di guerre: portò così Bisanzio a un’estensione in seguito mai più raggiunta.
A tale programma di restaurazione della potenza romana Giustiniano fu spinto dalla necessità di ricostruire l’unità del bacino mediterraneo, in parte sfuggito al controllo imperiale, ma anche da forti convinzioni ideologiche: nonostante le sue umili origini, si sentiva profondamente romano e considerava suo dovere la riconquista dei territori imperiali perché, secondo le  concezioni mistico-politiche legate alla sovranità bizantina, era convinta che tale compito gli fosse stato affidato da Dio, dal quale riteneva come ogni sovrano di Bisanzio di aver ricevuto il potere.
Pag. 19

Al di là delle apparenze, la conquista di Ravenna non rappresentò la fine della guerra e i goti rimasti in armi nell’Italia del Nord non occupata dai bizantini elessero un nuovo re a Pavia, apprestandosi a proseguire la lotta.
Nel corso del 540 i bizantini subirono una grave sconfitta presso Treviso e l’anno successivo, quando fu eletto re Totila dopo i brevi regni di Ildibado ed Erarico, le fortune dei goti cambiarono radicalmente.
A differenza di Vitige, Totila si dimostrò infatti un generale capace e un politico accorto.
Rinunciò all’ostinazione mostrata dal predecessore nell’assalire le città fortificate, con cui aveva inutilmente logorato le forze dei suoi, e preferì ottenerne la resa con trattative; una volta conquistata la piazzaforte, ne abbatteva le mura per evitare che gli imperiali potessero nuovamente servirsene.
Cercò inoltre di ovviare a un altro punto debole dei goti, che aveva ugualmente favorito il successo di Bisanzio, e mise in campo una flotta in grado di intercettare le navi nemiche e di condurre azioni di pirateria nelle zone costiere dell’impero: nella prima fase del conflitto, a parte un intervento in Dalmazia, la flotta ostrogota era stata infatti assente dal teatro operativo, consentendo a Bisanzio il dominio del mare e la conseguente sicurezza dei rifornimenti.
Come politico, Totila si adoperò per dare un volto più rispettabile ai suoi e per dividere il campo avversario.
Evitò il più possibile la brutalità, che di norma si accompagnava alle operazioni militari, e al contrario si sforzò di alleviare i disagi delle popolazioni civili.
Rendendosi conto, inoltre, che i peggiori nemici dei goti erano gli aristocratici romani, naturali alleati di Bisanzio, concepì un progetto per stroncarne il potere con uan nuova politica agraria volta all’esproprio dei latifondi, che costituivano al principale base economica dell’aristocrazia.
Nei territori riconquistati dai goti, infatti, passarono al fisco regio non solo le imposte ordinarie ma anche le rendite dei latifondi e, per di più, i servi vennero sistematicamente affrancati per entrare nell’esercito ostrogoto.
Non furono, come spesso idealisticamente si è voluto credere, provvedimenti rivoluzionari sotto il profilo sociale, ma più probabilmente si trattò di un calcolo utilitaristico per rafforzare il suo esercito dissanguato.
Pag. 23-24

Narsete ebbe i pieni poteri di generalissimo e un’ampia italiana: disponibilità di denaro, utile per approntare un esercito e per saldare gli arretrati della paga all’armata italiana; partì quindi da Salona nella primavera del 552,  con circa trentamila uomini, dei quali una buona parte erano ausiliari barbarici.
La condotta delle operazioni fu del tutto opposta a quella di Belisario, che si muoveva con grande prudenza, poiché Narsete puntò allo scontro risolutore con l’avversario.
Raggiunse l’Italia via terra, non avendo una flotta sufficiente per le sue truppe, passò lungo la costa veneta e arrivò a Ravenna all’inizio di giugno; di qui, senza curarsi di assediare Rimini e altre piazze in mano ai goti, proseguì incontro a Totila.
Il re goto si mosse da Roma verso il nemico e lo scontro ebbe luogo a Busta Gallorum (o Tagina), in prossimità di Gualdo Tadino, terminando con la completa disfatta dei goti.
I barbari furono messi in fuga, con il loro stesso re, che venne raggiunto e ucciso da un ufficiale bizantino.
La vittoria imperiale non comportò tuttavia la resa dei goti, e i superstiti elessero a Pavia un altro re nella persona di Teia, il quale scese a sud per combattere Narsete, che nel frattempo aveva ripreso Roma, ma venen sconfitto e ucciso nel corso dello stesso anno ai monti Lattari; con la sua morte ebbe fine il regno ostrogoto.
Gli sconfitti si sottomisero e, a quanto pare, ebbero dai vincitori il permesso di tornare nelle loro sedi.
Pag. 26-27

Il collasso demografico, a seguito della guerra, carestie ed epidemie, doveva infine avere assunto una dimensione massiccia e gli stessi ostrogoti avevano subito un ridimensionamento tale che nell’arco di pochi anni scomparvero come componente demica.
Il volto dell’Italia romana, mantenutosi brillante fino all’inizio della guerra soprattutto grazie all’opera di Teodorico, si era modificato irreparabilmente, annunciando i secoli bui che sarebbero seguiti fino alla ripresa in età comunale.
Pag. 29

Cap. 2 L’Italia esarcale

L’invasione longobarda

Giustiniano morì nel 565.
Fu sicuramente un uomo straordinario, di quelli che, come Cesare, Napoleone o altri, hanno lasciato un’impronta duratura delle propria attività.
Ancora oggi il Corpus Iuris Civilis resta alla base della nostra cultura giuridica e allo stesso modo la chiesa di Santa Sofia a Istanbul, anche se danneggiata dal tempo e dagli uomini, è un monumento imperituro alla sua grandezza.
Ma per chi dovette subentrargli al governo le cose furono meno semplici.
I suoi sogni di gloria avevano si portato alla riconquista più o meno di un terzo dell’ex Impero di Occidente, ma le devastazioni nei paesi riportati all’Impero erano state imponenti e, soprattutto, la forza militare di Bisanzio, perennemente in crisi, si rivelava insufficiente a coprire un territorio così ampliato.
I nemici erano in agguato e gli attacchi all’impero furono concentrici.
La prima grande guerra si accese con i persiani a causa della politica sconsiderata del successore di Giustiniano, il nipote Giustino 2., che nel 572 li attaccò infrangendo la pace faticosamente stipulata dieci anni prima.
L’esito, dopo qualche successo iniziale, fu disastroso e il conflitto si trascinò per un ventennio, sottraendo da altri fronti le migliori energie dell’Impero.
Altrove furono invece i bizantini a essere attaccati e a doversi difendere.
In Spagna la controffensiva visigota mise in difficoltà l’Impero, che continuò a perdere terreno finché negli anni Venti del 7. secolo dovette abbandonare la regione.
L’Africa, cronicamente agitata da rivolte indigene, andò interamente perduta con l’irruzione degli arabi e la conquista islamica di Cartagine nel 698.
Pag. 31

I rapporti con Narsete e la coincidenza fra la sua rimozione e l’invasione longobarda hanno fatto sorgere nel Medioevo la cosiddetta “leggenda di Narsete”, secondo la quale gli invasori sarebbero stati chiamati in Italia dall’eunuco che voleva così vendicarsi dei torti subiti da Costantinopoli.
La leggenda, peraltro assai tarda rispetto agli avvenimenti, potrebbe tra l’altro spiegare la mancata reazione degli imperiali che, almeno apparentemente, vennero travolti dai longobardi senza opporre resistenza.
In realtà l’inerzia dei bizantini, malgrado la scarsità di fonti storiche, può essere spiegata diversamente e attribuita a cause concomitanti, come lo spopolamento dovuto a una pestilenza che aveva imperversato in alta Italia poco prima dell’invasione longobarda, l’impegno delle truppe mobili di Bisanzio su altri fronti, l’assenza di un comando militare centralizzato a seguito della rimozione di Narsete, che potrebbe aver paralizzato la risposta degli imperiali, o anche un possibile accordo iniziale con le autorità bizantine per utilizzar ei nuovi arrivati contro i franchi, accordo reso poi nullo dall’aggressività longobarda.
Non va infine sottovalutata la tradizionale strategia difensiva dei bizantini per cui, data la scarsità di soldati normalmente disponibili, si preferiva evitare lo scontro campale con gli invasori, attendendo che si ritirassero spontaneamente dal territorio imperiale o che fosse possibile allontanarli in altro modo.
Pag. 34

La riforma amministrativa fu attuata attraverso l’introduzione di un nuovo funzionario, con sede a Ravenna, che aveva il titolo di esarca.
Su questa innovazione, tradizionalmente attribuita a Maurizio, a dire il vero i pareri degli storici non sono concordi: è vista infatti sia come una intenzionale come una semplice riproposizione del “generalissimo con pieni poteri, già esistente con un nome diverso”.
L’esarca ripristinava infatti la figura dello strategos autokrator (così definito nelle fonti erudite) creata nel 535 da Giustiniano al fine di conferire a Belisario la suprema autorità per la riconquista dell’Italia; la novità consisteva semmai nel fatto che la critica diveniva permanente, da provvisoria quale era nata, e che l’esarca si trovava ora in uan situazione ben diversa, con i nemici insediati stabilmente in Italia e l’impossibilità già ampiamente provata di cacciarli.
L’esarca era essenzialmente un governatore militare che esercitava nello stesso tempo un potere molto ampio anche nelle competenze civili, per cui si disse di lui che aveva il regno e il principato dell’Italia intera (regnum et principatus totius Italiae).
Coem già nell’epoca precedente, l’autorità civile non fu abolita, ma nella pratica quanto ne restava assunse un ruolo sempre più secondario di fronte all’elemento militare, la cui importanza andò crescendo nel corso del tempo fino a divenire predominante.
Il prefetto d’Italia, in particolare, si mantenne fino almeno alla metà del 7. secolo e, accanto a lui, si hanno isolate testimonianze sul funzionamento delle vecchie strutture dell’amministrazione civile.
La preminenza delle necessità difensive, in un’Italia che di fatto si era trasformata in una cittadella assediata, rovesciò tuttavia le tradizionali divisioni di competenze, in linea d’altronde con un generale processo di militarizzazione che in seguito si sarebbe esteso a tutto l’impero, ma che per il momento trovò espressione nell’esarcato d’Italia e in quello costituito negli stessi anni in Africa.
Le autorità civili si trovarono in una posizione subordinata rispetto ai capi militari, che esercitavano il loro potere più o meno legittimo in tutti i rami dell’amministrazione pubblica.
Pag. 44-45

Dopo la disastrosa spedizione di Baduario, i bizantini non affrontarono più i loro nemici in campo aperto.
Lo stato di guerra fu pressoché continuo, salvo occasionali remissioni, ma sembra più che altro essersi risolto in operazioni locali di non grande respiro; sta di fatto comunque che, con una lenta azione di logoramento, i longobardi sottrassero all’Impero sempre più territori fino a portarlo al collasso nell’8. secolo.
Alle carenze dell’apparato militare supplivano un’attività diplomatica efficace, spesso coronata da successo, volta a cercare alleanze esterne o a corrompere i duchi longobardi, nonché la militarizzazione delle strutture amministrative, che bene o male permise la sopravvivenza dell’esarcato per più di un secolo e mezzo.
I longobardi, per parte loro, attuarono per lo più una guerra per bande, volta a conquistare singoli punti e a praticare un saccheggio sfrenato.
Pag. 49

Il 590 e il successivo furono anni di svolta per la storia dell’Italia bizantina.
L’Impero rinunciò alle velleità aggressive, mentre il re Autari, morto il 3 settembre del 590, venne sostituito dal duca di Torino Agilulfo, che ne sposò la vedova Teodolinda e ottenne nel maggio del 591 l’investitura dai capi longobardi.
Morì anche papa Pelagio 2. e il papato passò al più energico Gregorio 1. (3 settembre 590), destinato a lasciare una forte impronta di sé.
I grandi ducati longobardi di Spoleto e di Benevento infine passarono in mano a forti personalità: Ariulfo a Spoleto e, probabilmente nel 591, Arichis a Benevento.
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San Gregorio magno si rendeva conto dell’impossibilità di contenere la guerra per bande de i longobardi con le esigue forze dell’Impero e aspirava a concludere uan pace duratura con i nemici.
Di tutt’altra opinione era l’esarca Romano, per il quale il papa aveva una decisa antipatia, che ragionava come un militare era intenzionato a mantenere le posizioni strategiche in Italia.
Verso la fine del 592, senza avvertire il papa, Romano partì da Ravenna con le sue forze, raggiunse via mare Roma e di qui, prelevando i soldati che vi trovò, andò a sbloccare il corridoio viario interrotto dai longobardi di Spoleto.
Il suo intervento sospese le trattative avviate da Gregorio 1. e provocò a tal punto i nemici che nel 593 il re Agilulfo in persona si mosse da Pavia per riprendere Perugia, il cui duca era passato dalla parte dell’Impero, e andare ad assediare Roma.
Romano non si mosse da Ravenna e la città fu difesa alla meglio dalle poche forze presenti; ancora una volta però l’onere maggiore ricadde sul papa, che convinse il re a ritirarsi al prezzo di cinquecento libbre d’oro per mettere fine alle devastazioni.
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Nel 744 Liutprando si sentì abbastanza forte per dare il colpo definitivo all’esarcato: ne superò i confini occupando Cesena e apprestandosi ad assediare Ravenna.
Eutichio, imponente a fermarlo, chiese aiuto al papa e Zaccaria, dopo il fallimento della delegazione inviata, andò personalmente a incontrare il re a Pavia, ottenendo di far cessare le ostilità in attesa che l’intera questione fosse trattata a Costantinopoli.
Ma era solo uan breve tregua: il successore di Liutprando, Ratchis, nonostante la pace conclusa con il papa, nel 749 attaccò la Pentapoli.
Il papa intervenne e Ratchis, che era un buon cristiano, lo ascoltò; il fratello e successore Astolfo ebbe però meno scrupoli e nel 750 si impadronì di Ferrara, di Comacchio e dell’Istria.
Nell’estate del 751, se non prima, si ebbe l’epilogo, anche se non si sa in che modo avvenne.
Sappiamo soltanto che il 4 luglio di quell’anno nel palazzo di Ravenna, che già era stato dell’esarca, il re vincitore emise un diploma a favore dell’abbazia laziale di Farfa.
Era così finito in sordina l’esarcato d’Italia e neppure si sa che fine abbia fatto Eutichio, di cui le fonti non fanno più menzione.
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L’antagonismo fra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, e di conseguenza gli imperatori, che della loro chiesa erano il braccio armato, aveva radici profonde e si manifestò in tutta la sua virulenza durante il dominio bizantino.
Nelle grandi controversie teologiche del quinto secolo Roma si era schierata con Costantinopoli sulla questione del nestorianesimo, la dottrina secondo cui in Cristo vi sarebbe stata solo la natura umana, e lo stesso fece poco più tardi sul monofisismo, per cui al contrario in Cristo sarebbe esistita soltanto la natura divina.
Nestorianesimo e monofisismo vennero sconfitti rispettivamente al Concilio di Efeso nel 431 e a quello di Calcedonia del 451 e la cosa per il momento finì lì.
Si trattava comunque di contrasti dottrinali, mentre nel 484 la situazione assunse una piega più preoccupante.
L’imperatore Zenone pubblicò l’Henotikon, un editto in materia di fede, che cercava una conciliazione fra ortodossi ed eretici, ma Roma si oppose e si arrivò a uno scisma fra le due sedi episcopali che fu detto scisma di Acacio, dal nome del patriarca di Costantinopoli, e che durò fino al 519, quando venne ricomposto da Giustino 1.; ma con l’arrivo dei bizantini in Italia le cose andarono ancora peggio.
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Il potere effettivo era ormai passato alla sede romana e, una volta scomparso il dominio bizantino a Ravenna, papa Stefano 2. con grande spregiudicatezza ricorse all’alleanza con i franchi contro i longobardi che minacciavano i suoi domini.
Nel 752 arrivò a Roma una ambasceria imperiale al papa e al re Astolfo di restituire i territori usurpati.
Stefano 2., forse stupito di tanta mancanza di realismo, fece proseguire l’ambasciatore fino a Ravenna.
Astolfo a sua volta non aderì, come è ovvio, alla sua richiesta e lo rimandò a Costantinopoli insieme a un proprio inviato, cui si aggiunsero poi messi papali, per portare proposte di cui ignoriamo il contenuto.
Il papa supplicò Costantino 5. di liberare Roma e l’Italia, ma di fronte all’inerzia di Costantinopoli maturò un progetto rivoluzionario, prendendo contatto con il re dei franchi Pipino il Breve e chiedendo il suo aiuto contro i longobardi che premevano su Roma.
La sua determinazione fu rafforzata dal ritorno dell’ambasceria di Costantinopoli con l’ordine per il papa di recarsi presso il re longobardo e ottenere la restituzione di Ravenna e delle città da questa dipendenti.
Il papa si prestò a eseguire la richiesta alquanto bizzarra del sovrano ma, dopo il fallimento dell’incontro con Astolfo, proseguì per la Francia, dove all’inizio del 754 ebbe con Pipino il famoso incontro di Ponthion, in cui riconobbe  il regno da lui stabilito in Francia in cambio dell’impegno del re a intervenire in Italia e a consegnare ampi territori alla sede romana.
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Cap. 3. Bisanzio nell’Italia imperiale

La fine dell’esarcato ebbe come conseguenza la dissoluzione di gran parte dei domini bizantini in Italia, anche se il tracollo non fu immediato.
Nel Nord l’Impero manteneva almeno nominalmente il controllo su Venezia, mentre l’Istria caduta in mano longobarda fu recuperata nel 774 per poi essere perduta di nuovo a vantaggio dei franchi alcuni anni dopo.
Scendendo al Centro-Sud, il ducato di Roma di fatto già da tempo era passato sotto il dominio dei papi, a differenza di quello di Napoli che restò ancora a lungo nell’orbita dell’Impero.
Al momento della caduta di Ravenna era al potere un duca lealista e tali furono anche i suoi immediati successori.
Il processo di diversificazione da Costantinopoli era comunque in atto e anche qui, come sarebbe accaduto a Venezia, il distacco fu graduale e senza scosse violente.
Dopo l’827, quando gli arabi invasero la Sicilia, e di conseguenza il governatore dell’isola non ebbe più la possibilità di intervenire negli affari locali, la città si emancipò sempre più adottando anche una propria politica estera, talvolta in contrasto con l’Impero.
In quegli stessi anni, inoltre, si svincolarono progressivamente dal ducato napoletano, di cui erano stati parte integrante, i centri di Amalfi e di Gaeta, che si diedero governi autonomi.
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L’epilogo della vicenda, di cui ormai i bizantini erano divenuti spettatori, si ebbe nel 774 allorché Carlo Magno, rispondendo all’appello del papa Adriano, scese in Italia per combattere i longobardi che di nuovo si erano fatti minacciosi in spregio ai trattati sottoscritti.
I longobardi furono sconfitti e il re Desiderio fu fatto prigioniero, mentre il figlio Adelchi fuggiva a Costantinopoli.
Finiva così il loro regno, che venne aggregato a quello franco.
Nel 774, a Roma, Carlo Magno depose solennemente sulla tomba di San Pietro un diploma di donazione di località italiane, che ampliava quella già fatta da suo padre Pipino: anche se nella pratica parte dei territori concessi non finì sotto il dominio dei papi, ciò che era stato bizantino nel centro e nel nord della penisola passava definitivamente sotto il controllo della chiesa romana.
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La Sicilia imperiale non ebbe particolari problemi per parecchi anni; nell’827 però entrò nell’occhio del ciclone quando gli arabi provenienti dalla Tunisia sbarcarono in giugno a Mazara.
L’isola a partire dalla metà del 7. secolo aveva già subito incursioni islamiche, ma questa volta si trattava di un’invasione vera e propria.
L’emiro Ziyadat Allah aveva dato seguito alle richieste di un losco ufficiale, il turmarca Eufemio, che mirava a costituirsi un dominio personale con l’appoggio degli arabi, e aveva inviato un corpo di spedizione di circa diecimila uomini nonostante i trattati di pace che legavano gli aghhlabiti a Bisanzio.
 Un mese più tardi gli invasori si scontrarono con i bizantini probabilmente a ovest di Corleone e li misero in fuga.
Nonostante questo successo, tuttavia, la loro conquista si rivelò molto lenta e difficile.
Dopo un fallito assedio a Siracusa, gli arabi si riversarono all’interno conquistando numerosi centri; andarono poi ad assediare Palermo che capitolò nel settembre dell’831 e divenne la loro capitale.
Dopo alcuni anni di relativa inattività, ripresero l’offensiva in grande stile, arrivando nell’839 a dominare l’intera parte occidentale dell’isola.
Le operazioni proseguirono quindi con l’assedio e la conquista di Messina, fra 842 e 843, di Modica nell’845, l’anno successivo di Lentini, i cui difensori vennero sterminati, e di Ragusa che si arrese senza combattere nell’848.
Fu quindi la volta di Enna che fu presa nell’859 dopo più di venticinque anni di tentativi andati a vuoto.
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Una volta liquidato il regno longobardo, le ambizioni di Carlo Magno si estesero anche al ducato di Benevento sino ad allora rimasto indenne.
Il duca Arechi 2., che dopo la caduta del regno longobardo aveva assunto il titolo di principe, cercò di destreggiarsi fra i bizantini, i franchi e la chiesa: così, quando Carlo Magno gli impose la propria sovranità, si rivolse a Bisanzio in cerca di aiuto.
A Costantinopoli regnava allora il giovane Costantino 6., ma di fatto il governo reale era nelle mani della madre Irene, che alcuni anni più tardi si sarebbe sbarazzata del figlio facendolo accecare e diventando così la prima delle tre imperatrici bizantine.
Irene aveva seguito inizialmente una politica di amicizia con i franchi acconsentendo al fidanzamento di Costantino 6. con Rotrude, figlia di Carlo Magno, ma in seguito si risolse a intervenire in favore di Arechi 2. avviando le trattative per un accordo che prevedeva di riportare con le armi sul trono di Pavia Adelchi, figlio di Desiderio e cognato dello stesso Arechi, in cambio del riconoscimento della sovranità imperiale: per parte sua Arechi avrebbe ottenuto la dignità di patrizio e il ducato di Napoli, verso il quale da tempo i longobardi avevano mire espansionistiche.
Quando però nel 787 giunse a Benevento un’ambasceria imperiale per consegnargli le insegne della dignità, Arechi 2. era già morto e, malgrado la tendenza filoimperiale della vedova Adelperga, il figlio e successore Grimoaldo 3. dovette adeguarsi alla politica di Carlo Magno, del quale era stato ostaggio.
Di conseguenza la spedizione promessa da Irene, arrivata troppo tardi in Calabria, non poté più contare sull’appoggio dei longobardi di Benevento.
Le forze imperiali, al comando del sacellario e logoteta dello stratiotikon Giovanni e di Adelchi, che a Bisanzio aveva assunto il nome greco di Teodoto, pur rinforzate dai contingenti messi a disposizione dallo stratego di Sicilia, furono affrontate nel 788 da longobardi e franchi coalizzati e subirono una grave sconfitta perdendo in battaglia anche il loro comandante.
Sebbene fosse stato costretto al vincolo di vassallaggio, Grimoaldo 3. si affrancò presto dalla soggezione a Carlo magno riuscendo a mantenere l’indipendenza del principato, malgrado i tentativi del figlio di Carlo per sottometterlo.
I bizantini furono invece paralizzati dalla sconfitta subita e non ebbero la forza di riprendere l’iniziativa.
Carlo Magno, nell’802, tentò un’impossibile riconciliazione con Bisanzio chiedendo in sposa l’imperatrice Irene, ma le trattative si arenarono per l’improvvisa destituzione di questa e il successore Niceforo 1. adottò una linea politica di chiusura ai franchi, il cui esito fu il conflitto combattuto nelle lagune veneziane.
La pace di Aquisgrana, conclusa nell’812 durante il regno di Michele 1., e il riconoscimento sia pure parziale del nuovo impero franco allentarono tuttavia le tensioni e le conseguenze si fecero avvertire anche in Meridione con un breve periodo di stabilità.
Pag. 75-76

La controffensiva iniziò nell’976, quando il governatore imperiale di Otranto si impossessò di Bari, e proseguì decisamente nell’880 quando i bizantini sbarcarono in Calabria un consistente esercito.
L’armata imperiale, muovendosi di conserva con la flotta, che sconfisse in prossimità di Punta Stilo le navi saracene, marciò lungo la costa della Calabria orientale per raggiungere la valle dei Crati e proseguire alla volta di Taranto, riconquistando quasi tutte le fortezze in mano al nemico in Calabria e nella Puglia meridionale.
Si scontrò poi con gli arabi vicino a Taranto, subendo una parziale sconfitta con la morte di uno dei generali, ma ciò non impedì la conquista della città e la cattura della guarnigione musulmana.
L’offensiva riprese nell’882 o 883 con l’invio di un nuovo esercito dall’Oriente, che non ottenne grandi risultati, e ancora nell’885 facendo affluire altri rinforzi.
Il comando dell’esercito imperiale in questa circostanza fu assunto da Niceforo Foca, esponente dell’aristocrazia militare che si andava affermando a quell’epoca e uno dei più valenti generali del tempo.
Niceforo Foca eliminò le ultime sacche di resistenza araba in Calabria e, più con la diplomazia che con la forza, arrivò anche all’obiettivo di ricongiungere i domini in Calabria alle conquiste pugliesi sottomettendo i longobardi che vi erano stanziati.
L’accorta politica del generale imperiale e la moderazione da lui dimostrata gli valsero la riconoscenza delle popolazioni locali, da lui liberate dal dominio arabo, al punto che edificarono una chiesa dedicata a san Foca in ricordi dei suoi meriti.
Pag. 79-80

I bizantini davano grande importanza al dominio sull’Italia meridionale; l’impegno militare messo in campo fino a quel momento iniziò tuttavia ad affievolirsi sotto i successori di Basilio 1., a causa soprattutto dell’impegno bellico preminente su altri fronti.
Le regioni del Sud dovettero così per lo più contare sulle forze militari locali e andarono soggette a nuove e ripetute incursioni arabe e a ribellioni dei longobardi riottosi alla sottomissione.
Ai nemici tradizionali si aggiunsero poi i pirati slavi che nel 926 saccheggiarono Siponto, disperdendo in prossimità di Termoli una flottiglia imperiale, e, nel 947, una scorreria degli ungari, che già qualche anno prima avevano devastato la Campania.
I territori del meridione in sostanza furono come una cittadella assediata da più parti: nonostante le numerose sconfitte subite da arabi o da longobardi, i bizantini riuscirono però a mantenere intatto il proprio dominio.
Pag. 82

La disfatta di Ottone 2. avvantaggiò il governo bizantino nel secolare confronto con gli arabi.
La morte dell’emiro nella stessa battaglia in cui su sconfitto l’imperatore germanico, e il conseguente ritiro in Sicilia delle forze arabe, concessero infatti qualche anno di respiro ai temi italiani.
Fu comunque una tregua di breve durata e già nel 986 ripresero le incursioni, la più clamorosa delle quali si ebbe nel 1002 con l’assedio di Bari per terra e per mare da parte di un consistente esercito musulmano.
L’assedio durò dai primi giorni di maggio al 20 settembre, quando arrivò uan flotta veneziana comandata dal doge Pietro 2. Orseolo, che rifornì la popolazione affamata e in pochi giorni contribuì a liberare la città.
L’intervento a Bari offrì al doge Orseolo una buona occasione per un salto di qualità nei rapporti con la corte imperiale: oltre ai vantaggi politici che Venezia ricavò dalla sconfitta degli arabi, infatti, la città lagunare venen ricompensata con un importante matrimonio diplomatico e la dignità nobiliare di patrizio per Giovanni Orseolo, figlio del doge in carica e da lui associato al potere.
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La politica conciliante di Costantinopoli non fermò i normanni, che mantennero le conquiste fatte e iniziarono a espandersi sistematicamente in Puglia e in Lucania, avvicinandosi alla Calabria dove, a nord delle valli del Crati, si stanziò con il suo seguito uno dei numerosi figli di Tancredi d’Altavilla, quel Roberto il Guiscardo che negli anni a venire sarebbe divenuto il capo riconosciuto della sua gente.
Argiro, che era stato chiamato nel 1045 a Costantinopoli e qui era rimasto per alcuni anni, fu rimandato in patria dal governo bizantino con l’ordine di usare ogni mezzo diplomatico a disposizione per risollevare le sorti dell’impero.
Sbarcò quindi ad Otranto nel 1051, prendendo poi possesso di Bari, con fatica per l’ostilità della fazione filo normanna, ma non arrivò ad alcun risultato e si decise quindi a giocare la carta estrema inviando un’ambasceria a papa Leone al fine di concordare un’azione contro il nemico comune.
Pag. 90

L’ascesa del Guiscardo, che si stava affermando fra i capi normanni, divenne poi irresistibile quando nel 1059, con un trattato concluso a Melfi, ottenne da papa Niccolò 2. l'investitura a duca di Puglia, Calabria e Sicilia in cambio del giuramento di fedeltà alla chiesa romana.
Si stava infatti profilando lo scontro fr ail papato e l’impero germanico e, con la consueta spregiudicatezza, la politica papale si orientò verso l’unica potenza in grado di sostenere le proprie aspirazioni, abbandonando al suo destino il meridione imperiale.
Pag. 91

Nelle regioni del nord e del centro Italia i bizantini hanno lasciato scarsi ricordi della loro presenza, mentre al sud questi sono in numero di gran lunga maggiore.
I motivi della diversità sono essenzialmente due: la maggiore permanenza in termini di tempo dei dominatori al sud e le condizioni degradate di vita in cui si trovò l’esarcato, stretto in una situazione di assedio permanente, che non consentì il dispiegarsi di forme evolute di civiltà.
Bisogna inoltre distinguere, quando si parla di testimonianze bizantine in Italia, fra la presenza nei nostri istituti culturali di numerosissimi oggetti arrivati dall’impero (come monete, sigilli, miniature, marmi, icone o altri ancora), di cui spesso si ignorano la provenienza esatta e le modalità di acquisizione, e i manufatti direttamente prodotti dai bizantini in Italia, che sono in quantità di gran lunga inferiore.
Lo stesso poi vale per le altrettante numerose opere d’arte di imitazione bizantina, di cui il patrimonio culturale italiano è molto ricco.
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A Iesolo infine un’iscrizione di produzione locale, incisa nella fronte superstite di un sarcofago, ricorda un Antonino tribuno sepolto insieme alla moglie.
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Nel meridione e nelle isole le testimonianze, lo si è visto, sono più ampie e varie: ne basta un breve panorama per rendere l’idea.
Il dominio bizantino nelle regioni del sud, si è detto, fu più solido e duraturo di quanto non sia stato nelle altre parti della penisola; più forte fu inoltre il legame culturale che, se si eccettua il caso anomalo di Venezia, si mantenne spesso anche al di là dell’effettivo controllo sul territorio.
Il rapporto particolare che soprattutto la Puglia e la Calabria ebbero con Bisanzio è determinato, in termini di memoria visiva, in primo luogo dai numerosi edifici di culto ancora esistenti, ma anche dalla sopravvivenza di minoranze linguistiche greche, legate probabilmente in gran parte all’immigrazione di popolazioni ellenofone provenienti da Bisanzio.
Attualmente esistono infatti isole linguistiche greche, riconosciute dallo Stato italiano con le disposizioni a tutela delle minoranze linguistiche, ubicate in Puglia (nove comuni), in Calabria (quindici comuni) e in Sicilia (uno soltanto).
Vi si parla un’idioma che ha forti caratteri di affinità con il neogreco e viene comunemente definito grecanico per l’area calabrese e griko i grico per quella salentina, ovvero “italiano meridionale”.
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La presenza di Costantinopoli trovò espressione per secoli nelle numerose chiese dell’Italia meridionale, in particolare nel Salento, edificate per lo più a opera di monaci orientali che popolarono la regione.
Il ricordo di Bisanzio in questo caso è ora rimasto soprattutto nelle cripte e negli ipogei, poiché nel corso dei secoli le chiese sono state modificate o sostituite da altre soluzioni che ne hanno alterato l’aspetto iniziale.
Un esempio tangibile di sopravvivenza della forma originaria è dato dalla chiesa di san Pietro di Otranto, databile a quando sembra al 9.-10. secolo, che si presenta nei caratteri dell’architettura religiosa dell’Impero d’Oriente e nelle tre absidi mostra affreschi in stile bizantino.
A Carpignano Salentino (provincia di Lecce) si ha un caso particolare con la cripta di Santa Cristina (o della Madonna delle Grazie) ubicata in piazza Madonna delle Grazie e scavata nella roccia.
Santa Cristina risale al 10. secolo e fu probabilmente la chiesa più importante dell’antico centro.
La cripta conserva gli affreschi più antichi del Salento e, cosa singolare, le iscrizioni ivi presenti tramandano i nomi dei committenti, dei pittori e le date di esecuzione.
Nell’intero ciclo pittorico, uno dei più cospicui e dei meglio conservati del Salento, spiccano per importanza l’Annunciazione e il Cristo Pantokrator del pittore Teofilatto, cha data al mese di maggio del 959, il trittico del pittore Eustazio, del mese di maggio del 1020; l’affresco del pittore Costantino, del 1054-55; i dipinti della tomba ad arcosolio (datati tra il 1055 e il 1075, quindi agli ultimi tempi della dominazione bizantina in Puglia), in cui si conserva un epitaffio in versi dodecasillabi, , noto come iscrizione di Stratigulis, fatto eseguire dal padre del giovane defunto.
La Calabria ebbe un rapporto molto stretto con il mondo bizantino e ortodosso.
In questa regione non solo fu determinante la componente demografica di lingua e di cultura greca, ma vi si radicò anche un’intensa spiritualità, alimentata da monasteri e chiese sparsi nel suo territorio.
Tra queste ultime merita una menzione particolare per la sua singolarità la Cattolica di Stilo (ubicata sulle falde del monte Consolino), così chiamata secondo la nomenclatura bizantina perché appartenente al rango delle chiese munite di battistero.
La Cattolica, destinata al culto greco e convertita nel 577 al quello latino, presenza un’architettura tipica del periodo medio bizantino, con pianta a croce greca inscritta in un quadrato, e mostra una caratteristica forma cubica con all’interno tre absidi destinate alla preparazione e alla realizzazione della liturgia.
I muri dell’edificio erano ricoperti interamente di affreschi, di cui restano avanzi.
Assai simile alla Cattolica di Stilo, per forma e per la presenza di tre absidi, è la chiesa di San Marco che sorge all’interno della città di Rossano, edificata introno al 10. secolo per servire come luogo di culto a uso dei monaci che vivevano nelle sottostanti grotte di tufo.
Presenta lo schema tipicamente bizantino della croce greca inscritta in un quadrato e sormontata da cinque cupole; all’interno è particolarmente rilevante un affresco superstite dell’originaria decorazione con la Vergine e il Bambino.
Pag. 99-102

Il fenomeno dell’insediamento rupestre legato alla presenza bizantina, attestato in Puglia e in Basilicata, si verifica anche nella Sicilia sud-orientale e il riferimento più importante in questo caso è a Pantalica (in provincia di Siracusa), dove la presenza di abitati è attestata da gruppi di villaggi scavati nella roccia e dove si trovano i santuari di San Micidiario, san Nicolicchio e del Crocifisso.
Il primo, parte di un villaggio bizantino di circa centocinquanta abitazioni, mostra all’interno tracce di affreschi e iscrizioni, fra cui meglio visibili un Pantokrator fiancheggiato da due angeli e un’altra figura che dovrebbe essere san Mercurio.
San Nicolicchio è un villaggio più piccolo che ha al suo centro l’oratorio, anch’esso con tracce di affreschi in cui si riconoscono sant’Elena e santo Stefano, databili pare al 7. secolo.
La grotta del Crocifisso, utilizzata come chiesa, mostra i resti di una Crocifissione e le figure di san Nicola e santa Barbara.
A questi si aggiungono la grotta di San Pietro presso Buscemi, il cui primo utilizzo potrebbe datare al 5.-7. secolo, le rovine del monastero rupestre di San Marco a Noto e l’oratorio delle catacombe si Santa Lucia a Siracusa, quest’ultimo fondamentale per la conoscenza della pittura bizantina in Sicilia.
La chiesa di Santa Lucia extra moenia, nel cui portico è collocato l’accesso alle catacombe, venne infatti edificata in età bizantina sul luogo del martirio della santa, ma fu poi ricostruita al tempo dei normanni e completamente rifatta a fine Seicento.
Gli affreschi dell’8. secolo a loro volta furono coperti da malta nel Quattrocento allorché gran parte dell’oratorio venne distrutta per far posto a uan cisterna: grazie però a un recente intervento di restauro oggi sono ancora visibili nella volta, nella parete sud-est e nell’abside.
Pag. 102

La Sicilia orientale offre ugualmente numerose testimonianze di epoca bizantina.
A Cava d’Ispica, la valle fluviale nell’altopiano ibleo fra Modica e Ispica, sono presenti testimonianze di civiltà rupestre, tra cui la grotta dei Santi, in cui si vedono tracce di pitture di trentasei santi e di iscrizioni greche (con una santa abbigliata da imperatrice); il santuario di San Nicola, detto anche della Madonna, con altri affreschi; i ruderi della chiesa di San Pancrati, l’unico esempio di costruzione non rupestre della Cava; il complesso di Santa Alessandra, comunemente ritenuto un monastero, e altri minori, in parte anche franati, utilizzati dagli asceti d’epoca bizantina.
A Kaukana, località del comune di Santa Croce Camerina in provincia di Ragusa, l’area archeologica mostra i ruderi dell’abitato di epoca tardo romana e bizantina, mentre la Cittadella dei Maccari, località a sud dell’area naturalistica di Vendicari presso Noto, è un villaggio bizantino sorto nel 6. secolo, dove si trovano fra l’altro le rovine di una grande basilica detta “Trigona”, perché possiede tre absidi, che si presenta come un caseggiato agricolo; vicino a questa sorgono diverse catacombe dello stesso periodo, resti di abitazioni e altri edifici, segno anche della vitalità dell’antico centro commerciale.
Pag. 102-3

Nell’altra grande isola infine l’archeologia ha conseguito rilevanti risultati nell’esplorazione del passato bizantino, ancorché in genere piuttosto specialistici: si segnala a questo proposito il recupero di un’ottantina di sigilli nel sito di San Giorgio (comune di Cabras), dove sorgeva una chiesa dedicata al santo, pertinenti a cancellerie ecclesiastiche e non, con scritte sia greche sia latine.
Tra i sigilli di ambito non ecclesiastico se ne trova uno di Anastasia, correggente l’Impero con Costante 2. e Costantino 4., sul trono dal 654 al 668; vi sono poi una bulla di un tal Giorgio cubicolario imperiale nel 7. Secolo, un sigillo di Pantaleone, mandatario imperiale vissuto nel 7. -8. secolo, e sigilli di altri dignitari, fra cui consoli, ex prefetti e generali.
L’epigrafia ci offre infine due testimonianze interessanti per la storia universale dell’isola.
La prima iscrizione, oggi conservata nella basilica di San Saturno o Saturnino a Cagliari e riportabile al 6. secolo, presenta un testo latino di difficile lettura, ma che può essere ricomposto riconducendolo alla tomba di un tal Gaudiosus, sottufficiale del reparto dei dromonarii, ossia  della marina da guerra imperiale.
La seconda, latina anch’essa e databile a epoca più tarda (7. od 8. secolo), fa invece riferimento alle vittorie sui longobardi e altri barbari di un imperatore di nome Costantino (quindi Costantino 4. o Costantino 5.) e fu fatta apporre da un altro Costantino, di cui nulla si sa, ypatos e dux di Sardegna, cioè governatore imperiale dell’isola.
Pag. 103-4


Cap. 4. Venezia e Bisanzio

Venezia è ancora oggi una città sotto molti aspetti complicata e tale è anche la storia delle sue origini.
Il motivo è essenzialmente tecnico: le testimonianze materiali che consentono di ricostruirle sono poche, le fonti documentarie assai scarse e gli storici locali scrivono molto tardi rispetto agli avvenimenti.
La più antica fonte narrativa di cui disponiamo, l’Istoria Veneticorum di Giovanni Diacono, risale infatti a poco dopo il Mille, mentre la composizione del testo cronachistico noto come Origo civitatum Italiae seu Venetiarum si data  fra 11. e 12. Secolo.
Più tarda ancora è inoltre la Chronica extensa del doge Andrea Dandolo, composta nel Trecento, che rappresenta la prima storia ufficiale di Venezia e, di conseguenza, è uno strumento indispensabile per le vicende dei secoli delle origini.
Le opere storiche di provenienza veneziana presentano inoltre una caratteristica del tutto peculiare che consiste nella mitizzazione dell’origine della città, legandola a eventi leggendari e in particolare tacendo sulla dipendenza da Bisanzio, che feriva l’orgoglio civico al tempo in cui vennero scritte.
A ciò si aggiunge infine un ulteriore problema costituito dalla difficoltà di utilizzare l’Origo, in cui non solo si ha mescolanza di realtà e leggenda, ma anche un incredibile disordine espositivo, con continue confusioni cronologiche, e, almeno in apparenza, la mancanza di un qualsiasi filo logico nella narrazione.
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Le isole veneziane restarono sotto il dominio imperiale anche dopo che i longobardi misero fine all’esarcato, ma i rapporti con Costantinopoli cominciarono ad allentarsi, al punto che nell’804 andò al potere a Malamocco (dove nel 742 era stata spostata la capitale) il doge Obelerio, rappresentante del partito filo franco e, quindi, avverso a Bisanzio.
La situazione territoriale in terraferma si era infatti profondamente modificata: Carlo Magno nel 774 aveva messo fine al regno dei longobardi conquistando dopo qualche tempo anche l’Istria.
Nell’800 si era inoltre fatto proclamare imperatore, contrapponendo così a Bisanzio una nuova potenza con una decisa volontà di supremazia in Occidente.
In questo modo Venezia passava di fatto nell’orbita carolingia senza un’apparente reazione da parte di Bisanzio; quando però nell’806 Carlo Magno assegnò Venezia, l’Istria e la Dalmazia al figlio Pipino, nella sua qualità di re d’Italia, l’imperatore Niceforo 1., per riaffermare i diritti di Bisanzio, inviò una flotta che andò a gettare le ancore nella laguna veneta.
Ne seguì una guerra bizantino-franco-venetica, con l’arrivo di un’altra flotta bizantina a Venezia, un tentativo apparentemente fallito da parte di Pipino di conquistare le isole e, infine, una pace conclusa ad Aquisgrana nell’812 con cui Costantinopoli riconosceva a Carlo Magno il titolo di imperatore, ma in cambio otteneva il dominio su Venezia, ma in cambio otteneva il dominio su Venezia.
L’inviato imperiale che aveva trattato con Carlo Magno, lo spatario Arsafio, nell’811 a nome del suo signore dichiarò deposti il doge filo franco Obelerio e i due suoi fratelli associati al trono, sostituendoli con il duca lealista Agnello Partecipazio e riportando così decisamente il governo cittadino sotto l’influenza di Costantinopoli.
Pag. 112-13

Venezia fu nel Medioevo la città più legata a Bisanzio e, anche al di là della sua indipendenza, mantenne un vincolo di sostanziale alleanza con l’Impero fino al 12. secolo, quando sotto i sovrani Comneni i rapporti cominciarono a incrinarsi.
La coincidenza di interessi nel far sì che le rotte adriatiche e le regioni che su queste si affacciano fossero sgombre da nemici comuni spinse infatti a più riprese il governo veneziano a intervenire in favore dei bizantini.
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Dal punto di vista istituzionale, per esempio, possiamo ravvisare una chiara influenza bizantina nel sistema di coreggenza, che in alcuni occasioni consentì la successione dei dogi veneziani al potere.
Era consuetudine a Bisanzio, infatti, che il sovrano in carica si associasse uno o più colleghi formalmente di pari grado.
Questo sistema da un lato poneva rimedio alla tradizionale instabilità del potere supremo, dall’altro consentiva il formarsi di dinastie più o meno durature.
A Venezia la coreggenza venne introdotta da Maurizio Galbaio, doge dal 764 al 787, che si associò al potere il figlio, e venne conservata fino all’abolizione del 1032.
Il doge del primo periodo aveva un’autorità di tipo regale, che venne limitata molto più tardi fino a trasformarlo in un semplice magistrato cittadino.
Al di là dei meccanismi istituzionali, inoltre, anche il rituale della corte bizantina influenzò la Venezia delle origini.
La trasmissione del potere comportava, alla maniera bizantina, una consegna delle insegne da parte del collega più anziano, di cui si ha notizia per la prima volta a Venezia nell’997 al momento del passaggio dei poteri fra Giovanni Partecipazio e Pietro 1. Candiano.
La cerimonia avvenne con al consegna di tre emblemi, la “spada, il bastone e il seggio”, che erano forse anche antiche insegne in qualche modo venute da Bisanzio.
Pag. 114-15

Il privilegio concesso a Venezia nel 1082 segnò l’inizio della loro straordinaria fortuna in Levante.
Venne attribuito attraverso l’emissione di una “crisobolla” (chrysoboullos logos, come si chiamava tecnicamente l’atto imperiale), ossia un documento all’apparenza unilaterale con cui veniva accordata una concessione sovrana, espressa come tale nella forma solenne dell’editto munito di sigillo aureo, ma che in realtà, in questo come in altri casi, era piuttosto il risultato di un accordo bilaterale conclusi a seguito di trattative.
Nel maggio del 1082, durante il soggiorno a Costantinopoli, Alessio Comneno emise infatti una crisobolla con la quale concedeva ampi privilegi alla città alleata in cambio dell’aiuto prestato e dell’impegno a mantenere l’alleanza anche in futuro, sulla base di quanto concordato qualche tempo prima nelle trattative svolte dai suoi ambasciatori a Venezia.
L’aiuto era quanto mai necessario per far fronte all’aggressione dei normanni e l’imperatore largheggiò in concessioni, come d’altronde si era impegnato a fare chiamando in soccorso i veneziani.
Concesse loro pertanto titoli nobiliari, elargizioni in denaro, proprietà fondiarie e privilegi di natura commerciale.
Questi ultimi furono senza dubbio i più importanti, perché le esenzioni attribuite fecero ottenere una posizione di preminenza nel commercio orientale.
I veneziani avevano già ottenuto vantaggi di questo genere nel 992, con una crisobolla di Basilio 2., ma si era trattato di una semplice riduzione di imposte per le navi che arrivavano a Costantinopoli.
Ora al contrario furono autorizzati a commerciare in pressoché tutto l’impero senza pagare tasse né andare soggetti a controlli.
Un notevole salto di qualità, tale da determinare inevitabilmente il predominio di Venezia, che sarebbe stato gravido di conseguenze negative per Bisanzio.
Al momento, tuttavia, non se ne valutò appieno la pericolosità, sia per lo stato di necessità sia perché, probabilmente, il volume dei traffici veneziani non era tale da destare preoccupazioni.
L’importanza dell’avvenimento non sfuggì però a una osservatrice attenta come Anna Comnena, figlia e biografa di Alessio 1.
Pag. 117-18

Cap. 5. L’invadenza dell’Occidente

Il secolare dissidio con la chiesa di Roma si avvicinò allo scisma nel 9. secolo con l’avvento al trono patriarcale di Costantinopoli dell’erudito Fozio.
Imparentato con la famiglia imperiale e nato a Costantinopoli verso l’820, fu un uomo di grande erudizione e scrittore fecondo: la sua opera principale, preziosa fonte di informazione per i moderni, è la Biblioteca, una serie di epitomi, riassunti o commenti di duecentosettantanove testi greci di vario argomento, che in alcuni casi ci dà notizie su scritti oggi scomparsi.
Nell’858, dopo la deposizione di Ignazio Fozio fu scelto come un nuovo patriarca di Costantinopoli da Teodora, reggente dell’impero per conto del minore Michele 3., nonostante fosse un laico: un fatto peraltro non insolito a Bisanzio.
L’ex patriarca Ignazio andò a Roma per lamentare il trattamento subito: papa Niccolò 1. gli diede ascolto e convocò un sinodo che non riconobbe l’elezione di Fozio dichiarandola illegittima, dato che era stato di fatto imposto da Barda, l’onnipotente zio dell’imperatore, che aveva costretto alla rinuncia il precedente patriarca.
Fozio, con l’appoggio di Barda e del suo sovrano, entrò in conflitto con il papa Niccolò e convinse gli ambasciatori a lui inviati da Roma  a ritenere legittima la sua elezione.
Il papa dichiarò deposto Fozio nell’863, ma Michele 3. Si schierò a favore del patriarca, respingendo la pretesa romana al primato religioso.
Fozio a sua volta attaccò la chiesa di Roma sul piano dottrinale: un sinodo riunito a Costantinopoli nell’867 scomunicò il papa, condannò come eretica la dottrina romana della duplice processione dello Spirito Santo e respinse come illegali le intrusioni romane nelle questioni della chiesa bizantina.
Si sarebbe probabilmente arrivati allo scisma, ma improvvisamente Michele 3. fu deposto e il nuovo imperatore Basilio 1. Cambiò politica religiosa.
Il sovrano fece rinchiudere Fozio in un monastero e richiamò Ignazio, rappacificandosi così con Roma.
In seguito tuttavia, deluso dalla sua precedente politica ecclesiastica, Basilio 1. fece tornare a corte Fozio che nell’887, alla morte di Ignazio, salì di nuovo sul trono patriarcale e questa volta venne anche riconosciuto da Roma.
Pag. 121-22

A più riprese infine Liutprando mette l’accento su uno dei principali temi di polemica fra Oriente e Occidente, che sarebbe durato anche in seguito, ossia la pretesa dei sovrani di Bisanzio di essere gli unici ad aver diritto al titolo di imperatore, basileus in lingua greca, e di essere considerati gli unici eredi diretti dei cesari romani.
“Voi non siete romani ma longobardi”, sembra aver esclamato alla presenza dell’ambasciatore d’Occidente Niceforo Foca, che considerava il sovrano, Ottone 1., nient’altro che un re; a sua volta Liutprando definisce con disprezzo i bizantini semplicemente “greci”, cosa che ai loro orecchi suonava alquanto offensiva.
Non si trattava d’altronde di una novità: nell’812 i bizantini con la pace di Aquisgrana avevano riconosciuto senza entusiasmo a Carlo Magno il titolo di imperatore, ma non di imperatore dei romani, che riservavano al loro sovrano.
Questa condiscendenza non era comunque durata molto: dodici anni più tardi Michele 1. scrivendo a Ludovico Pio lo qualificava come “glorioso re dei franchi e dei longobardi e chiamato loro imperatore”.
Allo stesso modo Basilio 1. rifiutava a Ludovico 2. il titolo di imperatore dei romani, concedendogli soltanto quello di imperatore dei franchi.
Durante l’ambasceria di Liutprando, con la tensione generata dalla guerra in corso, si ebbe poi un incidente diplomatico che andava al di là del semplice conflitto protocollare: arrivarono infatti a Costantinopoli legati a papa Giovanni 13. con lettere in cui Niceforo Foca veniva definito “imperatore dei greci” mentre Ottone 1. era “imperatore augusto dei romani”, e vennero incarcerati per l’intollerabile oltraggio.
Pag. 128-29

Nella seconda metà dell’11. secolo le distanze fra Oriente e Occidente iniziarono ad accorciarsi e quest’ultimo divenne sempre più aggressivo.
Entrarono in gioco infatti due fattori nuovi: la generale rinascita dell’Europa occidentale dopo il Mille, con le effervescenze sociali e politiche che essa comportò, e la progressiva crisi dell’Impero di Bisanzio.
Nel generale quadro di rinnovati movimenti delle persone, l’Impero iniziò a presentarsi come una meta appetibile per chi era attirato dalle prospettive di guadagno o anche per gli Stati che avevano intenzioni aggressive.
I bizantini stessi, dopo secoli di un sostanziale cambiamento, si aprirono sempre più all’Occidente e questo fenomeno si fece avvertire soprattutto sotto la dinastia dei Comneni, sul trono dal 1081 al 1185.
Manuele 1. Comneno, il terzo sovrano della dinastia,  amava le usanze occidentali e le introdusse a corte modificando la mentalità e le tradizioni della sua gente.
Si fecero strada così i tornei cavallereschi accanto alle tradizionali corse di carri, per secoli il divertimento preferito dai bizantini, e anche nella scelta dell’imperatrice si fece avvertire il cambiamento: mentre per secoli i sovrani avevano sposato le loro suddite, salvo rare eccezioni ora iniziano a preferire le straniere, e la prassi in seguito sarebbe divenuta la regola.
L’influsso massiccio di occidentali fece tuttavia maturare, come naturale evoluzione, anche un processo di ostilità crescente, rivolta a contenerne sia la pressione militare sia la presenza ingombrante nella vita sociale ed economica dell’Impero.
Pag. 129-30

Le crociate risvegliarono gli entusiasmi e i desideri di conquista degli occidentali e segnarono nello stesso tempo l’inizio di una crisi irreversibile per Bisanzio.
Il movimento crociatistico – come è noto – ebbe inizio nel 1095, quando papa Urbano 2. al Concilio di Clermont fece appello ai fedeli per condurre la “guerra santa”, e divenne in seguito un aspetto caratteristico della cristianità occidentale.
La definizione di crociata si adattò progressivamente a ogni guerra contro i nemici della fede, ivi compresi gli eretici, ma come crociate più importanti sono in genere ricordate sette od otto spedizioni, che ebbero luogo fra 11. e 13. secolo.
Di queste, le prime quattro coinvolsero direttamente l’Impero d’Oriente, generandovi riflessi pesanti e del tutto negativi.
L’appello di papa Urbano 2. suscitò un grande entusiasmo nella cristianità occidentale: l’adesione all’impresa andò al di là delle aspettative e l’idea di combattere per la fede colpì profondamente l’immaginazione dei contemporanei.
Il richiamo mistico di Gerusalemme e il miraggio di grandi avventure infiammarono i cuori dell’uomo medievale eccitando gli animi di tutti, dai grandi signori feudali agli umili popolani.
Pag. 135

Il fallimento delle operazioni in Asia Minore, di cui i maggiori responsabili furono i capi della spedizione, venne propagandisticamente attribuito ai bizantini: come già al tempo della prima crociata si era parlato di un tradimento bizantino, ora Luigi 7. lamentò lo stesso motivo fra le cause della sconfitta.
Il cronista ufficiale della spedizione, Oddone di Deuil, fu ancora più esplicito e rimproverò all’Impero l’insufficiente appoggio logistico, il costo eccessivo delle vettovaglie, l’inefficienza delle guide e, cosa ancora più grave, un’alleanza con i turchi contro i cristiani.
Vere o false che fossero le accuse, contribuirono a inasprire i rapporti fra Oriente e Occidente, che negli anni successivi si fecero sempre più tesi.
Da parte occidentale si guardava con sospetto crescente all’Impero, visto come una potenza inaffidabile e pericolosa e, viceversa, a Bisanzio cresceva di giorno in giorno l’animosità contro i latini.
Pag. 147

L’intesa con il re di Germania non venne tuttavia meno e l’inizio della campagna in Italia fu fissato per il 1152, ma Corrado 3. morì  il 15 febbraio di quell’anno senza che nulla fosse stato fatto.
Il nuovo sovrano tedesco, Federico 1. Barbarossa, si mostrò molto più tiepido di fronte a un accordo con i bizantini, da cui li divideva la sua pretesa all’egemonia, e il progetto di guerra comune sfumò.
Ciò malgrado, nel giugno del 1155, quando il Barbarossa si trovava in Italia, le forze imperiali attaccarono la Puglia giungendo in poco tempo alle porte di Taranto.
Fu però una vittoria di Pirro: l’anno successivo il nuovo re di Sicilia, Guglielmo 1., sconfisse i bizantini in prossimità di Brindisi, procedendo quindi alla riconquista del territorio che gli era stato sottratto.
Nella primavera del 1158, infine, con la mediazione di papa Adriano 4., venne concluso un trattato in forza del quale i bizantini abbandonarono la penisola.
L’impresa non fu soltanto un insuccesso militare, ma ebbe anche pesanti conseguenze politiche: creò infatti un contrasto insanabile fra l’imperatore di Bisanzio e il collega germanico, e segnò l’inizio di una progressiva frattura nelle relazioni con Venezia.
Il timore di una riaffermata presenza bizantina in Italia aveva spinto la repubblica a concludere un trattato con Guglielmo 1. Nel 1154, così che al momento delle ostilità Venezia restò neutrale.
Per aggirare l’ostacolo, Manuele Comneno nel 1155 si rivolse a Genova, gettando le basi di un accordo, ma la diplomazia normanna vanificò la sua opera ottenendo che anche questa città restasse neutrale.
Pag. 148

La questione centrale del disaccordo fra Venezia e Bisanzio, cioè il risarcimento dei danni, non venne ufficialmente definita, sebbene gli ambasciatori fossero stati incaricati di farlo, ma è possibile che essa sia stata comunque regolata.
In compenso furono determinati altri punti la riconferma dei privilegi commerciali e una serie di provvedimenti relativi allo stato giuridico dei veneziani che vivevano a Bisanzio.
Il resto dell’accordo del 1187 venne integralmente riproposto nella nuova crisobolla, sia pure con le modifiche dovute alla mutata situazione politica, che identificavano nuovi amici e nuovi avversari.
Alessio 3. riconfermò i privilegi commerciali sanciti dalle crisobolle dei suoi predecessori e a sua volta dichiarò solennemente la completa libertà di commercio per i veneziani con l’esenzione da tutte le imposte.
Per sgombrare il campo da possibili equivoci, inoltre, fece elencare nella crisobolla tutte le città o regioni in cui essi avrebbero potuto esercitare il commercio.
Erano infatti sorte controversie a motivo dell’incompletezza delle precedenti concessioni, che non indicavano esattamente tutte le zone aperte ai traffici veneziani; gli ambasciatori se ne erano lamentati con il sovrano ed egli volle così definire una volta per tutte la questione.
La lista comprendeva pressoché tutto l’impero, come si configurava a quel tempo, e anche alcune località che non ne facevano più parte, come Antiochia o Laodicea in Siria.
Ne restavano però escluse le zone costiere del mar Nero, mantenendo la decisione già adottata al tempo di Alessio 1. Comneno.
Su richiesta degli ambasciatori venne infine definita la condizione dei veneziani residenti a Bisanzio, ai quali furono date alcune garanzie giurisdizionali per meglio tutelarli.
Questo accordo solenne concludeva la serie dei patti fra Venezia e l’Impero iniziata oltre un secolo prima.
Fu l’ultimo tentativo di definire su base pacifica un rapporto divenuto sempre più difficile: agli umori oscillanti dei sovrani di Bisanzio corrispondeva da tempo il desiderio veneziano di una sicurezza che salvaguardasse i loro interessi in Oriente.
Bisanzio, minacciata da ogni parte e senza più una politica coerente, non offriva le necessarie garanzie al comune veneziano, per il quale il mantenimento della regolarità dei traffici in Levante era di capitale importanza.
Pag. 163-64

Cap. 6. La quarta crociata e l’Impero latino

La battaglia di Adrianopoli salvò Nicea dalla probabile sottomissione e gli occidentali dovettero temporaneamente evacuare l’Asia Minore, permettendo così al nuovo impero di consolidarsi e raccogliere l’eredità di Costantinopoli.
Teodoro Lescaris organizzò il nuovo Stato sul modello di Bisanzio facendovi rivivere sia l’impero sia il patriarcato.
Egli e i suoi successori entrano nella storia dei sovrani di Costantinopoli come una sorta di governo imperiale in esilio: si considera infatti la serie dei sovrani di Nicea quale legittima successione di Alessio 5. dopo la presa della capitale.
All’Impero latino e al patriarca latino si vennero perciò contrapponendo un patriarca ortodosso e un imperatore greco a Nicea.
Nicea rappresentava un pericolo per l’Impero latino e il nuovo titolare di questo, Enrico di Fiandra, fratello di Baldovino, riprese il progetto di sottometterla dopo aver arrestato l’espansione dei bulgari.
La guerra si trascinò per alcuni anni senza risultati notevoli, finché, nel 1214,  venne concluso il trattato di Ninfeo che definì i confini dei due imperi: allo Stato latino sarebbe rimasta la costa nord-occidentale dell’Asia Minore, mentre il resto fino alla frontiera con i Selgiuchidi sarebbe andato a Nicea.
I latino riconoscevano così l’esistenza dell’Impero greco in Asia Minore, non essendo riusciti a eliminarlo con le armi.
Pag. 177-78

L’Impero latino aveva subito un colpo terribile con la disfatta di Adrianopoli e negli anni che seguirono si trasformò sempre più in un morto vivente, privo di ogni energia, e mantenuto in vita soltanto perché sostenuto dalla flotta veneziana, con la quale le forze nicene non erano in grado di confrontarsi a motivo delle sua superiorità tecnica.
Lo stato di cronica debolezza dell’Impero latino fu aggravato da una pesante crisi finanziaria.
Baldovino 2., sul trono dal 1228, trascorse lunghi anni in Occidente nella disperata quanto inutile ricerca di sostegno, vendendo i possedimenti aviti e rivolgendosi in varie direzioni per far sopravvivere la dominazione latina  a Costantinopoli: una dopo l’altra vennero anche cedute le reliquie più preziose in possesso dell’Impero latino e giunsero così a Parigi la corona di spine e altre reliquie della passione, per accogliere le quali re Luigi il Santo fece costruire la Saint-Chapelle.
A causa del continuo bisogno di denaro, infine, Baldovino 2. Finì per dare in pegno ai mercanti veneziani il figlio Filippo e per vendere il piombo che ricopriva i tetti dei suoi palazzi.
Ogni sforzo fu però inutile e l’Occidente abbandonò Costantinopoli latina al suo destino, con la sola eccezione dei veneziani, che fino all’ultimo cercarono di preservarla per il loro tornaconto.
Pag. 180

I genovesi inviarono qualche nave in oriente, ma il loro aiuto non fu necessario, perché Costantinopoli cadde in modo imprevisto.
La città venne infatti occupata quasi per caso da un generale di Nicea di nome Alessio Strategopulo, che era stato inviato in missione in Tracia con circa ottocento uomini e l’ordine di passare vicino alla capitale per spaventare i latini.
Quando egli giunse in prossimità di Costantinopoli, venne a sapere che era pressoché priva di difensori e decise di approfittarne.
L’intera flotta, costituita da trenta navi veneziane e una siciliana, era infatti partita al comando del podestà Marco Gradenigo per attaccare un’isola del Mar Nero appartenente a Nicea; su di essa si era inoltre imbarcata quasi tutta la guarnigione latina, lasciando in città soltanto l’imperatore Baldovino 2. con il suo seguito.
Con l’aiuto di alcuni residenti, i Niceni entrarono in Costantinopoli nella notte tra il 24 e il 25 luglio: al mattino seguente i latini cercarono di resistere, ma vennero dispersi e Baldovino 2., vista inutile ogni difesa, si preparò a fuggire.
Nel corso della stessa giornata fece ritorno la flotta veneziana e Alessio Strategopulo ordinò di dare fuoco alle case dei latini lungo la riva, cominciando da quelle veneziane, in modo che questi pensassero alel loro famiglie e non al contrattacco.
Lo stratagemma fu efficace e gli occidentali non poterono far altro che provvedere all’evacuazione, ammassandosi sulle loro navi in numero di circa tremila.
Fuggirono anche l’imperatore, ferito nell’ultima battaglia, il podestà veneziano e il patriarca latino Pantaleone Giustiniani.
I profughi raggiunsero la veneziana Negroponte, ma molti morirono di fame e di stenti durante il viaggio.
Finì così quella brutta pagina di storia che fu l’Impero latino di Costantinopoli e l’Impero di Bisanzio venen restaurato, anche se nella pratica era divenuto l’ombra di sé stesso: si affermava inoltre la nuova dinastia dei Paleologi, la più duratura di Bisanzio, che sarebbe stata sul trono fino alla fine.
Pag. 181-82

Cap. 7. Il declino di Bisanzio

L’epoca dei Paleologi rappresenta l’ultima fase della storia di Bisanzio.
L’Impero, ricostruito nel 1261, riuscì a sopravvivere per circa due secoli, anche se riducendosi progressivamente nell’estensione e in preda a un continuo processo di disfacimento.
L’opera di erosione del territorio residuo venne attuata dai tradizionali nemici balcanici e orientali, che approfittarono della debolezza di Bisanzio per espandersi, nonché dalle repubbliche marinare di Genova e di Venezia, la cui ipoteca sul secondo impero si fece sempre più pesante.
Il colpo definitivo fu tuttavia assestato dai Turchi ottomani, la stirpe guerriera che iniziò a imporsi nel 14. secolo, la cui incontestabile potenza finì per travolgere ciò che restava di Bisanzio e gran parte dei possedimenti occidentali costituitisi dopo la quarta crociata, espandendosi anche ai danni degli Stati balcanici tradizionalmente nemici dell’Impero.
La crisi politica dell’epoca paleologa ebbe anche pesanti ripercussioni sul piano interno, che si fecero drammaticamente avvertire nel corso del Trecento, con un generale impoverimento della popolazione, eccezion fatta per una classe ristretta di grandi proprietari terrieri, una forte contrazione delle attività economiche e la perdita del controllo dei mercati, passato in gran parte in mano alle repubbliche marinare italiane.
In stridente contrasto con la decadenza di Bisanzio, tuttavia, la cultura letteraria e la produzione artistica ebbero un periodo di rigogliosa fioritura.
Pag. 183

L’Occidente, brutalmente cacciato da Costantinopoli, non stava intanto a guardare.
I veneziani attuarono velleitari tentativi per promuovere una coalizione antibizantina all’indomani della caduta di Costantinopoli, ma qualche cosa di concreto si ebbe soltanto quando sulla scena politica si affermò Carlo d’Angiò.
L’eliminazione del dominio svevo in Italia meridionale (nel 1266) e l’avvento al trono di Sicilia di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, diedero infatti un nuovo impulso ai piani espansionistici ai danni di Bisanzio.
Intenzionato a conquistare l’Impero, Carlo d’Angiò si assicurò l’appoggio papale e, in forza di accordi diplomatici che ne facevano l’alleato del deposto sovrano latino, rivendicò il diritto alla sovranità su Costantinopoli, iniziando nello stesso tempo i preparativi per una grande spedizione militare.
Privo delle forze per contrastarlo, Michele 8. cercò di ritardare l’impresa e, nello stesso tempo, di giocare la carta diplomatica dell’unione religiosa con Roma, che avrebbe tolto la spinta propagandistica per l’attacco alla scismatica Bisanzio.
La sua diplomazia convinse il re di Francia, Luigi 9., a portare con sé il fratello nella crociata di Tunisi nel 1270 e l’anno successivo vennero avviati i contatti con Roma, resi possibili dall’elezione del papa italiano Gregorio 10., ben disposto nei confronti di Costantinopoli e nello stesso tempo avverso alla politica angioina.
Le trattative andarono a buon fine: nel 1274 fu convocato un concilio a Lione, dove il dissidio fra le due chiese venen formalmente ricomposto con la proclamazione dell’unione religiosa e i delegati bizantini giurarono di accettare la fede romana nonché il primato di Roma.
I vantaggi politici furono immediati: Carlo d’Angiò dovette rinunciare ai piani di conquista e Michele 8. poté avviare una controffensiva su vari fronti.
L’unione però ebbe gravi contraccolpi interni a Bisanzio per l’opposizione pressoché compatta del clero, del monachesimo e di buona parte della popolazione, così da spingere Michele 8. a mettere in atto pesanti persecuzioni dei dissidenti.
L’unione inoltre non fu duratura e con l’avvento al seggio papale nel 1281 del francese Martino 4., strumento di Carlo d’Angiò, si tornò alla rottura aperta: il papa condannò Michele 8. come scismatico e l’Angiò (che già nel 1280 aveva attaccato senza successo l’Albania imperiale) poté riprendere i suoi piani di conquista, promuovendo uan coalizione antibizantina formata dall’erede al trono latino Filippo di Courtenay, Venezia, Tessaglia (che nel 1271 si era staccata dell’Epiro), Serbia e Bulgaria.
I serbi e il despota di Tessaglia irruppero in Macedonia nel 1282 e l’Angiò, con l’aiuto navale di Venezia, si apprestò a dare il colpo definitivo al nemico; la situazione fu però salvata all’ultimo momento dalla rivolta dei Vespri siciliani, scoppiata a Palermo nel marzo del 1282, alla quale non fu estranea la diplomazia di Costantinopoli.
A seguito di questa rivolta, infatti, la Sicilia si liberò del dominio francese e il tentativo dell’Angiò di rientrarne in possesso fu ostacolato dalla potenza rivale degli aragonesi, con cui si accese un violento conflitto (destinato a trascinarsi fino al 1302, oltrepassando la vita stessa dei primi protagonisti) a seguito del quale naufragò ogni progetto di spedizione in Oriente.
Pag. 185-86

Di fronte a una situazione del genere, il governo della città lagunare perse interesse per quanto stabilito a Capua, che neppure fu messo in pratica, e pensò piuttosto a un accordo di più ampia portata: ciò ebbe come esito, il 3 luglio del 1281, il trattato concluso a Orvieto, dove papa Martino 4. aveva messo la propria residenza.
L’alleanza fu presentata come una crociata anti scismatica “a esaltazione della fede ortodossa” ma, al di là delle motivazioni di principio, lo scopo consisteva nell’insediare sul trono di Costantinopoli Filippo di Courtenay e restituire a Venezia tutti i privilegi di cui aveva goduto nell’Impero latino.
L’inizio delle operazioni era previsto entro aprile del 1283 e doveva essere preceduto da un’azione preliminare probabilmente contro Negroponte.
Vennero iniziati i preparativi, ma i Vespri siciliani tutto sconvolsero: a parte una breve puntata degli alleati a Negroponte, che a nulla servì, Venezia si defilò abbandonando l’Angiò al proprio destino e riprese le trattative con Bisanzio, con cui nel 285 avrebbe concluso un nuovo trattato.
Pag. 188

La rinuncia al mantenimento di una forza militare e la nuova linea politica ebbero un pesante contraccolpo sull’impero.
La potenza ancora esistente sotto il predecessore subì un rapido processo di contrazione, avviando Bisanzio a divenire un piccolo Stato incapace di esprimere una propria politica estera e in preda a una sempre più accentuata disgregazione interna.
La moneta andò soggetta a una forte svalutazione e nello stesso tempo si diffuse in modo sempre più massiccio la grande proprietà fondiaria, inutilmente contrastata da un tentativo imperiale di aumentare l’imposizione fiscale per i ricchi.
Sui mercati prevalsero le monete d’oro delle repubbliche italiane, portando come conseguenza un forte rincaro dei prezzi e un generale impoverimento, da cui si salvava soltanto una ricca classe dei proprietari fondiari.
Analogamente disastrose furono le ripercussioni della politica seguita nei confronti delle repubbliche marinare, la cui alleanza o neutralità gravò ulteriormente sull’erario imperiale con uan serie di concessioni o privilegi per mantenerne l’amicizia.
Pag. 189

Anche la tregua faticosamente raggiunta con Venezia era molto fragile e questa, nel 1306, si associò al progetto di crociata contro Bisanzio di Carlo di Valois, fratello di Filippo Quarto di Francia, che aveva ereditato i diritti sul trono latino e godeva dell’appoggio di papa Clemente Quinto, da cui Andronico secondo era stato scomunicato.
La spedizione comunque non ebbe mai luogo e, nel 1310, la città lagunare cambiò rotta accordandosi con il sovrano di Costantinopoli, con cui concluse un nuovo trattato.
Pag. 190

Nel 1352 si era aperta, infatti, uan nuova guerra civile fra Giovanni 6. e Giovanni 5., risolta con l’intervento dei turchi ottomani (l’etnia emergente nella galassia delle tribù turche dell’Asia Minore) a vantaggio del reggente.
L’amicizia con i turchi – che fu un cardine della politica di Giovanni 6. -  alla lunga finì tuttavia per rivelarsi un’arma a doppio taglio e ne causò la caduta.
Gli ottomani nel 1354 penetrarono infatti in territorio europeo, impossessandosi di Gallipoli, che non abbandonarono malgrado le pressanti richieste dell’imperatore.
Per Cantacuzeno fu uno scacco di ampie dimensioni, perché Gallipoli era una testa di ponte per la conquista dell’Europa, e su di lui ricadde la responsabilità di aver aperto le vie del continente ai nuovi invasori.
La sua posizione si indebolì, a vantaggio di una congiura promossa da Giovanni 5. con l’appoggio del corsaro genovese Francesco Gattilusio, cui fu promessa come ricompensa l’isola di Lesbo.
Questa ebbe successo e l’usurpatore du deposto nel novembre del 1354 e costretto a divenire monaco; visse ancora per un trentennio, partecipando alla vita pubblica e attendendo alla composizione delle opere letterarie, fra cui una monumentale storia degli avvenimenti del tempo che ancora si conserva.
Il governo dei Cantacuzeno sopravvisse tuttavia in Morea, dove nel 1348 era stato istituito un despotato, retto fino al 1380 dal figlio dell’ex imperatore per poi passare ai  Paleologi.
Pag. 194

Il pericolo rappresentato dalla espansione ottomana cominciò a essere seriamente avvertito anche in Occidente (dove già dagli anni Trenta Venezia di era adoperata per promuovere alleanze antiturche), ma le continue rivalità fra le potenze rendevano assai problematica un’azione comune.
Il tradizionale antagonismo tra Venezia e Genova, in particolare, rendeva improponibile un progetto politico indipendente dagli interessi particolari delle due repubbliche, sebbene la conservazione delle posizioni in Levante fosse preminente per entrambe.
L’atteggiamento nei confronti di Bisanzio, a ogni modo, cominciò a modificarsi al tempo di Giovanni 5. e, dalla consueta ostilità, si passò a una sempre maggiore consapevolezza del ruolo di frontiera cristiana svolto da Bisanzio, valutando le ricadute negative che la sua scomparsa avrebbe prodotto anche in Occidente.
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Le residue sopravvivenze bizantine rappresentavano un ostacolo per i suoi piani di dominio a Costantinopoli, in particolare, era un assurdo ricordo di una potenza ormai scomparsa, pericolosamente incuneata però nell’Impero ottomano.
Maometto 2. preparò con cura l’accerchiamento della città imperiale, che con le sue forti mura rappresentava ancora un ostacolo formidabile.
Prese dapprima una serie di iniziative volte a intercettare l’arrivo di qualsiasi aiuto esterno alla città, poi fece costruire nel punto più stretto del Bosforo la fortezza di Rumeli Hisari, aggiungendola a quella di Anadolu Hisari fatta edificare da Bayazid sulla sponda asiatica, e dotandola di un imponente spiegamento di artiglieria in grado di impedire a chiunque la navigazione.
Quando l’accerchiamento fu completato, ebbe inizio l’assedio vero e proprio.
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Una volta in più le potenze occidentali non erano accorse in difesa di Costantinopoli, malgrado gli appelli disperati di Costantino 9. e i pericoli connessi alla perdita della città, che avrebbe offerto ai turchi una posizione strategica di prim’ordine per proseguire il loro attacco al mondo cristiano.
La flotta veneziana inviata in aiuto degli assediati partì con incredibile ritardo e non arrivò mai sul teatro operativo, perché fu preceduta dalla notizia della caduta di Costantinopoli in mano turca.
Nell’inutile tentativo di ottenere l’aiuto dell’Occidente, l’imperatore bizantino aveva fatto proclamare di nuovo l’unione religiosa in Santa Sofia (12 dicembre 1452), suscitando l’indignata reazione dei suoi sudditi, in grande maggioranza determinati a sopportare il dominio turco che la soggezione a Roma.
I turchi vincitori proseguirono negli anni immediatamente seguenti l’assoggettamento di ciò che restava dell’Impero di Bisanzio: la Morea nel 1460 e Trebisonda l’anno successivo.
Molti bizantini fuggirono riparando soprattutto in Italia e, fra questi, un buon numero di eruditi che contribuirono alla diffusione in Occidente della cultura greca.
Il ducato di Atene, residuo della conquista latina, fu ugualmente travolto nel 1456, mentre alcune delle colonie genovesi e veneziane costituite nel corpo dell’Impero avrebbero resistito più o meno a lungo alla marea turca.
Con la conquista di Costantinopoli, a ogni modo, finiva la storia di Bisanzio, ma la sua tradizione fu portata avanti attraverso la cultura greca, che nel corso del 15. secolo si affermò decisamente in Occidente e attraverso la chiesa ortodossa che ne raccolse l’eredità.
L’Occidente, che per secoli aveva avuto un rapporto travagliato con Bisanzio, era rimasto politicamente a guardare senza essere in grado di elaborare un progetto comune per soccorrere l’Impero, nonostante il vantaggio che ne avrebbe ricavato.
In questo quadro desolante fecero eccezione i veneziani residenti a Costantinopoli, che contribuirono  valorosamente alla difesa.
Il bailo Gerolamo Minotto, eroe della battaglia per Costantinopoli, pagò con la vita assieme ad altri nobili la sua dedizione.
Fu catturato dai turchi e il giorno successivo, il 30 maggio 1453, venne decapitato per ordine del sultano insieme a uno dei suoi figli e ad altri sette nobili veneziani, mentre la moglie andò incontro alla prigionia e un altro figlio riuscì probabilmente a fuggire.
Venezia infine fece da ponte per molti eruditi greci fuggiti in Occidente e ospitò una folta comunità greca, alla quale nel Cinquecento sarebbe stato dato anche il riconoscimento ufficiale.

Cronologia

535         I bizantini sbarcano in Sicilia

552         Fine del regno ostrogoto in Italia

552         Intervento bizantino in Spagna

568         Invasione dei longobardi

584 ca.   Istituzione dell’esarcato in Italia

751         Caduta dell’esarcato

827         Inizio della conquista araba della Sicilia

880         Inizio della controffensiva bizantina in Italia meridionale

968         Ottone 1. invade l’Italia meridionale bizantina

970 ca.   Istituzione del catepano d’Italia

1009      I normanni compaiono in Italia meridionale

1071      Aprile: Bari si arrende ai normanni

1082      Trattato tra Bisanzio e Venezia       

1082-85 I normanni invadono l’Impero

1095      Viene bandita la prima crociata

1147-49 Seconda crociata

1155      I bizantini sbarcano in Italia meridionale

1171      12 marzo: arresto dei veneziani nell’impero

1182      Strage di occidentali a Costantinopoli

1189-90 Terza crociata

1195      L’imperatore Enrico 6. Minaccia Bisanzio

1202-4   Quarta crociata   

1204      Aprile: conquista latina di Costantinopoli

1204      Formazione dell’Impero latino di Oriente

1261      I bizantini riconquistano Costantinopoli

1261-82 Michele 8. Paleopago cerca di ricostruire l’Impero

1268      Inizio dei nuovi trattati fra Venezia e Bisanzio

1274      Concilio di Lione. Unione religiosa con Roma

1282      I Vespri siciliani mettono fine ai progetti i Carlo d’Angiò

1294-99 Guerra veneto-genovese combattuta in Oriente

1306      Carlo di Valois organizza la crociata contro Bisanzio

1352      Battaglia del Bosforo. Giovanni 6. alleato di Venezia

1366      Amedeo 6. conte di Savoia riconquista Gallipoli

1369       Giovanni 5. Paleologo si reca in Italia

1396      I crociati sconfitti dai turchi a Nicopoli

1399-1403    Manuele 2. Paleologo in Occidente

1438      Febbraio: Giovanni 8. Paleologo arriva a Venezia

1438-29 Concilio di Ferrara-Firenze

1438      Viene proclamata la riunificazione religiosa

1443-44 Crociata di Varna e sconfitta cristiana

1451       Maometto 2. sultano dei turchi

1453       Maometto 2. assedia Costantinopoli

1453      29 maggio: caduta di Costantinopoli in mano turca

1456      I turchi sottomettono il ducato di Atene

1460      Fine del despotato di Morea

1461      Caduta di Trebisonda

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